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80 Volte Pelè

Il 23 ottobre scorso la leggende del calcio ha compito ottant’anni

(San Paolo Del Brasile)- Pelè compie oggi 80 anni e nel 2004 la FIFA gli ha chiesto di stilare la lista dei 100 migliori giocatori, 50 in attività e 50 ritirati. Probabilmente tPelé nacque il 23 ottobre 1940 nell’allora villaggio di Tres Coracoes, nello stato meridionale del Minas Gerais, da una ragazza del posto, Celeste Arantes, e da João Ramos do Nascimento, per tutti Dondinho, calciatore arrivato a Tres Coracoes durante il servizio militare. Nacque nel periodo in cui il villaggio fu raggiunto dalla rete elettrica, motivo per cui venne chiamato Edson, in onore di Thomas Edison. Dopo cinque anni vissuti in una piccola casa di mattoni fatti a mano, si trasferì con la famiglia a Bauru, grosso centro urbano nello stato di San Paolo.

Nella nuova città il padre, un discreto attaccante, ottenne un contratto con la squadra di calcio locale e soprattutto un posto di lavoro come impiegato del comune. Pelé crebbe quindi a Bauru, dove gli venne dato il soprannome con il quale divenne famoso in tutto il mondo: ha raccontato nella sua autobiografia che nei giorni in cui accompagnava il padre al campo era solito mettersi a giocare dietro la porta del Bauru, difesa da un certo Bilé, il cui nome, ripetuto come incitamento ma storpiato dall’accento ereditato dagli anni passati a Tres Coracoes, divenne per tutti il suo soprannome (in famiglia, invece, è stato sempre soprannominato Dico).roppo pochi per O Rey, che chiese (e ottenne) di arrivare a 125, di cui 75 ritirati. Come tutte le liste ottenne critiche per l’assenza di qualche grande, così come l’esagerata presenza di altre nazioni. Presenti anche due donne, Mia Hamm e Michelle Akers.

Pelé è stato il mito di più generazioni. In Brasile è come Dio. Tanti i messaggi d’auguri social che sono arrivati per lui, a partire dal suo ex club, il Santos, che ha postato una foto che lo ritrae da bambino già con la maglia della società per cui ha sempre giocato: “Iniziava un giorno importante per il calcio, buon compleanno Re”. E poi gli auguri di Romario, Rivaldo, Eto’o e il profilo della Coppa del Mondo. Foto storiche d’archivio: Pelé che suona una chitarra, mentre cucina, durante un pranzo con Garrincha e Robert F. Kennedy. Tutti per lui, nel giorno del suo compleanno più che mai.

Il giovane Pelé non ha solo una grande passione per il calcio. Riesce a fare cose che non si sono mai viste. Ha solo bisogno di essere sgrezzato. E per fare questo serve qualcuno che sappia vedere lontano. Waldemar de Brito è il responsabile del vivaio dell’Atletico Clube. Non è un uomo qualsiasi. Ha giocato il mondiale del 1934 e ha segnato 18 reti in 18 partite con la Selecao. Sotto i suoi consigli Pelé smette di essere un giocoliere e diventa un calciatore. La sua crescita è esponenziale e le sue gesta arrivano fino a Rio de Janeiro. Ma Rio è troppa lontana e così Pelé sceglie il Santos. È l’8 agosto 1956. Ha quindici anni ma due mesi dopo ha già in mano la squadra. La strada per la nazionale è tracciata.

Pelé debutta col Brasile il 7 luglio 1957, in Copa Roca, contro l’Argentina al Maracana di Rio de Janeiro, ad appena 16 anni e 9 mesi. Ha il numero 13 sulle spalle e nessun timore reverenziale. I brasiliani perdono ma Pelé riesce a segnare al debutto. Il mondiale si gioca l’anno successivo e il tecnico Vicente Feola non può fare a meno di lui. Il 24 maggio 1958 sale per la prima volta su un aereo. È un DC7 diretto a Lisbona. Sosta di poche ore e nuovo decollo per Roma. Feola ha deciso che la prima parte della preparazione verso il mondiale si svolgerà in Italia. La squadra alloggia all’hotel Universo, vicino alla stazione Termini, prima di partire per Firenze. In programma c’è un’amichevole contro la Fiorentina. I Viola hanno vinto il loro primo scudetto due anni prima e l’anno precedente hanno perso la finale di Coppa Campioni contro il Real Madrid. Eppure il Brasile vince quattro a zero. Da Firenze a Milano. Altra amichevole contro l’Inter e altro quattro a zero. Il tutto senza Pelé, che sta recuperando da un fastidioso infortunio al ginocchio.

Una sola persona al mondo rappresenta meglio di chiunque la storia del calcio: Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé, che oggi compie ottant’anni. L’ex numero 10 del Brasile migliore di sempre è considerato il più forte calciatore di tutti i tempi insieme all’argentino Diego Armando Maradona, con il quale condivide il riconoscimento della FIFA come giocatore del secolo. Ma se si parla del calciatore più conosciuto e riverito, dagli Stati Uniti al Giappone, difficilmente c’è qualcuno in grado di contrastare la popolarità raggiunta da Pelé in ottant’anni di vita, metà dei quali passati a giocare a pallone.Dalla sua ultima partita ufficiale sono tuttavia trascorsi 43 anni. I ricordi delle sue imprese sono sempre più rari e i suoi gol probabilmente sconosciuti alle ultime generazioni, a maggior ragione considerando che gran parte delle cose che lo resero grande si videro soltanto in Brasile tra gli anni Cinquanta e Settanta. Furono i Mondiali a cui partecipò — vincendoli quasi tutti — in Svezia, Cile, Inghilterra e Messico, e le testimonianze portate dagli avversari che lo incontrarono a diffondere la sua fama prima che le immagini facessero il resto.
La grandezza riconosciuta a Pelé sta anche in questo: nell’essere diventato tutto quello che è nonostante abbia giocato a calcio mezzo secolo fa, in un paese povero dall’altra parte dell’oceano, e non a Napoli negli anni d’oro del campionato italiano o a Barcellona nell’epoca dell’informazione di massa.

