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Nereo Rocco, l’italo-austriaco che amava Napoli

Di Michele Pisani
 

Ci sono interviste che ti segnano per tutta la vita. Quelle che vivi con emozioni a dir poco indescrivibili. Tito Rocco è un uomo fortunato, uno che il calcio l’ha vissuto in prima persona ma e soprattutto l’ha ‘respirato’ accanto ad una indiscussa icona del calcio del Belpaese. Essere il figlio di Nereo Rocco lo ha segnato in maniera indelebile. Settantacinque anni, esperienze come direttore sportivo ma, scusate se è poco, uno dei pochi in grado di delineare un quadro chiaro di chi fosse il paròn.

Chi ama il giuoco del calcio non può non conoscere Nereo Rocco. Al di là dell’età e del fatto che ci abbia lasciato quaranta anni or-sono, non c’è in Italia un appassionato di questo sport che non sappia la storia del più rappresentativo allenatore di tutti i tempi. Qualsiasi aggettivo è sprecato in quanto Nereo Rocco non era un attore principale ma e senza ombra di dubbio, colui che ha reso ancora più appassionante questo sport.
In pochi conoscono la sua storia, non tanti sono al corrente di tutti i particolari. Noi ci affidiamo alle parole del figlio che meglio di chiunque altro ci potrà delineare un quadro (umano e non solo) dell’indimenticato allenatore che seppe farsi voler bene dagli amici ma soprattutto conquistarsi la stima di suoi rivali.

 
 
 

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Posso rubarle qualche minuto?“Tutto il tempo che vuole…” Ecco l’introduzione con Tito Rocco. Parleremo di uno dei personaggi più importanti del panorama calcistico italiano, chi ha una modesta conoscenza di questo sport non può non sapere chi fosse Nereo Rocco, un uomo che amava le sue origini e che non le nascondeva. Anzi de andava fiero ma ha vissuto anche a Napoli, ce ne parla? “Si, mio padre ha giocato nel Napoli per alcuni anni, poi ci è tornato come allenatore. Devi sapere che nel capoluogo partenopeo è nato mio fratello Bruno. Mio padre in quel periodo abitava al Vomero. Il fatto di essere figlio di cotanto padre, l’ha aiutata o magari penalizzata? Diciamo che a grandi linee mi ha aiutato. Mi ha fatto conoscere molta gente e mi aperto tante porte. Il fatto che poi fosse anche molto simpatico ci ha concesso di frequentare ambienti importanti. Niente da dire in quanto è stata una gioventù positiva. Il lavoro di vostro padre ha agevolato lei o suo fratello? “Abbiamo giocato a calcio entrambi. Mio fratello anche a certi livelli, in serie B con la Triestina, negli anni sessanta poi ha dovuto smettere per motivi di lavoro perché mio padre faceva le cose intelligentemente. Lui andava a lavorare nelle città dove lo chiamavano ma non ha mai lasciato l’azienda di famiglia e mai spostato la moglie ed i figli. A Bruno è toccato interessarsi dell’attività, trattavamo forniture navali, a me è toccato studiare”.

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Si poteva dire di no a Nereo Rocco?“Assolutamente no. Lui guidava da trainer anche in casa”. Lo abbiamo conosciuto come uomo tutto d’un pezzo, senza debolezze. Ne aveva? “Era di una umanità spontanea. Amava la famiglia e quando poteva dedicava molto tempo a tutti noi. Il Lunedì passava, volentieri, il suo tempo con i nipoti. Anche stando lontano seguiva i nostri movimenti, la carriera lavorativa di me e di Bruno. Anche se a quei tempi con c’erano i cellulari, lui ci chiamava da Milanello per sapere come era andata la giornata, parlava con i figli, la moglie Maria. Insomma di umano aveva davvero tutto quello che si può considerare di spontaneo, anche le esternazioni, quelle più vivaci. A me fa davvero piacere che venga ricordato, in questi giorni avrebbe compiuto 107 anni, per le sue doti umane e professionali. Soffro molto quando mettono in giro delle frasi che mio padre avrebbe detto, parole mai dette e che non gli si addicono in quanto mio padre ha sempre fatto giocare alla grande le sue squadre, anche a quei tempi”. Anche se in quegli anni si guardava molto al calcio straniero Nereo Rocco è stato uno degli allenatori più vincenti del calcio italiano. “In quegli anni hanno vinto tutto, conquistato il mondo”.
 
