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UNA GRANDE PASSIONE BIANCOVERDE

Carmine Cucciniello tifoso biancoverde da appena 77 anni.

Di   Rino Scioscia

 

E’ diventato assai difficile, ormai, trovare in giro appassionati come lui. Dall’età di undici anni, Carmine Cucciniello, classe 1930, (ottantotto primavere portate sulle spalle senza fatica, con dignità e fierezza da vendere) ha un amore viscerale per l’Avellino. Un amore custodito nel suo cuore, che ha battiti biancoverdi da 77 anni. Un record incredibile.
La sua irrefrenabile passione per i Lupi lo ha portato, dal 1941 ad oggi, a seguire le sorti delle undici maglie biancoverdi dovunque dovessero disputare una partita.
Carmine ha visto il suo Avellino giocare in tutte le categorie: dal campionato di Prima Divisione Campana fino alla Serie A, conquistata dai Lupi nel giugno del 1978, dopo la storica vittoria di Marassi contro la Sampdoria, grazie al gol di Mario Piga.

 

 

 

 

Dopo il matrimonio, negli anni cinquanta, convinse la moglie, Costantina Feoli, a condividere con lui le domeniche sui campi di calcio.
Da allora Carmine e Costantina (unitamente al loro figlio Alfredo, e successivamente al nipote Boris) non hanno mai smesso di incitare i Lupi. Poi, purtroppo, un po’ di tempo fa, Costantina è andata a fare il tifo per le undici maglie biancoverdi dagli “spalti del cielo”, lasciando suo marito Carmine a seguire le alterne vicende calcistiche dell’Avellino senza il conforto della moglie tifosa.
E questo vecchio tifoso avellinese continua pervicacemente ad andare allo stadio anche adesso che i Lupi sono caduti dalla Serie B direttamente negli inferi della serie D.
Neppure il freddo, riesce a fermarlo, perchè Don Carminuccio (come lo chiamano gli amici del quartiere dove abita) avvolge il capo e la barba canuta nella sciarpa biancoverde, comprata ai tempi della serie A, e si avvia senza indugio verso lo stadio, sotto al braccio del nipote Boris.

 

 


La società attuale, quella che fa capo alla proprietà dell’Ing. Gianandrea De Cesare, rappresentata dal solerte presidente, Avv. Claudio Mauriello, ha sentito il dovere morale di assegnargli la tessera di abbonamento n.1.
Quanti ricordi nella mente e nel cuore di Don Carminuccio, passando dal palcoscenico del mitico Piazza D’armi, il piccolo campo in terra battuta al centro della città (esattamente dove adesso si trova il Tribunale) degli anni quaranta, fino a quello molto più confortevole dello stadio Partendo-Lombardi, dal dicembre del 1970 ai giorni nostri.
L’Avellino gli ha regalato emozioni, lacrime, gioie, ma anche tanta tristezza, quando le sorti dei Lupi non coincidevano con le aspettative ed i sogni dei tifosi biancoverdi.
Quanti presidenti si sono avvicendati alla guida della società avellinese: da Annito Abate ad Antonio Sibilia, da Arcangelo Iapicca (a cui si deve la storica promozione in serie A) ad Elio Graziano, per citare quelli del massimo splendore sportivo dei Lupi.
A proposito di gloria sportiva, Carmine Cucciniello ricorda quella della grandissima cavalcata dell’Avellino nel campionato 1972-1973, che aprì le porte alla prima, storica promozione in serie B. In quella stagione, al termine di un’aspra contesa tra i Lupi irpini ed il Lecce, i biancoverdi ebbero la meglio sui salentini, con un record incredibile di punti: 62 su 38 partite (all’epoca le vittorie valevano due punti), con 28 vittorie e 64 gol fatti.
L’ottantottenne tifoso irpino ricorda ancora il mitico undici, che, guidato da quel grandissimo trainer che era Tony Giammarinaro, portò l’Avellino a scrivere pagine di gloria assoluta:

1) Miniussi
2) Codraro
3) Piaser
4) Zucchini
5) Piccinini
6) Fraccapani
7) Nobili
8) Zoff
9) Marchesi
10) Pantani
11) Bongiorni

 

 

 

