Possiamo dirlo con certezza: qualcosa si muove nel panorama musicale italiano. Dall’insediamento del nuovo esecutivo il vento è cambiato. Almeno in radio. Da un paio d’anni la sbornia indie è bella che passata e ora che anche il pop italiano è tornato ad essere più vario e interessante, alcuni dei nostri fuoriclasse hanno rimesso le mani in pasta. La novità è che stavolta non ci sono solo brani orecchiabili e ben scritti ma il ritorno di fiamma della “canzone d’impegno civile”. Non avremmo “Il ragazzo della via Gluck” o “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” eppure siamo molto vicini a classici del genere. Pezzi che per suono e tematiche dimostrano gli ottimi tempi di reazione – e lo stato di salute – della nostra canzone. 
Chi ringraziare? La propaganda e le politiche reazionarie dell’attuale governo, ovviamente. Ma torniamo a noi.
Coca Zero – Pinguini tattici nucleari. “Signora mia, che cosa vuole che le dica / Sua nipote e la sua amica / Hanno fatto coming out / Sono pan, mica pan per focaccia / E per quanto a lei non piaccia / Qui si pone un aut aut / Il lume della ragione s’incendia / Se il boomer non da ragione al millennial / E muore chi non si adegua / Alzi la testa tipo la giraffa di Lamarck / E si lamenti che viviamo in una società / Toglieranno Gesù dalla parete / Mentre lei rimpiange di quando c’era lui / L’inno di Mameli si canterà in inglese / Nel paese pure al bar si parlerà di gender fluid”.
“Coca Zero” è una canzonetta scritta in coda alle poste chiacchierando con una pensionata o, perché no, una premier di mezz’età, di come il Paese vada a rotoli. E la cosa divertente è che Zanotti & Friends ci facciano vedere con la solita leggerezza che il governo più passatista di sempre stia dietro alle massime popolari più che ai minimi storici. E “chi urla alla marchetta / è il primo che canta”.
OUTSIDER – Nitro. Mentre quel fenomeno di Lazza droppa un pezzo che a chiamarlo musica ci vuole una bella fantasia, quello scappato di casa di Nitro lancia una granata nel privé che si chiama OUTSIDER. Titletrack per niente retorica, solo asfalto su tutta la scena trap (perché il rap, signori, è un altro mestiere) e il culto del denaro che – repetita iuvant – non ha un bel niente a che vedere con la strada. “Coraggio liberisti, buttate giù le carte / Tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / In questo benedetto assurdo bel paese,” cantava Guccini. Che è un po’ come dire:
“Non c’è niente che mi fa più pena / Di un pezzente che difende i ricchi / […] Se il futuro è perduto per certo / Penso, “Fanculo quell’1%” / Ci chiamavi feccia, massa, plebe, merce / Noi vi chiamiamo merde, da sempre / […] Metterei un lord dentro un call center / Lotta di classe, fanculo l’élite / Mai scambiato il grano per fede / Di fatti al collo noi non avevamo il bling / Ma lo stemma del tuo Mercedes / Chi non fa sconti regola i conti / Sentiamo l’odio nei nostri confronti / Quando realizzi con tutti i tuoi soldi che a noi non ci compri?”.
Andiamo ai rave – Baustelle. Dopo quattro anni di silenzio i mistici di Montepulciano ci regalano un disco alla vecchia maniera, chitarra, basso, piano e batteria. E noi non possiamo che godercelo, coi suoi testi crudi e schietti – linea di cui i Baustelle sono maestri indiscussi. Venato di soul il pezzo di apertura non è l’affronto politico che ci aspetteremmo: è il racconto sincero e gentile del disagio diffuso della generazione Z. Andiamo ai rave:
“Per dimenticare i nostri cuori deserti / E che un giorno o l’altro si dovrà pur morire / Andiamo ai rave / Per restare vivi organizziamo concerti / Party sulla spiaggia dove socializzare / Per non vedere il vuoto mai / Dentro di noi / […] Andiamo ai rave /Mostri solitari, ci obblighiamo a concerti / Party sulla spiaggia dove bere e scopare / Per non guardare a fondo mai / Dentro di noi”.
Qualcosa di simile lo ha fatto Naska con “Polly”, l’anno scorso. Una ragazza di oggi che scrolla le vite degli altri su Instagram, in balia di amori vuoti e droghe per anestetizzarsi l’anima.
“A Polly non basta, ne voleva di più / Sognava in grande e aveva grosse pretese / Il prossimo passo diceva era la TV / Era disposta a tutto per farlo in quel mese / A Polly se solo mamma sapesse / Ti vedesse così adesso che cosa direbbe?”.
Che ricorda molto “Betty” (“L’amore e la violenza”, 2017) che: “Manda messaggi al mondo / Quando le va di uscire / Che bel profilo / E quante belle fotografie / Betty è bravissima a giocare / Con l’amore e la violenza / Si fa prendere e lasciare / Che cos’è la vita senza / Una dose di qualcosa / Una dipendenza”.
Dalla parte del torto – Vinicio Capossela. Era febbraio del 2021 quando il capo del primo partito d’opposizione, Giorgia Meloni, diceva di essere fuori dalla maggioranza citando l’Opera da tre soldi di Brecht: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano occupati”. Adesso che è lei che comanda:
“Se sei razzista e se sei sessista / Che problema c’è? / Dalla parte del torto / Detassati e ignoranti, egoisti, opportunisti / Tutti a cuor contento / Dalla parte del torto / Tutti brutti e sinceri quando saremo tanti / Quanto saremo veri / Dalla parte del torto”.
Quest’anno Vinicio Capossela tira fuori dal cilindro “Tredici canzoni urgenti”, un album indubbiamente suo, con quell’impasto di folk/country degli ultimi lavori ma anche il jazz scanzonato dei primi tempi. Una prova è il gioiello andato in onda qualche sera fa sulla Rai che si chiama “All you can eat”.
“Mangiati il sistema / Mangiati il lowcost / Divorati la terra / Divora il permafròst”.
Un brano sulla nostra voracità animale, dipinta con tocchi ironici nelle sue conseguenze drammatiche.
E mentre i nostri governanti stanno seriamente lavorando e i giornalisti – quelli veri – rischiano la galera, non possiamo che augurarci che gli unici patrioti di cui disponiamo, i musicisti, possano continuare ancora a dire quello che gli va.
