ESCLUSIVE

IN “FARFALLE” OGNI LETTORE TROVERÀ TRACCE DI SÉ

Intervista all’attrice e doppiatrice siciliana Danila Tropea, e autrice del libro FARFALLE (edito Resalio), la sua prima, attesa, fatica letteraria.

Quella di Danila Tropea, siciliana doc, è assolutamente una storia di tenacia, di coraggio, di passione estrema e di poliedricità indiscutibile. Oggi lei è un’attrice e doppiatrice versatile assai richiesta, insegna recitazione presso il laboratorio teatrale dell’Associazione ASSI DEL PALCOSCENICO di Roma, ma è anche autrice dell’atteso e originale libro di poesie “FARFALLE” (www.resalioproduzioni.com). Pensate, Danila, già all’età di otto anni, affidava le sue poesie al diario segreto e da quel momento non ha smesso più di scrivere: pensieri, poesie, racconti, monologhi, persino canzoni. A circa dieci anni inizia a mostrare interesse anche per il teatro, la musica, il cinema, il ballo, velleità che i genitori incoraggiano iscrivendola a corsi di danza, di canto, di recitazione.
Nel 2004 si laurea con lode al DAMS, indirizzo spettacolo, presso l’Università della Calabria ma è qui che la sua vita – anche e soprattutto artistica – subisce una “deviazione” di percorso perché lei comincia a spedire vari curriculum per accontentare chi le dice di trovarsi un “lavoro serio”, perché “tanto di teatro non si campa”.
Una deviazione che dura dieci anni, durante i quali l’autrice sale e scende da navi da crociera prima e traghetti dopo, indossando i panni della receptionist, dell’assistente d’ufficio e infine del commissario di bordo. Panni che le stanno sempre troppo stretti, perché lei continua a vedere un grande palcoscenico al posto del salone passeggeri! Nel giugno del 2016, dopo un percorso triennale, riesce a diplomarsi presso l’Accademia di Musical Vaudeville di Messina e, un anno dopo, mossa da un insano coraggio, molla navi e ormeggi e si trasferisce a Roma dove segue l’allestimento del musical MAMMA MIA! della Peeparrow Entertainment; diviene amministratrice di compagnia durante tutta la tournée di MAMMA MIA! prima, e successivamente di un altro musical di successo, BILLY ELLIOT. È  sul palco di MAMMA MIA!  che incontra l’attore e doppiatore Luca Ward, tra i protagonisti dell’acclamatissima opera, il quale, tra una replica e l’altra, la incoraggia a non mollare la strada della recitazione e, perché no, a intraprendere quella del doppiaggio cinematografico. In tutto ciò, Danila non smette mai di affidare tutti i suoi pensieri a quaderni, block-notes, post-it, che puntualmente ripone in un cassetto. Fino all’incontro con il suo editore Fabrizio J. Fustinoni. L’editore, infatti, tira fuori dal cassetto tutti i suoi scritti, li legge attentamente e ritiene quelle parole degne di essere pubblicate. Riguardo “FARFALLE” e il suo coraggio di credere, oggi, in un libro di poesie, Fustinoni affermerà deciso e appassionato:
“(…) questa prima raccolta, di un’autrice sì emergente ma già ricca di esperienze artistiche da far girare la testa, mi ha arricchito il palato dei miei sensi superiori, ho scoperto che la poesia non è solo classica ma può osare e trasformarsi in meravigliosa lirica moderna, a tratti persino punk o rock….”
Abbiamo raggiunto Danila Tropea  per saperne di più e l’autrice ha persino regalato una poesia inedita a tutti i lettori che avranno il piacere di leggere fino in fondo l’intervista.
Danila, so che hai iniziato a scrivere poesie fin da quando avevi 8 anni e, da quel momento, non hai più smesso di farlo…
“Si è vero, scrivo da quando ero molto piccola. Scrivevo poesie, racconti, fiabe… Ricordo che mia madre, con un certo orgoglio, faceva leggere i miei temi a chiunque venisse in casa e a fine lettura vedevo chi commosso, chi divertito, chi con espressione meravigliata mi chiedeva come facessi, così piccola, ad avere tutta quella immaginazione. A quell’età divoravo libri uno dopo l’altro, e poi, scrivendo, e lavorando di fantasia, riuscivo a creare mondi diversi, alternativi, “realtà” in cui mi sentivo più comoda e molto felice”.
