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DIFENSORE DI RUOLO

Intervista con l'ex difensore Roberto Carannante

Altro giro, altra corsa. Il treno dei ricordi non conosce soste e con precisione, come quando c’era lui, raggiunge un’altra destinazione. Uno alla volta, li troveremo tutti. Non è una minaccia ma una promessa. Sotto a chi tocca,’amarcord di twikie è un appuntamento da non perdere. Ci risiamo. Roberto Carannante. Uno di quelli che la maglia biancoverde dell’ Avellino se l’è cucita sul petto. Tre anni, novantaquattro presente condite da due reti. Una finale play off vinta a Pescara contro il Gualdo Tadino, impreziosita con la gioia dell’ultimo rigore realizzato. Una vita a marcare la punta avversaria, più soddisfazioni che delusioni. Il resoconto è lusinghiero e non poteva essere altrimenti. Ha lasciato il calcio giocato per dedicarsi alla conduzione tecnica, Carannante è affascinato da nuove imprese e l’ultima è pronta da essere affrontata. La scuola calcio che porta il suo nome è una realtà nella sua città di adozione e vale a dire Bacoli. La Roberto Carannante Soccer school scoverà i campioni del terzo millennio. Ma andiamo con ordine. Alto un 1.85 per 75 chilogrammi, nato a Santa Maria Capua Vetere nel novembre del 1968, Carannante inizia la sua carriera con il Napoli di Maradona.

In Francia contro il Tolosa nel 1986, il riccioluto difensore è panchina. Esordio in Coppa Italia con la maglia azzurra poi l’approdo al Catania in serie B. Due stagioni con gli solani, poi Rimini, Frosinone, Mantova e Spezia. Nel 1992 Lombardi lo vuole ad Avellino. “Ero in viaggio di nozze, mi trovavo a New York, mi chiama il direttore dello Spezia e mi dice che un interessamento del Brescia e dell’Avellino. Non ho dubbi. Scelgo la compagine irpina. I Lupi erano appena retrocessi dalla B ma restavano per me la prima scelta. L’Avellino era e resta una grande piazza. Dopo Tanti anni non ho alcun rimpianto, aver indossato per tre stagioni la maglia biancoverde è stata una esperienza unica”.

Tante squadre, molti successi. “Caro Michele lo sai bene che in una carriera ci sono momenti particolari, si non nascondo di aver fatto bene dappertutto o meglio a dirlo sono i tifosi ma io ad Avellino ho trascorso tre anni stupendi e se ci fosse la possibilità ci tornerei volentieri”. Parliamo di quel periodo, raccontami qualcosa della squadra, dell’ambiente. “Tanti ricordi, tutti belli. La squadra della prima stagione era ricca di nomi ma non fece quello che tutti si aspettavano, quella della promozione era di certo migliore anche sul piano umano. Carmine Esposito aveva una fissa per i capelli, sempre a curarseli. Una vera e propria mania. Il gel tutte le volte che usciva dallo spogliatoio. 

A proposito adesso e per chi non sapesse il nostro Roberto è su Facebook. Migliaia di amici, da Avellino ma anche da Torre Annunziata e Foggia. Sei un multimediale a quanto pare.“A dire la verità ho ceduto alle insistenze di un mio amico che mi ha spinto a registrarmi. Debbo dire che non mi aspettavo tanto affetto e di questo non posso essere che felice”.

Ho saputo che ad Avellino hai anche vinto il Trofeo Cresco, cos’era esattamente? “Un premio che i giornalisti davano al miglior giocatore della serie C1 ossia quello che riusciva ad ottenere il voto più alto durante le gare della stagione. Ebbene io lo vinsi ed è stata per me una delle maggiori soddisfazioni della mia carriera da calciatore. Ancor di più il mio Lupo D’Oro. Fresta poi lo prendevamo in giro perché con quei capelli era uguale ad un santino. Totò era quello che più di tutti teneva alto il morale, uno estroverso, sempre pronto a farci ridere. Landucci era il bello del gruppo, sempre ben vestito. Poi c’era Rocco De Marco che aveva un amore incredibile per il suo cane. Un pastore tedesco che eseguiva ogni suo ordine, un esemplare davvero eccezionale, si chiamava Hunter”.

La tua più grande soddisfazione in maglia biancoverde? “Non voglio apparire come un presuntuoso. Tu mi conosci bene e sai che tipo sono ma dovrei elencartene alcune. Ricordo che in Coppa Italia eliminammo la  Lazio di Zeman. All’andata vincemmo per due a zero all’Olimpico. Una doppietta di Bertuccelli. Io marcavo Signori che per due anni vinse la classifica marcatori. Al ritorno loro volevano vendicarsi, ci dissero che ci avrebbero fatti neri. Risultato? Finì zero a zero ed anche in quella occasione Signori non mi fece gol. A fine gara si indispettì così tanto che non volle scambiare la maglia con me. Il motivo? A suo dire avevo giocato con troppa enfasi.  Meglio cosi, noi superammo il turno facendo fuori una squadra di serie A. Una soddisfazione non da poco se calcoli che quell’anno giocavamo in C”.

Parlami della finale contro il Gualdo Tadino. “A Pescara erano di fronte due buone squadre, loro avevano Di Napoli n attacco e Novellino in panchina. Dico la verità, meritammo di vincere ed a me toccò battere l’ultimo rigore”. Si, arrivammo ad oltranza e tu ci regalasti la B. “Sono momenti in cui devi fare la scelta giusta. Guardai negli occhi i miei compagni, la responsabilità era enorme. Bene, non mi feci pregare, presi il pallone e mi portai sul dischetto”. Roberto Carannante è un tipo di persona che non può non piacervi. Sincero, onesto e sempre disponibile. Altro giro, altra corsa. Non perdeteci di vista, potreste pentirvene.

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