Giorgia Sbuelz è una giovane autrice romana che collabora come articolista e recensore per diverse webzine e testate. Molti suoi racconti sono stati selezionati per le antologie di Giulio Perrone Editore, Ensemble e L’Erudiita. Ha pubblicato anche, con uno pseudonimo, un libro fantasy “Due volte Elle” per Astro Edizioni. Assieme alla rivista letteraria chronicalibri.it ha portato avanti una campagna contro il bullismo intitolata “Volevamo solo ridere”, chiamando a raccolta autori di tutta Italia per incentivare la sensibilizzazione al fenomeno del bullismo e cyberbullismo. Nel 2018 vince il concorso “Una fiaba per Asroo” con la favola “La gatta Alice e l’artefatto magico”. Quindi, per sostenere la raccolta fondi della stessa Associazione Asroo, scrive nell’antologia di racconti fantasy “Fantàsia”, uscita sotto emergenza Covid-19. Le sue passioni? L’arte, i gatti, le serie televisive e… il rock. E proprio il rock è uno dei protagonisti principali, nonché il filo conduttore, della sua ultima, attesa, fatica letteraria “Non è un paese per rocker” (www.resalioproduzioni.com ).
È la storia di cinque ragazzi ventenni, in una Roma di metà anni 90, che tentano di sfondare nel mondo del rock. Improvvisamente la scomparsa di uno di loro, Tommaso, scatenerà una ricerca appassionata che porterà a galla segreti da sempre taciuti, dinamiche famigliari disarmanti, passioni nascoste, loschi giri…
Ma che fine avrà fatto Tommaso? Numerosi i colpi di scena che si susseguiranno fino a giungere a un finale concitato, probabilmente inaspettato.
Ho raggiunto la poliedrica Giorgia per intervistarla e posso dirvi che l’autrice ha generosamente condiviso tutto il suo entusiasmo per questo progetto, la passione per il rock che la pervade da che era bambina, le sue ambizioni e i tanti sogni che ancora ha da realizzare. Ne è scaturito un racconto dinamico e colorato che vi invito a leggere, magari col sottofondo dei Guns N’Roses, gruppo rock di cui Giorgia è fan sfegatata!
Ciao Giorgia! Leggendo la tua biografia, saltano all’occhio le tue numerose passioni, tra cui il rock. È vero che hai provato a studiare qualche strumento, senza successo?
“Ciao Laura, sì è vero, sono figlia del mio tempo e sono un essere eclettico e multi dotato. Purtroppo fra le mie doti, manca quella di saper suonare uno strumento. Ho provato a studiare chitarra e basso elettrico, ma i risultati sono stati disastrosi, sia per la mia dignità che per le orecchie degli altri! E pensare che mi sono avvalsa di preparatissimi insegnanti… con qualche amico abbiamo avuto l’ardire di riunirci e di provare a fare chiasso insieme. Il gruppo si chiamava “I Nemici del Suono”, e ho detto tutto. Ma non mi arrendo. Potrei riprendere il flauto dolce imparato alle medie e unirmi al gruppo dei Bee-Hive! (ride,ndr) “.
E proprio il rock è anche uno dei protagonisti, nonché il filo conduttore, della tua ultima fatica letteraria “Non è un paese per rocker” (edito Resalio). Come è nato questo progetto editoriale?
“Direi che questo progetto editoriale ha sempre convissuto in me, fin dalla prima volta che a casa mi fecero ascoltare i Led Zeppelin. È stata una folgore. Non so rintracciare il momento, ma è un punto lontano della mia infanzia. Con la mia famiglia facevamo lunghi viaggi in auto. L’ autoradio era sempre accesa, le cassette più ascoltate erano quelle di Jimi Hendrix e Carlos Santana. Scelte indotte ma, cominciavo a distinguere i timbri, apprezzare i riff. Appena ebbi l’opportunità di esprimere un gusto mio, imparai il testo
di “The Final Countdown” degli Europe. E da lì, la mania di comprare riviste giovanili per scoprire tutto il possibile sulle rockstar, o le popstar. Mi piaceva la musica buona, e le storie magiche che l’accompagnavano. Sai, per esempio, che la moglie di George Harrison, la modella Pattie Boyd, ispirò il
classico “Layla” di Eric Clapton? Rivalità in amore che sfociano in pezzi memorabili. La musica è piena di romanzi a cui restituire le parole e io dovevo solo scrivere il mio. Ho impiegato ben tre anni, perché si sa, le idee hanno bisogno di tempo per decantare, poi, a manoscritto pronto, ho atteso che si affacciasse l’opportunità, qualcuno che ci credesse: volevo che fosse una casa editrice giovane con una cura particolare per l’autore. Non ti nego che il manoscritto sia stato a lungo corteggiato, ma ho voluto scommettere su una nuova realtà, un nuovo concept, e ho scelto la Resalio”.
Da cosa hai tratto ispirazione per ideare la trama, satura di colpì di scena, e soprattutto per delineare i vari personaggi del tuo libro?
“Con “Non è un paese per rocker” ho dato vita a un racconto di musica di un qualsiasi gruppo italiano emergente negli anni ’90, uno dei periodi più fruttiferi della storia del rock. E la cosa buona è che io c’ero! Giovanissima andavo ai concerti, compravo album, incoraggiavo gli amici a sfondare in quel campo. Sono stata una testimone e mi è parso giusto trasporre la mia testimonianza. Non ti nego che per l’aspetto fisico dei cinque protagonisti mi sia ispirata a rockstar realmente esistenti. Per dirne una: la mia Andrea (l’unica donna della band) trae spunto dalla bassista delle Hole, Melissa Auf der Maur. Lascio poi ai lettori indovinare gli altri quattro, o la possibilità di fare le loro associazioni. C’è per esempio chi in Andrea e Stefano (la bassista e il cantante della storia) ha voluto rintracciare Victoria e Damiano del gruppo Måneskin. Non è così, ma non mi dispiace. È la magia dei libri”.