Tu hai scritto poesie ma anche racconti, monologhi, canzoni, oltre alla passione per il teatro, la musica e il cinema. Mi chiedo: sei poliedrica o semplicemente confusa e felice (come diceva quella canzone…)?
“No non sono confusa, ho semplicemente scelto di coltivare l’arte in ogni sua forma. Mi dispiace non aver imparato a dipingere ad esempio, mi sarebbe piaciuto anche quello, avrei trasformato in quadri i miei testi. Ma chissà… c’è sempre tempo! Adoro la musica e mi accompagna in ogni momento della mia vita. La recitazione, col teatro prima e adesso col doppiaggio mi ha dato un superpotere, quello di poter diventare chi voglio. Oggi sono Ursula de “La sirenetta” in uno spettacolo teatrale per bambini e domani sono una prostituta di colore in una serie tv in cui presto la voce. Ho la possibilità di calarmi in mille vite, in mille esperienze, attitudini, emozioni, stati d’animo. No, non sono confusa, sono solo felice della vita (non facile di certo), che mi sono scelta”.
Ti sei laureata al DAMS, indirizzo spettacolo, e poi hai cominciato a lavorare sulle navi. Tu hai definito quel periodo, durato ben 10 anni, come una “deviazione”. Cosa intendi?
“Non sono figlia d’arte, vengo da una famiglia modesta, due genitori che hanno sempre lavorato per non far mancare nulla a me e a mio fratello. Dopo la laurea, l’obiettivo era trasferirmi a Roma e studiare recitazione, volevo fare l’attrice del resto. Ma le spese per un affitto nella capitale e gli eventuali studi in una prestigiosa accademia non potevano essere sostenute allora dai miei. Mio padre mi diceva: si va bene il teatro, ma devi trovarti un lavoro… E aggiungeva: “non si campa col teatro”… Quindi, non potendo attingere ad altre “tasche”, mi sono trovata costretta ad accettare il primo lavoro che mi si è presentato, e mi sono trovata a fare l’accompagnatrice turistica sulle navi da crociera prima, e il commissario di bordo sui traghetti successivamente. E questa deviazione è durata dieci anni. Durante i quali però continuavo a scrivere tra un porto e l’altro, leggevo testi e copioni teatrali cullata dalle onde del mare, e nei periodi in cui mi trovavo a Messina tra un imbarco e l’altro, studiavo recitazione, dizione, canto, danza…”
 E poi, un giorno , tu molli navi e ormeggi e ti trasferisci a Roma dove cominci a seguire l’allestimento del musical MAMMA MIA. Un colpo di testa o una decisione ponderata?
“Era un colpo di testa per tutti quelli a cui raccontavo che avevo in mente questo progetto. Avevo un compagno all’epoca, lasciai anche lui per inseguire il mio sogno. Ma fortunatamente fu così bravo da capire che non ero felice in quei panni. I più mi dicevano che ero matta, una che a 35 anni lascia un lavoro fisso, pagato profumatamente, una casa di proprietà per la quale avevo acceso un mutuo, famiglia, fidanzato, capre e cavoli vari, in pratica il certo per l’incerto, per il nulla possiamo dire, beh sicuramente deve avere qualche rotella fuori posto. Ma per me no, per me era una decisione ponderata, ci avevo pensato bene e a lungo, negli interminabili giorni in mezzo al mare. Quindi si, l’ho studiato bene il piano per evadere dalla mia prigione, avevo paura certo, però mi confortavo dicendomi “tu vai, provi, ti dai una scadenza, e se poi ti accorgi che non va, che non ce la fai, fai sempre in tempo a tornare indietro…” Ora, io mi ripetevo questa frase come un mantra per darmi coraggio, ma onestamente devo dire che il fallimento non era contemplato nella mia mente, io non sarei ritornata come una perdente, alla mia vecchia vita, io ce la dovevo fare!”.