Ma il suo orgoglio di Lupo vero sale a mille quando Carmine comincia a ricordare e a raccontare la leggenda dell’Avellino nel decennio d’oro della serie A. Le incredibili gesta di quella piccola provinciale che rivaleggiava, e spesso superava squadroni come la Juve, l’Inter e il Milan, e affrontava il derby con il Napoli di Maradona senza alcun timore reverenziale.
E allora gli sembra di averli ancora davanti agli occhi quei ragazzi che seppero inebriare il popolo biancoverde di fierezza: i portieri Ottorino Piotti, Stefano Tacconi (che, attraverso la Juve, arrivò anche in nazionale) e Giovanni Cervone; i difensori Salvatore Di Somma, Cesare Cattaneo, Carlo Osti, Luciano Favero (che passò anche lui alla Juventus di Michel Platini); e poi i centrocampisti Beniamino Vignola (che proseguì anch’egli la sua grande carriera nella Vecchia Signora, andando a conquistare anche una Coppa delle Coppe con un suo bellissimo gol).
Il viso di Carmine si illumina quando cita Nando De Napoli, il ragazzo di Chiusano San Domenico, che con la maglia dell’Avellino arrivò in Nazionale e partecipò ai Mondiali in Messico, per poi passare al Napoli e, successivamente al Milan. E poi la favola di Angelo Alessio, che arrivò ad Avellino dal Solofra, in serie D, e giocò in massima serie sotto la guida del grande Ivic. Anche la carriera dell’attaccante di Capaccio sarebbe stata, dopo la parentesi con la maglia biancoverde, ad altissimi livelli, con la Juventus.

 

 

(Il signor Carmine qui fotografato con Gigi Molino bandiera biancoverde)

Si entusiasma don Carminuccio a parlare dei fenomenali stranieri passati per Avellino, lasciando un solco indelebile, come George Juary, il piccolo brasiliano che correva ad una velocità supersonica e, dopo aver segnato, andava a fare il giro attorno alla bandierina. L’ala destra Geronimo Barbadillo che seminava gli avversari con le sue serpentine e spesso “toglieva le castagne dal fuoco”, realizzando gol decisivi. Il grande Josè Dirceu, che colpiva la sfera con precisione e potenza, ed era l’incubo numero uno dei portieri avversari, per le sue micidiali punizioni, che spesso non davano scampo.
E poi Ramon Diaz, il grande centravanti della Nazionale argentina, che il Napoli licenziò troppo in fretta, facendo un grandissimo favore all’Avellino. Il “puntero triste”, com’era soprannominato Ramon, con la squadra biancoverde segnò gol a grappoli, regalando tre salvezze miracolose.
Per chiudere il cerchio dei suoi ricordi sui Lupi nella massima serie, Don Carmine ci parla del più grande tecnico biancoverde, quel Luis Vinicio che, pur guidando una piccola provinciale, seppe dare a tutte le squadre avversarie lezioni di gioco, ricevendo anche gli elogi del mitico giornalista Gianni Brera.

 

Dopo aver rievocato quell’inarrivabile decennio di gloria biancoverde, la lucidissima memoria dell’ottantottenne tifoso avellinese, si sofferma sul clamoroso ritorno al timone della società del Comm. Antonio Sibilia, che, ormai molto avanti con gli anni, alternò cose meravigliose, come la promozione ottenuta nello spareggio con il Gualdo sul neutro di Pescara, davanti a quindicimila tifosi avellinesi, ad altre meno positive come la retrocessione dalla serie B e la successiva decadenza della squadra, con la caduta nell’inferno della serie C.
Dopo un volo di circa 20 anni, don Carminuccio arriva alle recenti vicende dei Lupi, ricordando quella maledettissima traversa colpita da Gigi Castaldo, nella semifinale play off per la promozione in serie A, sulla quale si infransero i suoi sogni, e quelli di tutti i tifosi biancoverdi, di un clamoroso ritorno dopo 30 anni nella massima serie.
In quella serie A, che è ancora oggi custodita nelle pupille e nel cuore, dai battiti biancoverdi, di Carmine Cucciniello, tifoso antico ma non ancora stanco di seguire i suoi Lupi, settantasette anni dopo quella prima emozione per l’Avellino, nel lontano 1941.

 

 

Credit photographer:  Ph Boris Giordano