
(Roma)- Nino Manfredi e la sua faccia normale, così italiana, così smarrita, stupita, bugiarda, impunita riempie l’omaggio che il figlio Luca ha cucito nel docu-film «Uno, nessuno, cento Nino». Il titolo rimanda ai suoi tanti personaggi, alla complessità del carattere, all’anniversario. Andrà in onda il 22, giorno del centenario della nascita, su Raidue e Sky Arte, e trabocca di materiale inedito: «Finora – racconta Luca – era ad uso didattico riservato agli studenti di cinema, è un viaggio della memoria lungo i 60 anni di carriera di mio padre, accompagnato da Massimo Ghini, girato quando Nino compì 80 anni». Sulla torta di compleanno c’era scritto «Tanto pe canta’». E’ la canzone che il grande attore portò al Festival di Sanremo. Entrò, esclamò: «Ho portato una canzone del paese nostro, si può cantare pure senza voce». Venne giù il teatro Ariston dagli applausi.
Saturnino Manfredi, per tutti Nino, nasce il 22 marzo 1921 a Castro dei Volsci (Frosinone).
Si laurea in giurisprudenza a Roma e successivamente s’iscrive all’Accademia d’Arte Drammatica. Nel 1945 esordisce nel teatro e nel corso del lungo tirocinio sul palcoscenico lavora, tra gli altri, con Eduardo De Filippo e Orazio Costa, che considererà sempre il suo maestro. Fin dall’inizio Manfredi spazia in ogni campo dello spettacolo, dal varietà alla radio, dalla televisione al doppiaggio.
L’esordio nel cinema, con ‘Torna a Napoli’ e ‘Monastero di Santa Chiara’ nel 1949, non è dei più entusiasmanti. Ma Manfredi non si scoraggia e continua l’apprendistato, affermandosi nel frattempo con le macchiette televisive e in teatro. Il successo arriva alla fine degli anni ’50 con un’ampia galleria di personaggi, tutti rappresentanti di vizi e virtù dell’Italia del boom, dal grigio burocrate casa e ufficio de L’impiegato (Gianni Puccini, 1959) al pubblicitario truffaldino di Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli, 1965).
Tra gli incontri più felici nella sua carriera da attore, quelli con Nanni Loy (‘Il padre di famiglia’ e ‘Café Express’), Luigi Comencini (le televisive ‘Avventure di Pinocchio’, 1972), Luigi Zampa (‘Anni ruggenti’), Dino Risi (‘Straziami ma di baci saziami’) e Luigi Magni (‘Nell’anno del signore’). Ma è Ettore Scola ad offrirgli il ruolo, per molti, più riuscito: un commovente portantino comunista, idealista dell’amicizia in C’eravamo tanto amati, al fianco di Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli.
Manfredi si cimenta, di tanto in tanto, anche nella regia. Pochi film ma quasi tutti riuscitissimi. “L’avventura di un soldato”, ispirato a un racconto di Calvino, è il più bello degli episodi del film a sketch ‘L’amore difficile’; con ‘Per grazia ricevuta’, da lui diretto e interpretato, commuove Cannes e vince la Palma d’oro nel 1971 per la migliore opera prima. Nel 1981 è sceneggiatore, regista e interprete di ‘Nudo di donna’.
Perfezionista della recitazione, al limite della “pignoleria”, Manfredi ha attraversato mezzo secolo di cinema italiano con discrezione e umiltà. Ed è proprio con umiltà che non ha mai disdegnato di interpretare ruoli per la televisione, dalla fiction agli spot pubblicitari del Caffè Lavazza. Oltre all’indimenticabile Geppetto del Pinocchio di Comencini l’attore ciociaro ha ottenuto un grande successo nel 1992 con lo sceneggiato “Commissario a Roma” e nel 1999 con la serie “Linda e il brigadiere”. Nel 2003 è tornato al cinema per vestire i panni del poeta spagnolo Federico Garcia Lorca in La fine di un mistero di Miguel Hermoso. Il film, vincitore del festival di Mosca, è stato presentato alla 60ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione della consegna del Premio Pietro Bianchi a Nino Manfredi.
Nino Manfredi è morto a Roma il 4 giugno 2004, fiaccato dall’ictus che lo aveva colpito nel luglio 2003. (Paolo Menzione)
Il primo trionfo fu condurre «Canzonissima», i successi al cinema vennero dopo. Gigi Magni il cantore della romanità che gli affidò Pasquino, la voce del popolo in «Nell’anno del Signore» «Entrava nel personaggio con tutte le scarpe». Nino è la poesia del cameriere emigrato in Svizzera di Pane e cioccolata dove con un pizzico di ironia ritrova il Dna di famiglia e di quelle di tanti di noi, cerca di integrarsi ma si sente italiano. E non sa più chi è. Nino veniva dalla Ciociaria, c’era stata una grande presenza di emigranti nei sui parenti. «Il mio maestro è stato mio nonno, lui mi ha trasmetto l’ironia. Ha vissuto 32 anni in USA. Gli chiedevano cos’è l’America, lui rispondeva: e chi l’ha vista mai, non so manco se c’è il sole. Faceva il minatore». Il retaggio delle origini contadine: «In giardino Nino aveva il pollaio, il suo piacere era prendersi le uova fresche». Il vino che avanzava a tavola lo metteva in un bottiglione, lo beveva solo lui; operazioni di recupero e salvataggio letali, per lui una miscela irresistibile».
Dagli anni ’80 in poi invece la sua carriera diventa randomica: ritrova il teatro con un paio di testi da lui stesso scritti e diretti, abbraccia la pubblicità diventando un’icona grazie al talento di Luciano Emmer e all’incantevole coppia con la “nonnina” Nerina Montagnani per una marca di caffè. Sullo schermo appare sempre più distrattamente anche se il suo canto d’addio (nel 2003, “la fine di un mistero” con la regia di Miguel Hermoso) gli è valso le lodi della critica e il Premio Bianchi alla mostra di Venezia. Subito dopo la fine delle riprese un ictus lo porta in fin di vita e, dopo un rapido succedersi di miglioramenti e ricadute, Nino Manfredi muore a 83 anni il 4 giugno del 2004. Quattro anni fa la Rai, grazie alla regia del figlio Luca, gli ha dedicato un bel film per la tv con Elio Germano: “In arte Nino” che lo ritrae negli anni della formazione, tra il 1939 e il 1959. L’interpretazione di Germano resta il più bell’omaggio del nostro cinema a un artista che ha avuto tutti i maggiori premi nazionali, ma che forse meritava un omaggio internazionale.



