Cinema

Filippo Velardi nel cast del film “Dante” di Pupi Avati

L’attore ci racconta la sua esperienza nel film dedicato al massimo poeta della letteratura italiana.

Di Myriam Pulvirenti

Un viaggio sulle orme del Sommo Poeta. Un ritratto intenso del padre della lingua italiana visto dagli occhi di Boccaccio, suo primo biografo, che lo considerava il suo Maestro, il più grande dei poeti, ma soprattutto un padre, per cui nutre un amore profondo.

«Dante», il nuovo film di Pupi Avati, al cinema dal 29 settembre, racconta la vita del poeta, descrivendone la personalità e fragilità, il dolore di un uomo che ha vissuto l’esilio, il suo amore per Beatrice e per la Poesia. 

“Poter narrare Dante Alighieri per la sua umanità è stato quel dono che attendevo da vent’anni”, ha dichiarato Pupi Avati, che ha volutamente descritto il grande poeta come un eterno ragazzo, soffermandosi più sull’uomo che egli è stato, con i suoi pregi e difetti, che non sul poeta e politico così distante dalle persone comuni, che sui banchi di scuola abbiamo ammirato con timore e rispetto, ma che vedevano così lontano e diverso da noi. Pupi Avati racconta invece Dante come uno di noi, sensibile, umano, un uomo che ama e che soffre come ogni essere umano, un appassionato e grande poeta, ma anche un semplice ragazzo innamorato di una ragazza, la sua Beatrice.

Il regista ha voluto realizzare questo piccolo capolavoro con l’obiettivo di far conoscere Dante più da vicino al pubblico, in particolare ai giovani.

Nel film si ripercorre la vita del padre della lingua italiana, soffermandosi sugli eventi che maggiormente hanno segnato la sua esistenza, che sono narrati nel “Trattatello in Laude di Dante” di Giovanni Boccaccio, che lo racconta e lo ama fino alla fine dei suoi giorni: il rapporto di stima e di amore tra i due grandi poeti è uno degli aspetti più toccanti del film. 

La trama: nel 1350 Boccaccio viene incaricato di consegnare dieci fiorini d’oro a Suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, come risarcimento simbolico per la condanna a lui inflitta dal comune fiorentino.

Nel suo lungo viaggio verso Ravenna egli incontra diversi personaggi che hanno fatto parte della vita di Dante, alcuni lo hanno amato ed aiutato, altri lo hanno respinto e disprezzato.

La bellezza di questo film è impreziosita dal fatto che, durante la narrazione della vicenda umana del Sommo poeta, la sua sublime poesia accompagna lo spettatore durante tutto il pellegrinaggio che Boccaccio compie sulle sue orme. Magnifici versi sono infatti declamati da Dante stesso e da Boccaccio in diverse scene, rendendo il film affascinante, unico.

Dante” – un’opera emozionante e intensa, grazie alla grande abilità del regista e alla bravura di tutti gli attori – è il primo film dedicato al massimo poeta della letteratura italiana nella storia del cinema.

Nel cast Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Alessandro Haber, Morena Gentile, Gianni Cavina, Milena Vukotic, Filippo Velardi, Ludovica Pedetta, Romano Reggiani, Paolo Graziosi, Patrizio Pelizzi, Giulio Pizzirani, Nico Toffoli, Erika Blank, Mariano Rigilio, Eliana Miglio, Cesare Cremonini, Enrico Beruschi, Leonardo della Bianca, Andrea Santonostaso. Ognuno di loro contribuisce, con grande talento, ad aggiungere un tassello nello spaccato di vita e di emozioni dell’esistenza di Dante Alighieri. Abbiamo intervistato Filippo Velardi, che ha interpretato con molta espressività il personaggio di Bernardino da Polenta, Signore di Cervia, che aiuta i Guelfi a battersi contro i Ghibellini di Arezzo. 

Filippo Velardi ci descrive la sua esperienza in questo magnifico film di Pupi Avati, che considera un Maestro da cui ha imparato molto. Ci ha spiegato inoltre che recitare è per lui una vocazione, è un servizio che vuole fare prima che a se stesso, alle persone, all’umanità.

In effetti recitare in un film su un grande personaggio come Dante è davvero un servizio alla comunità, un’opportunità per far conoscere al pubblico la grandezza della sua poesia, la bellezza di opere come la Divina Commedia, che tutto il mondo ammira, e la vita e il carattere di un grande uomo come Dante Alighieri.

 

Come definiresti la figura di Dante in questa opera di Pupi Avati?

“La figura di Dante è stata molto umanizzata, questo rispetto al Dante storico è un miracolo che Pupi Avati è riuscito a realizzare: rendere Dante un uomo che ha vissuto i sentimenti, le paure, l’amore, la sessualità ma ha anche sperimentato l’esilio nel 1302, quando c’è stata la disputa tra Guelfi bianchi e Guelfi neri. Lui in quel contesto storico complesso ha scritto la Divina Commedia. Visto i tempi difficili che stiamo vivendo, penso che le cose più belle vengano fuori dai tempi più bui. E il “Dante” di Pupi Avati ne è un esempio. Un’opera di luce”. 

