Ho lasciato alla notte il compito di rimettere in ordine le mie emozioni prima di tentare di recensire “Mentre morivo” di William Faulkner, cosa non facile.
Cinque fratelli ed il padre di questi devono raggiungere una località lontana per seppelire la madre appena morta e a cui avevano promesso l’ultimo riposo nella terra natia.
Durante il viaggio si compie il miracolo letterario della scoperta narrativa dei singoli personaggi, del loro universo, dei mostri che fagocitano la loro esistenza povera e semplice.
Le prime pagine sembrano costruite su frasi impazzite. Scoordinate. Isolate dal resto del mondo letterario poi si comprende essere solo frammenti di specchio riflettenti i sentimenti. È la scrittura la vera protagonista. Capace di comporre la storia durante la costruzione, capace di presentare i personaggi come persone. Faulkner regala un caleidoscopio di paure, represse nella paradossale incapace volontà di affrancarsi dagli altri che, a volte, gestiscono persino il respiro del lettore. In una storia così semplice, tutto è esasperato. Tutto è decadente. Tutto è magnifico. I 59 piccoli capitoli sono, ognuno, voce narrante del personaggio cui sono intitolati. Potrei parlare per ore, ma direi cose mai nuove allo sguardo del lettore che mi ha preceduta in questa scoperta. Un’ultima nota personale : ci sono pagine di altissimo valore narrativo, ma il capitolo in cui la madre racconta la sua ” vita viva” sono il Magnificat. La religiosità martellante delle ripetizioni sacrali di alcuni personaggi rappresentano altro punto di riflessione. Mi fermo, ma vorrei non farlo.
” Il pesce, tagliato a pezzi come viene viene, sanguina in silenzio nel tegame”
“Ma era un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre : semplicemente una forma per riempire un vuoto”
” Mia mamma è un pesce”.
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