Cinema

 BUONGIORNO NOTTE

Quest’anno Marco Bellocchio decide di ripercorrere quella vicenda lasciata in sospeso nel 2003 con Buongiorno, notte.

Il sogno riprende lì dove s’era interrotto: Moro che esce dal covo delle BR come se niente fosse mentre Maya Sansa, Luigi Lo Cascio e compagni dormono placidamente. Brigatisti che hanno tutto in ordine. Lavati, stirati e pettinati. Aldo Moro più simile spiritualmente che fisionomicamente all’originale ma si trattava di un altro Bellocchio. Esterno notte è un’altra cosa: la politica grottesca degli anni ‘70-‘80, ciò che è rimasto di quei giorni sul fondo della memoria collettiva. Quello che succedeva fuori dall’appartamento di via Montalcini 8. – Non pensavo di ritornare sull’argomento, il quarantennale nel 2018, mi aveva posto difronte alle immagini. Mi ha fatto pensare all’esterno, quello che non c’è nell’altro film. I brigatisti che si dissociarono, la moglie… – dice il regista al piccolo cinema di via Rialto a Bologna. – Sono stato piuttosto libero, nonostante Rai 1 si preoccupasse che il mio lavoro non fosse troppo partigiano. Questo film è sicuramente meno ideologico di vent’anni fa. Non ci si è arrabbiati come allora. La gente lo vede con un distacco sufficiente, la politica è in sottofondo. Gli storici saranno scontenti di qualcosa. Però questi sono più personaggi, come di un romanzo. Si parla di terrorismo e ideologia ma ora è diverso. Il tempo non ti fa tradire le idee del passato ma certamente ti fa cambiare .

Certo, ci sono gli scontri tra via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù a Roma, come in Sbatti il mostro in prima pagina. Stavolta, però, Bellocchio dà una visione cristologica della passione e morte dell’onorevole martire. Roba d’altri tempi, eppure anche chi è nato solo qualche decennio fa una vaga idea di questa storia mitica – o mistica – ce l’ha. E si indigna, se gli riesce. Magari qualcuno ha pianto, come la Chiara di Buongiorno, Notte. Via Fani come il Getsemani. La sparatoria sanguinosa (più simile a quella de Il caso Moro dell”86) prima del sequestro. Poi dal 16 marzo al 9 maggio 1979 la lunga notte della cosiddetta prima Repubblica. Le riprese su Roma poco prima dell’alba e i democristiani che mercanteggiano nei corridoi di Palazzo Chigi e Montecitorio. Il tutto scandito in questi primi tre episodi densissimi dove vediamo Moro friggersi due uova in padella e chiudere il gas prima di andare a dormire (“Se prego mi sveglio del tutto”, dice alla moglie preoccupata per la sua insonnia). Gifuni si confronta alla pari con il Gian Maria Volonté grottesco di Todo Modo e quello più indulgente – e pudico – del film di Ferrara.

Quindi un Cossiga monumentale, interpretato da Fausto Russo Alesi che si prende la scena per tutto il secondo episodio. – Il pazzo al risveglio è più disorientato. – dice il capo della Digos Spinella all’allora ministro dell’Interno Cossiga. – Lo so – gli risponde lui dalla camera insonorizzata che si è fatto installare in ufficio.

La follia dell’ex-presidente della Repubblica è senz’altro un ottimo espediente: attorniato da consiglieri – il consulente americano di Carter, Steve Pieczenik e lo psichiatra Franco Ferracuti – che lo aiutano a perdersi definitivamente nel labirinto delle sue nevrosi.

Infine, papa Paolo VI\Toni Servillo – l’“ultimo” italiano al soglio pontificio – che ci permette di guardare dentro le stanze del Vaticano alla fine di un’epoca. Alla fine di questa prima parte è lui ad avere il capo della matassa. La sua ingenuità non gli impedisce di vedere nell’anima degli uomini del suo tempo. Le sue visioni preconizzano la Storia.

Insomma, con la prima metà di questo film di cinque ore Bellocchio ha risuscitato il miglior cinema politico italiano – quello di Rosi, Petri, Montaldo, Ferrara ecc. – e fatto rivivere il trauma della fine di un’epoca anche a chi in quegli anni non c’era ancora.

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