Quando la nebbia precede la gloria
Trentadue anni fa, a Belgrado, una provvidenziale nebbia ‘rossonera’, aiutò il Milan a passare il turno in Coppa Campioni. L’inizio di un ciclo vincente

Quando parliamo di Stella Rossa, limitandoci agli ultimi anni, pensiamo al fatto che nella scorsa stagione sia stata inserita nel girone di Champions insieme a Napoli, Liverpool e Paris Saint Germain. Il debutto europeo del Napoli di Ancelotti è avvenuto proprio al Marakana di Belgrado, straordinaria la cornice di pubblico, una bolgia di tifo, colori e passione. Finì 0-0 la partita, ma per gli azzurri si trattò di una mezza sconfitta perché fu evidente la superiorità in campo, la produzione offensiva fu copiosa mancò la fase di finalizzazione, mentre al ritorno venne fuori il notevole divario tecnico anche nel risultato (3-1). Prima di mettere piede al Marakana, è probabile che Ancelotti si sarà ricordato di quando era un calciatore e, con la maglia del Milan, se la vide bruttissima in quel catino. Era la stagione 1988/1989, il Milan di Arrigo Sacchi degli italiani Baresi, Maldini, Costacurta, Tassotti, Ancelotti, Donadoni e i tre grandi olandesi, Rijkaard, Gullit e Van Basten, si apprestava a disputare gli ottavi di Coppa dei Campioni, attuale Champions League.

All’andata, a San Siro, non si registrò un risultato positivo per i rossoneri che, passati in svantaggio per la rete di Stojkovic, pareggiarono con Virdis non riuscendo, però, ad andare oltre il pari casalingo. Al ritorno sarebbe stata difficile in quel di Belgrado. La gara, infatti, vide gli slavi in grande spolvero, per gli uomini di Sacchi davvero era difficile mantenere il ritmo forsennato dei padroni di casa a cui mancava solo il gol. E quel gol arrivò nella ripresa con Savicevic, il Milan non riusciva proprio a reagire e si apprestava a salutare mestamente la competizione europea. Per di più, si aggiunse anche l’espulsione di Virdis, con un gol da recuperare e un uomo in meno, serviva un miracolo, solo un episodio poteva cambiare le sorti di quella partita. E quell’episodio avvenne, ma non in campo, bensì a livello atmosferico. Su Belgrado scese una fitta nebbia che rese impossibile la continuazione della partita a poco più di mezz’ora dal termine.

A quei tempi, non si recuperava partendo dal punto in cui era avvenuta la sospensione, si rigiocava la partita dal primo minuto. Il giorno dopo le squadre erano di nuovo in campo. Van Basten portò in vantaggio il Milan, ma il solito Stojkovic firmò il gol del pari e, così, si andò ai rigori. Nella lotteria dagli undici metri, Rijkaard segnò il gol decisivo che permise ai rossoneri di approdare ai quarti. Quell’odissea del giorno prima, che vedeva un Milan alla mercé della Zvezda, si trasformò nell’apoteosi del giorno dopo. Chissà cosa sarebbe successo se lo stadio non fosse stato avvolto da quella nebbia, soprattutto considerando cosa è successo dopo. Perché il Milan, grazie alla lotteria dei rigori, superò il turno ma poi ai quarti eliminò il Werder Brema e nella doppia semifinale ridusse in poltiglia il fortissimo Real Madrid dell’asso Butragueno. Dopo l’1-1 dell’andata, a San Siro si giocò la partita perfetta, il Milan fu devastante, una macchina da guerra tanto da mortificare i galacticos servendo un pokerissimo. 5-0 e tanti applausi da parte di tutta Europa verso quello spettacolare Milan di Sacchi.

Nella finale di Barcellona, l’avversaria era la Steaua Bucarest e fu solo una passerella per la corazzata rossonera. 4-0 e Milan campione d’Europa. Nove gol realizzati e zero incassati negli ultimi 180’ di una avventura emozionante e memorabile, che inseriva il Milan nella storia e che, conservando la stessa squadra, si ripeté l’anno successivo. Due Champions conquistate in due anni, una epopea da impazzire. Eppure, tutto partì dalla nebbia in quel 9 novembre 1988 a Belgrado, una manna dal cielo o semplicemente quando un destino è predeterminato trova le vie più assurde per fare il suo corso. I giocatori del Milan, in netto affanno contro l’effervescenza degli slavi, erano ignari che fosse tutto già scritto e che, quella che sembrava una sorte ingloriosa, stesse per aprire uno dei cicli più vincenti. Come se Belgrado fosse stata una tappa per temprare lo stato mentale di quella squadra, come se dovesse scontrarsi brutalmente con le fiere sogghignanti della paura prima di intraprendere l’ascesa verso l’olimpo del calcio.



