(New York)- 25 aprile, il mondo del cinema festeggia un compleanno speciale: Al Pacino compie 85 anni, un traguardo importante per una delle figure più carismatiche e influenti della storia del grande schermo. Con una carriera che abbraccia oltre cinque decenni, Pacino ha dato vita a personaggi iconici, attraversando generi, epoche e registri interpretativi con una forza espressiva che pochi attori possono vantare.Al Pacino non è solo un attore: è un monumento vivente alla recitazione, ogni sua apparizione — che sia sul grande schermo, in teatro o in televisione — è un evento, con la sua arte ha esplorato l’animo umano in tutte le sue sfaccettature: il potere, il dolore, la redenzione, la rabbia, l’amore.
A 85 anni, Pacino continua a recitare, dirigere e vivere il cinema con la stessa passione degli esordi, un icona per le generazioni di attori e cinefili che oltrepassa mode e generi. Il suo stile unico — fatto di intensità, profondità emotiva e un’inconfondibile voce roca — ha lasciato un segno indelebile nella settima arte, e in questa occasione speciale, vogliamo ripercorrere insieme i suoi ruoli più memorabili: quelli che hanno definito — e ridefinito — il concetto stesso di recitazione. La filmografia di Pacino è una costellazione di personaggi divenuti icone. Ciò che impressiona non è la quantità dei successi, bensì l’intensità con cui ha saputo farli vivere.
Michael Corleone ne “Il Padrino” di Francis Ford Coppola è forse l’esempio più emblematico: l’eroe tragico per eccellenza, che passa dall’innocenza tormentata alla fredda spietatezza. Al Pacino modella il personaggio con un minimalismo espressivo che ricorda il teatro nô: lo sguardo basso, la voce contenuta, l’assenza di compiacimento. La sua interpretazione ridefinisce il concetto stesso di “silenzio narrativo“, rendendo eloquente ogni pausa, ogni sguardo laterale .In “Scarface” di Brian De Palma, il baricentro recitativo si sposta sull’eccesso, sul delirio messianico del potere. Il suo Tony Montana è un mostro shakespeariano in salsa pop, ma costruito con una dedizione mimetica che lo rende disturbante e magnetico: la voce spezzata da un accento artificiale, la postura animalesca, l’energia distruttiva che brucia ogni legame umano.
Con “Heat” di Michael Mann, ci troviamo di fronte a un’opera sulla solitudine dell’uomo moderno, sullo specchio che riflette due destini paralleli. Vincent Hanna è l’apice di un certo modo di recitare l’ossessione: verbosa, incalzante, quasi jazzistica nel ritmo. Pacino è figlio dell’Actors Studio, dove si forma sotto l’ala di Lee Strasberg. Il metodo Stanislavskij, filtrato attraverso l’intransigenza americana del “Method”, diventa per lui un processo interiore. L’attore non interpreta, diventa. Ma in Pacino il metodo non è mai manierismo: è tensione etica verso la verità, un continuo smascheramento dell’io per arrivare al nucleo incandescente del personaggio. È celebre la sua dedizione maniacale: mesi di prove, studio ossessivo della psicologia del ruolo, immersione totale nella parte fino al limite della trasfigurazione personale.
Il teatro non è mai stato per lui un ritorno nostalgico, ma una continua ricerca: basti pensare che ha fondato una propria compagnia di off-Broadway.
Shakespeare, O’Neill, Mamet: ogni autore è un labirinto in cui l’attore si perde e si reinventa. Sul palco, Pacino libera il gesto, rompe la quarta parete, si confronta con la durata vera del tempo scenico.
Le sue messe in scena sono laboratori vivi: “The Merchant of Venice“, “Salome“, “Orphans“. Il teatro, per lui, è “il luogo della verità non mediata”, una forma di spiritualità performativa.
Come si legge nel libro, Al Pacino è cresciuto nel quartiere South Bronx, di cui ha ricordi ben precisi: “Ci arrampicavamo sulle cime dei tetti e saltavamo da un palazzo all’altro. Ci aggrappavamo ai sedili posteriori degli autobus e se volevamo del cibo, lo rubavamo”. A ‘salvarlo’ è stata la madre, tenendolo lontano dalle cattive compagnie: “Ero furioso che mi dicesse di non uscire, ma mi ha salvato la vita”. Il mondo dello spettacolo è entrato nella sua vita a 15 anni, quando ha visto a teatro Gabbiano di Čeheov. Solo un anno dopo, ha lasciato la scuola per inseguire il suo sogno, fino a iscriversi all’Actors Studio. Nel mentre tanti lavori per mantenersi economicamente, dal fattorino al cameriere e bidello.
Nel corso della sua carriera Al Pacino ha dovuto affrontare diversi momenti difficili, spesso rifugiandosi nell’alcol: “L’alcol ha un potente effetto depressivo e mi ha devastato”. Alla fine degli Anni Ottanta, dopo un paio di insuccessi, aveva smesso di lavorare e stava andando sul lastrico. Fu la sua fidanzata di allora, Diane Keaton, ad aiutarlo a riprendere in mano la carriera. Nel 2020 è stato sul punto di morire a causa del Covid, come aveva raccontato al new York Times: “Mi si è fermato il cuore per alcuni attimi”. In più, da poco è diventato padre per la quarta volta, a 83 anni, avuto con la fidanzata Noor Alfallah.
