Cinema

Triangle of Sadness

Il film tragicommedia di Ruben Östlund commentato per noi da Paolo Colucci

Triangle of Sadness è una tragicommedia di Ruben Östlund, regista svedese palma d’oro a Cannes quest’anno. Una coppia di giovani e bellissimi modelli litiga al tavolo di un costosissimo ristorante. Il cameriere ha posato il conto sulla tovaglia e lei (Yaya/Charlbi Dean) fa finta di non aver visto e lascia pagare lui( Carl/Harris Dickinson). Un litigio surreale che li porterà su uno yacht per una crociera riparatrice. Fin da subito ci viene detto che Carl e Yaya non si amano. Forse stanno insieme solo per monetizzare – tutta una questione di like su Instagram. E lui passa il tempo a scattarle foto in bikini, mentre tutt’intorno ronzano ricchi sconosciuti venuti da ogni parte d’Europa.

Fa eccezione il capitano Thomas Smith/Woody Harrelson che resta chiuso in cabina a dar fondo ai suoi liquori, trasmettendo in filodiffusione l’Internazionale cantatoin russo. La cosa non sfugge al miliardario dei concimi Dmtrij/Zlatko Burić (“vendo merda” è quello che dice quando si presenta a qualcuno) che lo sfida a colpi di citazioni in una disputa fuori dal tempo tra comunismo e capitalismo. Poi l’iperrealismo cede il passo al grottesco, con la nave in balia di una mareggiata proprio mentre l’equipaggio è impegnato in una cena elegantissima, con caviale, champagne e compagnia bella. Il resto è un verbosissimo mal di mare con tanto di vomito e diarrea. Necessario? In sala c’è chi ride mentre guarda questo curioso inutile circo di escrementi e nababbi – con gravi problemi a socializzare –sballottare nel mar dei Caraibi.

La narrazione è piatta. Basta vedere il trailer per capire dove andrà a parare Östlund. Vuole insegnarci
qualcosa? Vuole aprirci gli occhi sulla vanità del nostro tempo fatto di soldi e cellulari? Francamente non lo
sappiamo. Lo stratagemma del ribaltamento carnascialesco della commedia latina è logoro. Riadattarlo oggi
in un film mainstream – accessibile – sembra un azzardo più che un colpo di genio. Non ce n’era bisogno o,
quantomeno, avremmo preferito una maggior cura allo spessore dei personaggi, ai dialoghi (così laconici e
finti dal secondo capitolo in poi). Sembra di assistere a una cattiva rivisitazione di Plauto. Un film retorico,
con poche intuizioni sul versante comico e desolatamente moralista sul fronte tragico. E insieme alla nave
naufraga anche la fotografia: impeccabile nella prima metà (specie in notturna), nella seconda sembra la
stessa di certe brutte serie di Netflix.

Dalla commedia allappante di Östlund ci si sarebbe aspettati quel “cinismo mascherato da ottimismo” che
campeggia sui ledwall della sfilata di moda dei primi minuti del film. Resta il sorriso amaro per una comedy che
non è valsa i soldi del biglietto.

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