 

La storia, la letteratura italiana, e anche la Divina Commedia, sono ricche di figure importanti che danno  spessore alla poetica dell’Alighieri; Bernardino da Polenta, che tu interpreti, come si inserisce nel film Dante?

 

“Il mio Bernardino si inserisce in un contesto narrativo corale di personaggi attraverso l’occhio attento del regista e l’amore poetico di Boccaccio, che ripercorre i luoghi e le gesta del sommo poeta.  Io subentro nella battaglia di Campaldino, quando l’11 giugno del 1289, il giorno di San Barnaba, intorno a  mezzogiorno Guelfi e Ghibellini si scontrarono per aggiudicarsi il potere nella regione che all’epoca era contesa sia dal Papato che dall’Impero. Il mio personaggio, che è signore di Cervia, in seguito di Ravenna, e poi anche di Milano, aiuta i Guelfi di Firenze a battersi contro i Ghibellini di Arezzo. In questa battaglia conosce Dante Alighieri, che viene affascinato, alla vigilia dello scontro epocale, dal racconto della tragica morte della sorella di Bernardino da Polenta, che è Francesca da Rimini”.

 

Per un attore italiano recitare in un film dedicato ad un poeta di tale spessore come Dante ha sicuramente un carico di responsabilità importante, cosa ha rappresentato per te?

 

“L’esperienza di un set per me risulta essere sempre un dono, quasi un miracolo, nel senso più vero del termine. In questo film sicuramente il Maestro Pupi Avati mi ha dato questa grande opportunità e la preparazione è stata per me prioritaria. Essendo io un attore meticoloso, ho letto prima la “Vita Nova” di Dante, sull’incontro di Dante con Beatrice, sia a 9 anni che a 18 anni, il numero 9 che si ripete ciclicamente, potremmo dire biblicamente, e poi ho letto ovviamente anche “La battaglia di Campaldino” e anche tutto “l’Inferno”, proprio perché il mio personaggio era incamerato in quell’ottica dantesca, ove il racconto di Bernardino suscita la compassione e la commozione del poeta stesso per la tragica fine di Francesca, dannata insieme a Paolo, che lo ispirerà nella composizione del V canto dell’Inferno. Per me leggere e provare a mettermi nei panni di questo uomo, un cavaliere, un aristocratico di potere, è stato un onore. Ho cercato di immedesimarmi emotivamente con la mia persona, poiché io credo che il personaggio sia un insieme di sentimenti e azioni che io sono come persona, prima di essere attore. Il fatto di essere fratello nella vita mi ha permesso di commuovermi ancora di più per questa vicenda drammatica, ed è stato per me un passaggio importante, consapevole. Posso dire che anche questa volta il personaggio ha donato qualcosa a me e io a lui. Spero di aver dato il mio contributo in quest’opera cinematografica, che sarà sicuramente impressa indelebilmente nella storia del cinema. Un film che ha avuto, a detta di Pupi, un’incubazione di almeno vent’anni”.

 

Parlaci di te come attore e della tua formazione.

 

“La mia formazione attoriale parte dalla Fondazione Pontedera Teatro, parliamo del terzo teatro, un teatro di ricerca, che affonda le sue radici nella figura di spicco nell’avanguardia teatrale del Novecento, Jerzy Grotowski.  Lì mi sono formato per ben due anni. Poi ho completato la mia preparazione attoriale con Paola Tiziana Cruciani a Roma. Io ho iniziato a muovere i primi passi nella recitazione molto giovane, a 8-10 anni ho cominciato a recitare nella parrocchia di quartiere, a Palermo, a fare commedie, poi, tra una imitazione e l’altra, ho sempre saputo di voler fare questo lavoro. Diciamo che sono sempre stato attore nel senso più edificante del termine.  Io credo che questa professione si faccia per vocazione: prima di essere un lavoro è un servizio che fai prima che a te stesso, al popolo, alle persone, all’umanità. Lo studio e l’amore per quest’arte è come se esorcizzassero parti di te che ancora non accetti. Questa è la bellezza che alimenta il coraggio e la relazione con il pubblico, che è il nostro pane emotivo. Oggi purtroppo si è persa di vista la figura dell’artista, che è anche un po’ profeta, che deve parlare a tutti. C’è un’urgenza comunicativa che va al di là dello status mentale o fisico dell’artista. Esprimere le emozioni, e quindi gli stati d’animo, oggi è divenuto un atto eroico. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno ai nostri giorni è la condivisione sia della paura che del coraggio. Così siamo consapevoli di non essere mai soli. È un diritto e un dovere edificare i valori della vita, a livello sociale, culturale ma soprattutto a livello umano”.

 

Su che progetti stai lavorando?

“Di recente ho lavorato in “Fiori sopra l’Inferno”, una serie di Carlo Carlei, regista amatissimo da me, la protagonista è Elena Sofia Ricci, e andrà in onda prossimamente per la Rai. Ultimamente ho appena finito di girare un tv-movie, sempre firmato Rai, sulla figura di Tina Anselmi, con Sarah Felberbaum per la regia di Luciano Manuzzi”.

 

Articoli correlati

Back to top button