 Danila, tutto quello che hai scritto è sempre restato chiuso in un cassetto, fino all’ incontro con l’editore Fabrizio J Fustinoni della RESALIO. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
“Lui mi ha fatto cambiare idea! Ha avuto modo di leggere qualche testo, poesie, canzoni e mi disse subito che era un peccato che tutto quel “materiale” restasse chiuso in un cassetto. Mi ha invogliato a scrivere ancora e a mandargli ogni nuovo scritto. E così ho fatto. Nonostante la mia tenacia e determinazione ho un tasso molto basso di autostima e Fabrizio mi ha aiutato a credere maggiormente in me stessa, a uscire dall’ombra e mi ha proposto la pubblicazione. E così, anche solo per la fiducia che aveva riposto in questa piccola donna, non potevo deludere le sue aspettative e mi sono fiondata anima e cuore in quest’altra, nuova avventura”.
Farfalle è dunque la tua prima fatica letteraria. Non credi che il tuo editore sia stato un po’ pazzo a pubblicare un libro di poesie, al giorno d’oggi?
“Fabrizio spiega ampiamente il motivo di questa sua “folle” decisione nella prefazione che fa al mio libro, quindi non ne svelerò qui il contenuto. Posso solo dire che un giorno camminavo per le strade della mia città con mia madre, scorgo una nota libreria cittadina, entro e chiedo alla proprietaria se per caso, volesse aiutare una figlia di Messina, ordinando, una volta pronte, le copie del mio libro. Mi risponde che non l’avrebbe mai fatto, che nessuno legge le poesie, soprattutto se non sei Montale o Prevert. La mia sfida oggi (e credo anche quella del mio editore) è dimostrare alla signora, che forse non è così, che ci sono poesie che possono essere apprezzate anche se non sei “nessuno”, ma magari hai un mondo dentro che cerca solo di essere esplorato”.
La poesia è sempre il risultato di una riflessione assai intima, cosa ti ha spinto a decidere di pubblicarle e dunque a renderle “pubbliche”?
“Credo molto nell’immedesimazione, mi ritengo una persona molto empatica, a teatro, come al doppiaggio, ho imparato a immedesimarmi nel personaggio che devo interpretare, ad entrare in sintonia con quelle che sono le sue emozioni, i suoi desideri, le sue ossessioni, gli stati d’animo, la sua vita in genere. E ho creduto che attraverso la condivisione dei miei scritti, ognuno potesse ritrovarci un pezzo di sé, del proprio vissuto, identificarsi, piangere o ridere di parole a cui si sente vicino. Una persona a me molto cara, un giorno, leggendo una mia poesia, mi ha detto “è esattamente quello che provo io, solo che non sarei stata in grado di metterlo per iscritto”. Quindi ho forse voluto fornire uno strumento, uno specchio, in cui ognuno potesse vedere una parte (talvolta nascosta) di sé”.
ll titolo del tuo libro: “Farfalle”. Si tratta di una metafora o una similitudine?
“Nella nota introduttiva che da autrice faccio al mio libro, spiego ampiamente il perché di questo titolo. Non farò anticipazioni ma posso dire che non c’è poi tanta differenza tra le mie poesie e le farfalle. E leggendo, capirete il perché…”.
Se dovessi definire lo stile di scrittura dei tuoi versi, quale sarebbe?
“Non avevo mai pensato a uno stile di scrittura in particolare. Ho un’idea, la appunto, la lascio sedimentare e poi la sviluppo. La maggior parte delle volte questo avviene di notte, al buio, quando un irrefrenabile impulso mi sveglia e mi porta alla scrivania in preda a una sorta di trance emotiva che si traduce in parole. Poi un giorno Fabrizio, mi ha definito punk, rock, dai tratti dark. E mi è piaciuto, mi ci ritrovo, per cui il mio stile è quello con cui mi descrive il mio editore, mi piace l’idea che si leggano le mie poesie allo stesso modo in cui si sorseggia un buon whiskey”.
Cosa troverà il lettore tra i tuoi versi?
“Troverà forse parti di me, troverà tracce di se stesso, troverà vie di fuga da realtà scomode, troverà un bambino che vive dentro di noi e con cui abbiamo smesso troppo in fretta di dialogare, troverà uno stimolo ad andare avanti di fronte alle difficoltà, si commuoverà forse o chiuderà il libro dopo poche pagine perché lo troverà crudo e spietato. Sono solo ipotesi, vorrei che fossero i miei lettori a dire a me cosa hanno trovato tra i miei versi…”.
