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CRISTIANO BERGODI

IL GLADIATORE BIANCOCELESTE

Di Michele Pisani

È il sogno di tutti quelli che amano il gioco del pallone. Incontrare i calciatori, poterci discutere come gli amici al bar. Chi lo può fare lo deve riconoscere, ammettere di avere l’opportunità che molti altri agognano. Un semplice latore di giudizi, nell’esercizio della sua funzione, può imparare tanto dal contatto con gli atleti che scendono in campo ma anche da tutti gli addetti ai lavori. Dover commentare, voler anche, a volte a sproposito, giudicare la prestazione di un calciatore o le scelte dell’allenatore non è impresa per tutti. Ricordarne le gesta, poter e con dovizia, narrare gli episodi abbisogna di un elemento determinante. Quale? La fortuna di aver vissuto e direttamente quei momenti. Diciamo pure che si tratta di un modo, indolore, di accettare di avere una certa età. Abbiamo chiacchierato ed anche piacevolmente con Cristiano Bergodi. Oggi è un allenatore con un pedigree di rispetto avendo lavorato a Brescia, Pescara e Modena ma vanta anche una importante esperienza in Romania alla guida dello Steaua Bucarest del vulcanico patron Gigi Becali, con il National ed il Rapid, sempre nella capitale. Ha fatto benissimo a Iasi con il Footbal Politehnica e lo stesso anche con la CFR in quel di Cluj Napoca. Da quelle parti ‘este un om respectat’. Ma di questo ne parleremo alla fine. Dicevamo oggi, in passato e dal 1984 sino al 1999 ha giocato a calcio. Chi non lo ricorda sa poco o nulla del calcio, quello vero.

 

Cristiano Bergodi nella sua carriera ha dato tanto e lo ha fatto, a suo dire e siamo totalmente d’accordo con lui, nel periodo del massimo splendore del calcio nel Belpaese. Nato a Bracciano, un paese di circa ventimila anime a meno di quaranta chilometri dalla capitale, inizia presto a coltivare la sua passione, a sedici anni è una stellina del Pescara. Alto un metro e ottantotto centimetri sceglie di giocare difensore centrale. Una diga da sorpassare, un enorme pilastro davanti al proprio portiere, facile pensare che abbia trovato posto per salire sino al posto più alto del calcio che conta. La conosciamo quella massima ma ci arroghiamo il diritto di cambiarla. “Chi bene inizia… ha solo iniziato”. In tanti sembrano campioncini ma poi, inesorabilmente, molti si perdono per strada. Cristiano aveva un sogno, Cristiano ha coronato il suo sogno. Diventa calciatore professionista nella compagine biancoceleste, a vent’anni è titolare in cadetteria. Cinque stagioni con la compagine abruzzese, due di massima serie poi il ritorno a casa sponda Lazio. Bergodi è diventato un calciatore apprezzato i tanti sacrifici sono stati ripagati e con gli interessi. “Caro Michele se ho giocato alcuni anni a massimi livelli lo devo principalmente a chi ha creduto in me e parlo della mia famiglia, di mio padre che lavorava fuori città macinava chilometri su chilometri per portarmi agli allenamenti. Questo è chiaramente un riferimento sul piano umano e familiare poi chi mi ha fatto esordire è stato Enrico Catuzzi, mi ha voluto in prima squadra e mi ha fatto esordire a diciannove anni in serie B e poi Giovanni Galeone con la massima serie, due bravi allenatori, due persone perbene. Ho avuto un buon rapporto anche con Zeman ai tempi della Lazio anche se volevo chiudere la carriera con i biancocelesti e non fu possibile. In sostanza ho avuto un buon rapporto con tutti gli allenatori anche perché caratterialmente mi ponevo bene, non ero uno che rompeva le scatole e soprattutto sopportavo la fatica degli allenamenti senza mai lamentarmi. Avevo grinta, ero bello tosto anche fisicamente e quindi facevo e bene la mia parte anche in campo”.  I grandi campioni, il calcio degli anni ottanta. Sei stato uno degli artefici, parlaci di quelli che hai incontrato. “Lo hai detto e la penso alla stessa maniera. Era, senza dubbio, il campionato più bello in Europa. Da noi c’erano i migliori stranieri ma anche gli italiani più forti di sempre. Appena arrivai io in A non c’erano più Platinì e Zico ma ho giocato contro Maradona, Van Basten, Careca, Dirceu, Gullit e tanti altri. Per rispondere in maniera esaustiva alla tua domanda debbo dire che Van Basten e Careca erano due campioni che ti mettevano in enormi difficoltà. Il milanista era bravissimo di testa, acrobatico e sapeva far salire la squadra. Anche il brasiliano non era da meno, forse e parlo di testa, non all’altezza dell’olandese ma restava uno dei più forti centravanti che abbia mai incontrato nella mia carriera”. Il giocatore che ti ha deluso o magari che non ha toccato palla quando lo hai marcato? “Eh…a quei tempi i più bravi stavano da noi ed era impossibile mettergli la museruola. Pensa che nei derby mi toccava marcare Rudi Woller che forse non era tecnicamente bravo come Van Basten e Careca ma alla prima occasione ti lasciava sul posto e se ne andava a fare gol. Lo ripeto ed anche con un pizzico di orgoglio. Quello degli anni 80 è stato il miglior calcio che io ricordi”.

Torniamo ad oggi, alla tua vita da allenatore. Sei stato in Romania, perché hai scelto l’ex Dacia? “Ho molti amici che vivono in Romania, uno di questi mi ha fatto conoscere i dirigenti della mia prima squadra ovvero il National di Bucarest. Era il duemilasei. Poi mi sono trasferito a Cluj Napoca, di nuovo nella capitale questa volta sponda Rapid. Poi sino a Iasi per poi tornare a Bucarest per allenare la Steaua”. La Juventus della Romania. “Si, in effetti gli ‘stelistii’ hanno vinto più di tutti e come sai meglio di me anche una Coppa Campioni”. Ti manca la Dinamo per completare le quattro grandi di Bucarest. “Forse perché li ho battuti spesso e magari non gli sarò simpatico, ovviamente scherzo. Se mi dovessero chiamare gli ‘alb-rosii’ è chiaro che non mi tirerei indietro”. Cosa ci puoi dire della Romania, in termini positivi ovviamente. “È stata una bella sorpresa anche se i tanti amici che ci vivono da tempo mi avevano anticipato che bisognava solo viverci per poter capire. Ci sono posti incantevoli e la gente è sempre disponibile e sorridente con noi italiani. A livello calcistico è chiaro che siamo più tecnici ma con il tempo faranno strada, i giovani ci sono e sanno fare i sacrifici, si può fare bene”. Dimmi qualcosa in rumeno. “De multe ore cred ca stiu mai bine romana decat italiana”. Eh, lasciamolo tradurre a chi è curioso di sapere cosa hai detto.

 

 

 

                                                                                                                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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