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Inclusione lavorativa per i ragazzi Down, a Cava ci prova l’associazione APDD

Entrare nel mondo del lavoro per i ragazzi con sindrome di Down. E' la nuova sfida lanciata dall'associazione APDD -Associazione Persone con sindrome di Down e Disabilità intellettiva di Cava de' Tirreni.

Cinque ragazzi con sindrome di Down, cinque famiglie, una associazione e l’obiettivo di trovare un lavoro per chi nell’immaginario collettivo può tranquillamente restare a casa.

A raccontarci questa esperienza di voglia di vivere e lavorare insieme agli altri, abbattendo i preconcetti e barriere mentali, la presidente dell’associazione APDD, Autilia Avagliano.

Autilia è una tosta, inutile nasconderlo. Impiegata di banca, mamma di due figli, l’ultimo Alberto con sindrome di Down, presidente dell’associazione Associazione Persone con sindrome di Down e Disabilità intellettiva, costituita a Cava de’ Tirreni tre anni fa. Componente del COORDOWN. E ora anche scrittrice con la sua prima pubblicazione: “Din, Don, Down!” edito da Marlin Editore.

Presidente ci parla di questo progetto di inclusione lavorativa?
E’ una iniziativa a cui teniamo molto come associazione. E’ un percorso di inclusione lavorativa locale per permettere ai nostri ragazzi di intraprendere un percorso lavorativo.

Quanti sono?
Sono 5, con una età che va dai 25 ai 31 anni.

I loro nomi?
Preferisco non menzionarli, i nostri ragazzi non hanno bisogno di essere mostrati, ma di essere messi alla prova con una esperienza di lavoro e di vita sociale che gli permetta di compiere un importante passo avanti.
Lavorare e vivere una vita propria.

Perchè questo progetto?
Come genitore e come presidente dell’associazione ritengo sia essenziale permettere ai ragazzi con disabilità di compiere una esperienza di lavoro.

Dopo la scuola, la terapia, le esperienze di teatro e di musica  la cosa più importante è che abbiamo una vita lavorativa e sociale, questo fa la differenza. Soprattutto per non regredire e restare chiusi nelle mura di casa senza impegni e obiettivi.

Come nasce questo progetto?
Con l’impegno dei soci e con la partnership della cooperativa “La Fenice” onlus. Abbiamo sviluppato un primo percorso formativo per gli operatori che lavorano con i ragazzi, a seguire le famiglie coinvolte e poi i ragazzi. Diventa essenziale che tutti siano formati.

E i ragazzi cosa fanno?
A breve inizieranno un percorso lavorativo in laboratorio, accompagnati da tutor, vivranno l’esperienza del restauro di mobili d’epoca, di giardinaggio e di amministrazione. Si formeranno sul campo e insieme agli operatori verrà definito il loro profilo lavorativo. Questa fase ci permetterà di osservare le loro abilità e le competenze apprese. Un doppio lavoro di crescita umana e professionale in un contesto protetto prima di prendere il largo.

E poi?
Non vogliamo sviluppare un laboratorio occupazionale per finta, vogliamo che questa sia una opportunità seria per loro e per il territorio e siamo alla ricerca di aziende disposti ad assumerli, mettendoli alla prova.

Ci sono speranze?
In Italia accade normalmente, perché non deve avvenire anche qui. Il nostro è un percorso di crescita di operatori, famiglie e ragazzi e anche delle aziende. Vogliamo essere vicini alle imprese. Siamo pronti a raccogliere le adesioni delle aziende pronte a sposare il nostro progetto di inclusione lavorativa.

Perchè hai deciso di far parte di una associazione?
Come molti genitori con figli con disabilità, entri in una associazione per motivi personali, o meglio per condividere fino in fondo l’esperienza di vita che stai vivendo. Per raccogliere consigli, storie di vita e se ci riesci per evitare errori. Il nostro è un percorso personale e di crescita. Poi c’è un punto di vista pubblico perché l’unione fa la forza.

La tua esperienza?
Ho provato a raccoglierla nel libro “Din, Don Down!” che racconta la storia di mio figlio Alberto e della nostra famiglia, che imparò a volare insieme a lui. Insieme alla mia famiglia abbiamo deciso di destinare i proventi del libro a questo progetto, attività di questo tipo hanno costi elevati e noi vogliamo fare la nostra parte.

La tua speranza?
Parliamo del mio desiderio di abbattere il pregiudizio su questi ragazzi che prima di raccontare chi sono, cosa fanno, cosa sognano devono superare il gap dello stigma facciale. Il loro viso, gli occhi con un taglio un po’ orientale di fondo li etichetta, senza dargli molte opportunità.

Questi ragazzi sono semplici, ma non stupidi e sarebbe bello che tutti lo capissero.

 

 

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