Se dovessi definire il genere del tuo romanzo, quale sarebbe?
“Un romanzo generazionale. Parla di una rock band, ma tocca temi universali. Come ci si affaccia alla vita da adulti, cosa implichi seguire le proprie ambizioni, quanto costi una bugia. E poi ci sono le sottotrame: famiglie disfunzionali e le conseguenze sulla maturazione di un individuo, la comprensione e l’affermazione della propria personalità e… l’amore ovviamente! Anzi, qui si parla di quella fase in cui i sentimenti esplodono in tutta la loro dirompenza, e del confronto con l’altro per la prima volta. Non mancano tematiche sociali come l’utilizzo di droghe o i disturbi alimentari”.
Dacci un buon motivo per leggere il tuo libro…
“Semplice! Il motivo è che ha tutti gli ingredienti. Mi spiego: nell’offerta di una trama ricca e intrigante, non ho giocato al risparmio sulla cura della scrittura. Sono una lettrice di emergenti: questa è la storia che sarei stata felice di leggere, espressa come l’avrei voluta leggere, così l’ho scritta io”.
Oltre agli scrittori emergenti, quali sono le letture che hanno accompagnato e segnato la tua vita?
“Ahi ahi ahi! Considerando che sono un’onnivora e non ho preferenze di genere qui potrei aprire un capitolo infinito. Dovendo fare una cernita, parlerei di libri che mi hanno ispirato azioni significative.
Partiamo dal “Padiglione d’oro” di Yukio Mishima, uno dei miei autori preferiti. Ne trassi ispirazione per un quadro che ora è appeso in camera da letto. “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, che ha fornito materiale di vita per decenni. Basta considerare che mi sono presentata all’altare con indosso l’abito della nobile elfa Galadriel, cucito appositamente da una mia amica. Non disdegno i trattati scientifici: “Dal Big Bang ai Buchi Neri” di Hawking e “L’infinito” di Zichichi, ad esempio. “Alta Fedeltà” di Nick Hornby è un romanzo che mi ha seguito in un viaggio. Forse perché parlava dei miei amici, e forse perché parlava un po’ di me. Attualmente sto leggendo “Senilità” di Italo Svevo. Sai, io leggo molti emergenti, ma credo che alla fine bisogna assecondare il bisogno fisiologico del ritorno ai classici”.
So che sei anche un’appassionata di serie tv. Dimmi, quanto ti piacerebbe se il tuo libro diventasse una serie televisiva? Come te l’immagini?
“Quanto mi piacerebbe da uno a dieci? Mille! Come molti autori scrivo per immagini, che mi arrivano in tagli, come le scene di un film. Del mio film ho curato tutto: cast, dialoghi, costumi, scenografie e, importantissima, la colonna sonora. Con cinque protagonisti il materiale per una narrazione cinematografica è abbondante, la serie tv sarebbe l’ideale. Me la immagino come un esperimento unico nel
suo genere: una sorta d’incrocio fra “Saranno Famosi” (Fame, la serie cult degli anni ’80) e l’italiana Romanzo Criminale. Della prima ammiro lo spirito che emana e i temi: i sogni giovanili, la musica, l’arte e il talento. Oltre a “Fame”, la canzone diventata il marchio di una generazione. Della seconda apprezzo la regia, la recitazione, la sceneggiatura e il fatto che sia un ponte fra cinema e piccolo schermo. Non dimentichiamo poi che è un
ottimo prodotto italiano! Detto da una che divora serie d’oltreoceano e che con la fiction italiana ci ha fatto
sempre un po’ a pugni”.
E in questo momento stai lavorando ad altri progetti editoriali?
“Sì, ce ne sono. Il titolo è “Raccolta di pensieri e foglie”. Poesie, aforismi, piccole riflessioni sul quotidiano e sullo straordinario. Vediamo che piega prenderà! C’è poi un altro romanzo, di cui ho pronto il titolo e che tratterà di relazioni umane. Per ora esiste solo il primo capitolo, e rimarrà fermo qui, perché adesso voglio concentrare tutte le mie energie su “Non è un paese per rocker”. A proposito, te l’ho gia detto che è bellissimo? “.
Qualche volta, forse! Dimmi, Giorgia, dove come ti vedi fra cinque anni?
“Se questo è l’andamento delle cose, in una capsula su Marte!… Scherzo! Torniamo seri. Fra cinque anni sarò nella mia villa a Malibù, sorseggiando un Margarita a bordo piscina, mentre attendo gli ospiti da ricevere per il party: i Guns N’Roses, Mick Jagger, Jennifer Lawrence, Jake Gyllenhall, Martin Scorsese, Samantha Cristoforetti… Il ricordo della pandemia è solo un ricordo. Come sarà possibile tutto questo non lo so, ma qui non si scherza! “.
C’è una domanda che avresti voluto ti facessi e che non ti ho chiesto?
“Una c’è: “Qual è, per te, l’album definitivo?” Io ti risponderei “Appetite for Destruction” dei Guns N’Roses”.
Desumo dunque che, nella tua prossima vita, vuoi essere una rockstar?
“Certamente! O almeno riuscire a eseguire una scala pentatonica!
Grazie di cuore Laura per la bella intervista e per la disponibilità. A tutti quanti “Rock on!”