Per vederlo in campo bisogna attendere il 15 giugno 1958, per la terza partita del mondiale. I verdeoro hanno battuto tre a zero l’Austria e pareggiato zero a zero contro l’Inghilterra e devono affrontare l’Unione Sovietica a Göteborg. Per accedere ai quarti di finale da primi del girone serve un’altra vittoria. I sovietici però sono una grande squadra. A Melbourne, due anni prima, sono diventati campioni olimpici e tra i pali schierano Lev Jascin, il più forte portiere del mondo. La tecnica non riesce a nascondere l’emozione del debutto e una condizione fisica non ancora ottimale. Pelé non incide. Ci pensa la doppietta di Vavà a regalare al Brasile il successo. Ai quarti c’è il sorprendente Galles. Si gioca quattro giorni dopo, ancora a Göteborg. I britannici sono una squadra fisica e molto dura. Lo zero a zero regge esattamente 66 minuti, poi la palla arriva a Pelé al centro dell’area di rigore, spalle alla porta. Lo stop di petto è perfetto, il tocco morbido con cui si gira e si libera dell’avversario è geniale. Il destro al volo nell’angolino basso imparabile. Uno a zero. Il Brasile è in semifinale. “Questo per me è il gol indimenticabile perché mi diede la spinta decisiva. Quel giorno il mondo seppe chi era Pelé”. Da Göteborg a Solna. Tra Pelé e la finale c’è solo la Francia. I transalpini hanno segnato 14 reti in quattro partite e sono una delle rivelazioni del torneo. In squadra hanno Raymond Kopa, pluricampione d’Europa con il Real Madrid, e l’attaccante Just Fontaine. Le 13 reti con cui vincerà il titolo di capocannoniere sono ancora oggi un record imbattuto. Ne viene fuori una partita spettacolare. Vince il Brasile cinque a due. Pelé ne segna tre in 23 minuti (le altre reti portano la firma di Vavà e Didì).

In finale ci sono i padroni di casa della Svezia. Si gioca il 29 giugno. Gli svedesi hanno superato in semifinale i campioni in carica della Germania Ovest e racchiudono il meglio che il paese abbia mai prodotto nella sua storia calcistica. Una storia adottata per intero dal calcio italiano. C’è l’ex Milan Gunnar Gren. Ha 38 anni ma anche una classe superiore. C’è Kurt Hamrin, destinato a scrivere pagine indelebili con le maglie di Fiorentina e Milan. C’è Lennart Skoglund, punto fermo dell’attacco dell’Inter. Ma, soprattutto, è presente il milanista Nils Liedholm in mezzo al campo. Il Brasile è costretto a giocare in maglia blu perché gialle sono già quelle svedesi. Le nuove divise vengono acquistate alla vigilia in un supermercato perché nessuno dei brasiliani si era preoccupato di portare al mondiale una seconda maglia. Al Rasundastadion di Solna la partita non tradisce le attese. Nel primo tempo segnano Liedholm e due volte Vavà, poi tocca di nuovo a Pelé prendersi la scena. Per due volte. Nella prima stoppa con il petto, “sombrero” a Gustavsson e destro al volo nell’angolino. Nella seconda fissa il risultato sul cinque a due con un colpo di testa in sospensione. In mezzo ci sarebbero anche le reti di Zagallo e Simonsson ma in pochi se ne ricordano. Tutta l’attenzione ricade su quel 17enne che scoppia in lacrime quando l’arbitro francese Guigue fischia la fine. I verdeoro sono campioni del mondo per la prima volta. Il bambino di Bauru ha mantenuta la sua promessa.

epa07995826 Brazilian soccer legend Edson Arantes do Nascimento, better known as Pele, poses during an interview with Spanish news agency EFE at the Pele Museum in Santos,
Pelè diventa il simbolo di un paese. Il ragazzo capace di lavare l’onta del fallimento di otto anni prima. Il Brasile lo venera a tal punto che il Presidente della Repubblica deve intervenire per toglierlo dal mercato e impedire che Real Madrid e Inter lo portino in Europa: “Lui è un patrimonio nazionale”. Dal Brasile se ne va solo nel 1974, per iniziare una nuova avventura nei Cosmos New York. In mezzo ci sono due Libertadores, due Coppe Intercontinentali (contro il Benfica di Eusebio e il Milan di Nereo Rocco), altri due titoli mondiali (1962 contro la Cecoslovacchia e 1970 contro l’Italia di Valcareggi) e 1281 reti in 1363 partite. La sua fama è diventata talmente grande che non può esaurirsi con l’addio al calcio. E infatti nel 1981 John Huston lo vuole come co-protagonista di “Fuga per la vittoria”, al fianco di Sylvester Stallone e Michael Caine. Risultati, trionfi e riconoscimenti che hanno contribuito a rendere Pelé uno dei due giocatori più grande della storia. Ma Svezia ’58 non è solo l’inizio della leggenda dell’uomo che oggi compie 80 anni. Dopo quel torneo anche la numerologia calcistica non è stata più la stessa. Prima del mondiale svedese infatti giocare con la 10 non era niente di speciale (il numero venne dato a Pelé da un funzionario della FIFA dopo che i brasiliani si era dimenticati di abbinare i numeri ai giocatori sulle distinte ufficiali). Ventuno giorni dopo il dieci era diventato il numero del calcio.

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