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GUGLIELMO STENDARDO

L’avvocato dei campioni

Imponente difensore centrale partenopeo, con i suoi 190 cm di altezza ha conquistato milioni di tifosi per il suo talento e le sue qualità calcistiche che adoperava in campo indossando le più prestigiose maglie della serie A, come Napoli, Lazio, Sampdoria, Atalanta, Juventus. L’avvocato dei campioni non ha raggiunto alti livelli solo nel calcio, ma anche nella carriera accademica, oggi è professore di diritto sportivo all’Università Luiss di Roma. Twikie non poteva non incontrare ed intervistare il grandissimo Guglielmo Stendardo, per conoscere meglio il suo passato, il presente e il suo futuro.

 

Ciao Guglielmo, mamma medico e papà sociologo. Come nasce la tua passione per il calcio?

Ciao Federica. Mio fratello ed io siamo sempre stati molto attratti da questo meraviglioso sport e da bambini giocavamo sempre a calcio. I miei genitori tenevano molto allo studio e mi permettevano di giocare a pallone soltanto se non avessi abbandonato le scuole. Ho iniziato per gioco il mio percorso calcistico, e così, a soli 17 anni, c’è stato l’esordio nel Napoli. Grandissima  soddisfazione, dato che parliamo della squadra della mia città a cui sono legatissimo essendo partenopeo. Dopo di che ci sono state varie esperienze, tra cui Sampdoria, Perugia, Catania, Atalanta, Juventus, 7 anni con la Lazio per poi concludere la mia carriera a Pescara. Mi reputo fortunato, perché sono riuscito a realizzare un sogno che non pensavo mi portasse a livelli così alti, e devo dire grazie alla mia splendida famiglia e alla mia forte determinazione e passione che mi accompagnano sempre nel percorso della mia vita.

 

Hai indossato maglie davvero importanti, come quella del Napoli, Juventus, Lazio. Ma quale porti ancora nel tuo cuore e perché? 

Ovviamente la maglia della mia città. La maglia del Napoli è quella che rimarrà impressa per sempre nella mia mente e soprattutto nel mio cuore, perché è da lì che inizia tutto: il mio percorso da bambino nel settore giovanile del Napoli, fino all’esordio in serie A nel Napoli, per concludersi con la delusione di lasciare la mia città, la mia famiglia e i miei amici. Puoi ben capire che per me la maglia del Napoli rappresenta la fase della mia adolescenza e quindi forse i ricordi più belli. Però devo dire che dopo la maglia del Napoli ho avuto la fortuna di indossare altre maglie altrettanto prestigiose come quella della Lazio, che porto nel cuore come un ricordo molto speciale. La Lazio per me è come se fosse una seconda mamma, rappresenta la prima squadra della capitale, rappresenta Roma, la città più bella del mondo, e rappresenta una tifoseria che secondo me in Italia è incomparabile sotto tanti punti di vista per il calore, la passione e l’entusiasmo che ha soprattutto nei momenti più difficili.

Parlando proprio della Lazio, tu hai giocato anche con Simone Inzaghi. Ci racconti un ricordo speciale che hai di lui?
Ho conosciuto Simone nel 2006 con il mio arrivo alla Lazio. Più che un ricordo speciale di lui, posso dirti di aver capito subito che lui era un ragazzo speciale, dalla sua educazione, dai valori umani importanti trasmessi dalla sua famiglia e dalla sua grande passione per il calcio. Già in quegli anni conosceva tutti i calciatori delle varie categorie e questo ti faceva percepire il suo attaccamento a questo meraviglioso lavoro. Dopo di che è diventato un grande allenatore, grazie al continuo aggiornamento, studio, esperienza ed impegno che ha dato per la squadra e soprattutto grazie alla società che gli ha dato questa grande opportunità.

Un aneddoto particolare che hai vissuto durante la tua carriera calcistica?
Un aneddoto particolare che ti posso raccontare e che creò dei malumori con il mio mister dell’epoca Colantuono, fu quando dovetti scegliere se essere presente ad una partita importante o andare a Salerno a sostenere l’esame per diventare avvocato. Ovviamente il mio cuore mi ha guidato verso la seconda opzione, e ad oggi posso dire di essere molto soddisfatto della scelta che ho fatto… spero di essere da esempio a tanti giovani ragazzi di oggi.

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuole intraprendere la carriera da calciatore?
Consiglio ai giovani di oggi principalmente di studiare, di iniziare a preparare il piano B e possibilmente anche il piano C, perché, come dico sempre, “il calcio è un contratto a tempo determinato” e anche se hai guadagnato tanto – e mi riferisco al 5% della categoria dato che i veri fortunati sono coloro che giocano in serie A – devi avere la razionalità dell’utilizzo dei soldi che hai guadagnato e negli investimenti effettuati. Io mi ritengo molto fortunato, perché ho avuto una famiglia alle spalle che mi ha sempre guidato, consigliato e spronato affinchè studiassi e mi formassi per diventare un uomo migliore.

