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Mariano Brustio

ERA UNA GIORNATA DI SOLE

Di Cristofaro Russo

 

 

Mariano Brustio, classe 1959, ha collaborato alla stesura dei volumi su Fabrizio De André “E poi il futuro” – Mondadori 2001, “Belin, sei sicuro?” – Giunti 2003, come coautore al libro “Volammo Davvero” – Fondazione De André – Bur 2007 e per diversi mesi ha lavorato fianco a fianco a Fernanda Pivano durante la preparazione del volume “The Beat Goes On” – Mondadori. Storico socio fondatore della omonima Fondazione, ha curato decine di mostre itineranti su Fabrizio De André e la sua opera, dal 2000 ad oggi, spesso con il regista Pepi Morgia. Ha pubblicato suoi scritti e collaborato alla realizzazione del CD “Ed avevamo gli occhi troppo belli” ed al DVD “Ma la divisa di un altro colore” per la “editrice A”, con la quale tuttora collabora pubblicando articoli sulla rivista mensile “A”. Ha collaborato alla pubblicazione di un dossier relativo al cantautore francese Georges Brassens (A rivista n. 371) e ad un dossier relativo alle condizioni del Mar Mediterraneo (A rivista n.373). Ha collaborato alla realizzazione del DVD Fabrizio De André in Concerto – edito dalla Fondazione Fabrizio De André – BMG-Ricordi 2004 curandone la dettagliata discografia ufficiale. Nel 2016 ha pubblicato un suo racconto sul volume Fondazione “Nelle ferite del Tempo” (Photocity 2016), pro terremotati. Ha recensito racconti e romanzi di vari autori, non solo in ambito musicale e ne ha curato la presentazione pubblica in Italia. Vive e lavora accanto al lago Maggiore.

 

 

Come nasce l’esigenza di raccontare le vicende di questo marinaio ?

Da ragazzino andavo sul lago d’Orta, nel novarese. La casa dove passavamo l’estate era proprio sotto il ponte in sasso dove sfrecciavano i treni. Fuori dalla piccola stazione, dall’altra parte della strada c’era una panchina in legno che si affacciava sul lago, in mezzo ai platani del viale. In questa stazione spesso arrivavano turisti,  ma anche quei lavoratori che tornavano a casa per le loro ferie, ma lo avrei capito dopo. Ed un giorno ho realmente visto un tale col berretto da marinaio in un posto completamente fuori luogo, in mezzo alle colline e in un paesino di ottocento anime. Vuoi per la fantasia e per i racconti che anni dopo amici genovesi mi avevano fatto e nata quasi per caso l’esigenza, appunto, di dare vita a quelle figure incontrate e ricamarne le giornate con avventure che magari non avrebbero voluto vivere di persona.

 

 

Perchè un lettore dovrebbe leggere questo libro?

In realtà è una domanda che mi sono posto altre volte, almeno tutte quelle volte che spinto da qualcuno cliccavo l’invio del manoscritto verso un ipotetico editore. E la risposta mi è arrivata da una amica scrittrice che di sua volontà ha chiamato lei stessa qualche editore proponendo il mio racconto. Che allora non aveva nemmeno una forma precisa nè una trama ben definita, ma con mia sorpresa questa persona con la quale stavo lavorando su altri progetti, un giorno mi ha lasciato ad aspettare sul divano mentre lei leggeva quel racconto. Ma gli editori, le major dell’editoria almeno, a volte puntano sui cavalli vincenti e un perfetto sconosciuto non ha trovato la strada giusta. Di lei conservo una introduzione manoscritta al libro, ma per rispetto dopo che è venuta a mancare, ho preferito conservarla per me. Si trattava di  Fernanda Pivano.

 

 

 

Modelli di riferimento nella scrittura.

Sicuramente Àlvaro Mutis, con quelle sue minuziose descrizioni, quasi seicentesche, dei personaggi e dei luoghi, ma soprattutto della statura psicologica dei personaggi e della voglia e necessità di non lasciare che i protagonisti vengano travolti dal destino, ma artefici del loro stesso destino, anche a volte lottando con tutta le loro forza. Ed i protagonisti del mio racconto fanno proprio questo. La prima parte del racconto ricalca questo stile, se vogliamo chiamarlo così. La seconda parte per scelta è più dinamica e si sofferma meno nel particolare, forse avantaggio della trama.

 

 

 

Come ami trascorrere il tempo libero?

Sono curioso. Di tutto. La curiosità è un ingrediente che mi appartiene da sempre. E non la confondo con il pettegolezzo, come a volte tanti fanno. Essere curiosi ti porta a scoprire mondi che non ti appartenevano. Ti porta a conoscere quel filo che unisce le storie, ti posta a conoscere certi autori che ti erano sconosciuti, a volte anche solo leggendo gli autori di una canzone o le dediche e le citazioni nelle prime pagine di un romanzo. E la canzone e la musica sono una parte importante della mia esperienza. Da ragazzo mi infilavo di nascosto nello studio di mio padre e cercavo fra i suoi dischi solo quelli che erano accompagnati, nell’altra parte della libreria, dagli spartiti o dai libretti. E spesso finivo per ascoltare le sinfonie di Beethoven seguendo le partiture dell’orchestra. Conosco a memoria ogni attacco dell’Inno alla Gioia eseguito da Toscanini. O i concerti Branderburghesi di Bach o il clavicemabalo ben temperato. É così che imparato a suonare il suo pianoforte, di nascosto da lui, musicista, che temeva glielo scordassi.

 

 

Con il passare degli anni e con la radio spesso accesa, ogni tanto mi sorprendevo a canticchiare certe melodie che ti rimanevano nelle orecchie, ma soprattutto a cercare di ricordare le parole e i versi di certe canzoni. E fra le rime che non recitavano cuore-amore, c’era un certo Fabrizio De Andrè, molto raramente alla radio, che sapeva conciliare musica e parole. E come dicevo prima da lì sono stato fulminato, uno po’ come diceva Leonard Cohen “passando sotto l’arco di Elvira” parlando di Garcia Lorca, sono stato fulminato dalla sua arte. Negli anni ho collaborato attivamente con la Fondazione De Andrè di cui sono fondatore occupandomi di varie mostre allestite in giro per l’Italia. Ora mi dedico alla scrittura. Ma voglio precisare, non sono uno scrittore. Uno scrittore vive della sua opera, dei suoi libri, dei suoi articoli se volete. Mi piacerebbe farlo per professione, certo, almeno come quei cinquanta o cento al massimo di Italiani che scrivono romanzi tanto da potersi permettere pane e companatico, ma forse è un po’ prematuro. Resto con i piedi per terra. Sono un autore che si è cimentato in una avventura che aldilà della soddisfazione che potrà portare, resterà comunque un’opera compiuta. Che possa piacere o meno. Qualche lettore se ne è già innamorato. Sono felice almeno se saprò trasmettere le stesse emozioni che ancora a volte mi prendono rileggendo il racconto.

 

Un progetto futuro da realizzare ?

Sono banale, me ne rendo conto, ma continuare a raccontare le storie riaffiorate da chissà quale quaderno di bordo del Capitano Jacques Traverso e di sua moglie Mireille Boucher, comandante di fregata della Royal Navy Canadese. E chi sono mi chiederete? Siate curiosi anche voi, leggete “Era una giornata sole” e capirete.