Come e dove trai ispirazione?
“Mare, musica, momenti. Le 3 M mi accompagnano da sempre nella ricerca dell’ispirazione. Del mare e della musica ne ho già parlato ampiamente, sentire il rumore delle onde che si infrangono su uno scoglio è egualmente musica. E ascoltare una melodia più o meno struggente mi tocca delle corde che muovono il braccio a cercare immediatamente una penna. E poi ci sono i momenti, istanti di vita, vissuta da me o da altri, in cui anche solo un sorriso, un abbraccio, una parola, un tramonto, una discussione, un semaforo, una tortora, suscitano in me l’incontrollabile bisogno di trasformare quei momenti in parole”.
Quali sono i tuoi poeti del cuore?
“Dai tempi del liceo sono innamorata di Ungaretti, Montale, Foscolo, Quasimodo, Baudelaire, Prevert. Di recente ho scoperto una Frida Kahlo poetessa, oltre che pittrice e la sento a me molto vicina”.
Ci racconti altri tuoi progetti in corso o futuri?
“È solo un’idea, ma vorrei scrivere una raccolta di poesie interamente in siciliano. La musicalità innata che c’è all’interno di questo dialetto, è una cosa che da sempre mi affascina e vorrei lavorarci su”.
Ce l’hai un rimpianto privato o professionale?
“Per quanto riguarda il privato, rimpiango di aver perso troppo tempo appresso a fatti o persone che forse non meritavano poi tutta quella attenzione o amore che gli donavo. Avrei dovuto dedicarmi maggiormente a me stessa, invece mi sono spesso consumata dietro situazioni nocive di cui eviterò di parlare. E poi si, rimpiango di non aver mai imparato a suonare uno strumento, il pianoforte ad esempio”.
E un sogno nel cassetto che vorresti tirare fuori, prima possibile?
“Ad oggi il mio sogno nel cassetto è quello di ricevere un premio, come migliore attrice, o voce dell’anno, o per le copie vendute di un libro, o per un mio brano che magicamente scala le classifiche, alzarlo al cielo,-sai come fanno i grandi attori che vengono premiati con la nota statuetta alla notte degli Oscar-, e dedicarlo a tutti quelli che mi dicevano di mollare, che tanto non c’è l’avrei mai fatta”.
Come e dove ti vedi fra cinque anni?
“Mi è difficile rispondere a questa domanda. Sono saldamente ancorata al presente e non riesco a ipotizzare scenari futuri. Certamente mi auguro di essere maggiormente affermata nel mio lavoro di doppiatrice, di avere qualche film all’attivo come attrice, e di aver scritto almeno altri due libri”.
C’è una domanda che avresti voluto ti facessi ma che non ti ho posto?
“Forse avresti dovuto chiedermi se le mie poesie nascono da un vissuto autobiografico. Ma ora posso dirti che, questa domanda, hai fatto bene a non farmela!”.
Ti va di regalare una poesia inedita ai nostri lettori?
“Certo, in fondo le poesie raccolte in “Farfalle”, sono tutte più o meno serie.
Quindi oggi regalerò ai lettori una poesia del cavolo. No, non fraintendetemi, non voglio essere maleducata o volgare, si intitola proprio così:
E mo’ so cavoli (una poesia del cavolo)
Per diverso tempo da bambina ho creduto di essere stata trovata sotto un cavolo.
Crescendo, nelle situazioni più difficili, poche volte ho trovato una mano tesa ad aiutarmi, erano più i “sono cavoli suoi” che sentivo alle mie spalle.
Talvolta ho fatto scelte più sbagliate dei cavoli a merenda, e se ci penso infatti, mi sono ancora indigeste.
Comunque, in un modo o nell’altro, nonostante la mia testa di cavolo, sono sempre riuscita a salvare capre e cavoli.
Il mio carattere mi porta spesso a incavolarmi per come vanno certe cose, eppure, anche se non ho un cavolo da dare, cerco sempre di condividere tutto, fosse anche un sorriso con un pezzettino di cavolo tra i denti.
Insomma… Ho capito che nella vita è tutta una questione di cavoli. Solo che in certi momenti sono cavoli amari…”.
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