 

Quanto è cambiato il calcio di ieri rispetto a quello di oggi?
Ai miei tempi si tendeva a far scendere in campo i giocatori con maggiore esperienza, ad oggi invece si tende a far giocare molto i giovani, quindi a puntare quasi tutto su di loro e a volte questo non è molto positivo. Credo che sia giusto investire nel settore giovanile, ma occorre far giocare i giovani che meritano di giocare, i ragazzi davvero bravi che hanno grandi qualità e talento. Oggi invece ho come la sensazione che i cosiddetti “under” trovino spazio senza merito.

Qual è stato l’attaccante più difficile da marcare?
Di attaccanti forti ne ho marcati tanti, tra cui Ibrahimović, Shevchenko, Ronaldinho, Kaká e Higuaín. Mi manca però Cristiano Ronaldo, perché ormai sono vecchietto per il calcio e quindi non ho avuto modo di giocare contro di lui, ma credo che sia il calciatore più forte al mondo per l’atleta e l’uomo che è.

Interrompi la carriera calcistica e ti dedichi al mestiere di avvocato. Cosa ti ha spinto in questa scelta?

Mi sarebbe piaciuto diventare medico, come mia madre, ma come ben sai per entrare alla facoltà di medicina bisogna passare un test molto difficile, in più occorre l’obbligo di frequenza e con il calcio sarebbe stato impossibile. Ho iniziato all’università di Genova con i primi esami e pian piano mi sono molto appassionato alla materia, tanto è vero che ho iniziato a collaborare con diverse cattedre: diritto privato, diritto comparato e diritto dello sport.

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Federica: Ecco ti interrompo subito, so che attualmente alla Luiss hai una cattedra del  il diritto sportivo. Ci racconti quali sono le problematiche che potrebbe incontrare uno sportivo/calciatore?

Guglielmo: Le problematiche riguardano la tutela dell’atleta a 360° e quindi non soltanto la parte che riguarda le trattative, la negoziazione, la risoluzione, la rescissione. Io credo che la tutela di un calciatore riguardi la parte economica-finanziaria, ma molto più importante la parte fiscale, la parte assicurativa, la parte nutrizionale, la protezione e la gestione del patrimonio. Io mi occupo del rapporto di lavoro tra l’atleta e le società, e sotto questo profilo non c’è soltanto la contrattazione, ma ci sono anche i contratti per la cessione dei diritti d’immagine, i problemi legati al mobbing e il post carriera. Tema molto importante, perché bisogna tener conto che un’atleta a 35 anni smetta di lavorare e bisogna cercare di formare i calciatori durante il periodo calcistico e non dopo, perché dopo è troppo tardi: un percorso professionale sportivo per il reinserimento nel mondo del lavoro va preparato, coltivato e nutrito molto tempo prima. Oggi invece ci ritroviamo tanti atleti che a cinque anni dalla fine della carriera vivono in uno stato di indigenza, questo significa che le società al momento pensano soltanto al risultato economico sportivo e poco si occupano del post carriera di tanti ragazzi che all’età di soli 35 anni rischiano di trovarsi pensionati.

Progetti futuri?

Il mio progetto futuro è quello di poter aiutare gli atleti nella gestione, nella tutela economica e giuridica a 360°. E soprattutto continuare ad essere un esempio per tanti giovani, dato che lo sport è un veicolo di valori davvero importanti perché comprende il rispetto delle regole, il fair play, la lealtà, il rispetto dell’avversario che non è da considerare un nemico da abbattere a tutti i costi ma solo un avversario nei 90 minuti, il rispetto per l’arbitro – che nella società civile può rappresentare le istituzioni, la magistratura – per i dirigenti, i tifosi, la stampa. Penso che se vogliamo cambiare qualcosa in questo mondo bisogna fare una rivoluzione culturale. Tante volte ne parliamo all’Università con il Rettore, e noi come Luiss stiamo cercando di dare un segnale di cambiamento creando innanzitutto i valori nello sport, quelli che ti ho citato prima e poi abbiamo una squadra in promozione che è costituita da soli ragazzi che studiano o che sono laureati nel mondo Luiss. Infatti, anche io per giocare mi sono dovuto iscrivere ad un master  sulla proprietà intellettuale che ancora oggi continuo a frequentare. Tutto questo lo stiamo facendo perché vogliamo emulare i college americani e vogliamo comunicare ai giovani che nella vita si può fare sport anche a certi livelli, ma contestualmente non perdere di vista lo studio per creare manager, dirigenti del domani migliori e più preparati rispetto a quelli attuali e credo che questo possa passare attraverso i valori che lo sport dà a tutti i giovani.

Cosa sogna ancora Guglielmo Stendardo?
Federica credo che per me la realtà sia andata oltre i miei sogni. Ringrazio Dio, la mia famiglia e me stesso, perché so quanto ho dovuto lottare per arrivare nel calcio e nello studio. Il mio sogno è quello di continuare a fare ciò che io amo fare, quindi la grande passione che ho per lo sport e per il diritto sportivo, poi mi auguro di poter creare una famiglia.

(Questa foro ritrae  nostra bravissima inviata Federica Del Re con l’ Avvocato Guglielmo Stendardo alla fine dell’ intervista rilasciata alla nostra testata giornalistica) 

 

 

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