 
 

Nereo Rocco, triestino doc, quanto ha influito sul suo carattere il fatto di aver vissuto alcuni anni a Napoli?“Partiamo dal dire che lui era un italiano nato in Austria, di Napoli gli è rimasto tanto negli anni in quanto ha passato dei momenti bellissimi nel capoluogo partenopeo. Ricordo che quando il lunedì mattina tornava a Trieste e si preparava per vivere la sua città in bagno cantava sempre canzoni napoletane, ricordo questo particolare e credo che Napoli gli sia rimasta nel cuore”. La famiglia lo ha mai raggiunto all’ombra del Vesuvio? “Io sono sceso due o tre volte ai tempi di Maradona in quanto mi lega una grande amicizia con Ottavio Bianchi ma di Napoli conosco poco”. Con molta probabilità ai tempi di suo padre il cuore pulsante della tifoseria partenopea era il Collana che si trova al Vomero. “Si ho qualche foto di quei tempi”. Perché ha come nome quello di Tito. “Un nome romano ovvero Tito Mario Rocco. Nessuno riferimento al Maresciallo che nel 1942 non c’era ancora. C’era un amico di mio padre che si chiamava così, giocava con lui da ragazzo. Credo che in casa si aspettassero una figlia, si è ricordato di questo nome, gli piaceva ed ecco Tito”.
 
 

Tanti anni da calciatore e una eccezionale carriera da allenatore. Caratterialmente Trapattoni gli somiglia, uno di oggi chi potrebbe essere? “Si per la grinta senza dubbio, invece come allenatore attuale si avvicina molto Carlo Ancelotti come tiene la squadra, lo spogliatoio e per il modo di sdrammatizzare le cose, qualche anno fa poteva, invece, somigliare a Gigi Simoni. Ad oggi potrebbe assomigliare alla positività e determinazione di Allegri ed Ancelotti per come gestisce i calciatori”. Una impressione personale e come tale rimane soggettiva. Allegri non fa giocare al meglio i propri calciatori a disposizione e presta, spesso, il fianco ad inutili polemiche e non credo che fosse cosi suo padre. “Beh, in effetti, mio padre aveva un altro carattere. Non amava fare -sceneggiate in panchina un po’ come Ancelotti”.
Il calciatore più forte che suo padre ha visto giocare da avversario? “Parlava bene di Eusebio e di Cruijff. In casa non parlava molto di calcio, non amava i consigli, gli piaceva molto Gigi Riva. Avrebbe fatto i salti mortali per portarlo al Milan”. Invece quello che ha avuto da allenatore?

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“Senza dubbio Gianni Rivera. Ricordo che diceva sempre alla squadra di d-re il pallone a Gianni che lui ci avrebbe fatto guadagnare. In quegli anni (1968-70) era il massimo”. Ce n’era uno, invece, che lo faceva arrabbiare? “Qualcuno ai tempi del Milan sgarrava, andava in giro di notte per i night ma non facciamo nomi”.
 
 
Il suo grande rammarico? Magari voleva allenare la Roma o altro che non sappiamo? “Con la Roma ci furono dei contatti però il suo grande cruccio resta la nazionale. Lo hanno illuso in qualche occasione come nel 1962 l’anno del Cile e poi non se ne fece più nulla. La grande delusione fu di sicuro il maggio del 1973 quando persero lo scudetto a Verona.”
 
 

Ritengo che le persone con faccione grande siano delle brave persone, simpatiche e semplici. E’ d’accordo? “In effetti mio padre era uno che bucava lo schermo, amava le persone semplici ed era molto legato alle sue origini. Pensa che il lunedì andava in trattoria a Trieste e passava il tempo con i vecchietti, li portava a spasso. Poi, lo ripeto, nei momenti di tranquillità, amava le canzoni napoletane, le cantava con tanto amore”.
 
 
Perché lo chiamavano ‘paron’? “Credo sia nato ai tempi del Padova. Glielo ha affibbiato un giornalista. Non si è mai saputo come mai questo nomignolo, di sicuro viene dal veneto.
 
 

 
Oggi i calciatori sono abituati anche a rispondere male all’allenatore, ai tempi di suo padre? “Ricordo che un giocatore del Torino si comportò male ma tra primo e secondo tempo (negli spogliatoi) mi padre lo attaccò al muro…”
Parliamo del calcio odierno, sarebbe piaciuto a Nereo Rocco? “Penso di no. Troppi stranieri, molti procuratori. Tutto lontano dal suo modo di pensare”.

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C’era un allenatore che suo padre stimava? “Senza dubbio Maldini, Bearzot ed il Trap. Poi e senza che passasse per la stampa aveva legato abbastanza anche con Helenio Herrera. Ho poi saputo che quest’ultimo quando stava a Venezia passava per Trieste al cimitero per salutare mio padre. Negli ultimi anni quando uno allenava il Milan e l’altro l’Inter c’era una reciproca stima”.
 
 

 

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