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SONO UN AVVOCATO, MA SCRIVO POESIE PER SVUOTARE LA MIA ANIMA

Intervista a Clara Spadea, noto avvocato di Avellino che ha pubblicato la raccolta di poesie "Ho imparato a guardare il cielo".

Clara Spadea, è un noto avvocato di Avellino che, a un certo punto del suo percorso, ha sentito forte l’esigenza di imprimere su carta le sue emozioni più intime, quel suo personale punto di vista della vita, scrivendo e pubblicando il suo primo libro di poesie “Ho imparato a guardare il cielo”.
Ultima di cinque figli, Clara nasce a Taranto, in una famiglia medio borghese: il padre era cassiere al Banco di Napoli, la mamma una stimata insegnante elementare. Nel corso degli anni le è capitato di interrompere, più di una volta, l’esercizio della sua professione: innanzitutto nell’87, per problemi di salute del figlio e in seguito a causa di trasferimenti, per motivi familiari, a Roma, dove ha vissuto per un anno, e successivamente a Pescara per ben 5 anni, durante i quali si è dedicata esclusivamente alla sua famiglia. Rientrata ad Avellino,  all’età di 40 anni, decide di riprendere la sua professione, rifacendo ovviamente tutta la “gavetta”. Dopo qualche anno sostiene anche l’esame per il titolo di Procuratore Sportivo. Noi abbiamo contattato l’avvocato irpino e insieme a lei abbiamo sfogliato parte dei suoi ricordi, cercando di capire cosa l’abbia davvero spinta a fermare su carta quei versi che lei non esita a definire “un testamento per i miei figli “.
Clara, tu eserciti da molti anni, e con successo, la professione di avvocato. Quando, invece, hai cominciato a sentire l’esigenza di scrivere?

“Diciamo che mi è sempre piaciuto scrivere, ma in una forma intimistica, nel senso che sin da ragazzina, e poi da adolescente, ho sentito il bisogno di avere un diario in cui raccogliere tutte le mie sensazioni. Chissà, forse era un modo per metterle sul tavolo e cercare di comprenderle, di decifrarle, un modo per capire me stessa e pure gli altri. Ancora oggi, soprattutto per le cose negative, sento il bisogno di capire, di trovare spiegazioni, altrimenti non riesco ad archiviarle e superarle. Poi in particolare, ad un certo punto, dopo un periodo delicato della mia vita, mi sono ritrovata particolarmente affamata di umanità e forse è così che ho cominciato a scrivere poesie, riflessioni, per svuotare la mia anima, per sfidare me stessa, per ritrovarmi, rimettere insieme tutti miei pezzi, anche la mia polvere, o semplicemente il bisogno che sento, a volte, di decantare il bello che per fortuna ancora riesco a scorgere”.

E dunque hai pubblicato una raccolta di poesie che hai definito un “testamento” per i tuoi figli. Cosa intendi?

“E’ vero, nel 2018 decisi di pubblicare la mia prima raccolta di poesie e riflessioni, dal titolo ”Ho imparato a guardare il cielo” soprattutto come un “testamento” per i miei figli. Volevo lasciare loro una traccia anche delle parole non dette, di quello che ho provato nel tempo, che è stato importante per me. Mi piace l’idea che loro mi possano comunque (ri)trovare un giorno, quando non ci sarò più, con tutti i miei limiti, le mie sofferenze, le mie gioie, in una veste diversa da quella di “wonder women”, ma profondamente umana, un aspetto che a volte sfugge agli occhi dei figli ma che secondo me è il più veritiero. E’ un modo per restare con loro, sempre. Leggeranno qualche pagina, sicuramente con più profondità, e mi sentiranno vicina, ne sono certa”.

Come definiresti lo stile di scrittura dei tuoi versi?

“Credo, ma non spetta a me dirlo, che la mia scrittura rispecchi essenzialmente quello che sono, quindi che sia una scrittura molto semplice. Un magistrato in pensione, che si dedica alla poesia e alla scrittura e che legge le mie poesie pubblicate sulla rivista “Il Nuovo Meridionalismo”, mi dice sempre di apprezzarle perché sente che sono “vere”. Altri amici le leggono con piacere  perché vi trovano la speranza e in effetti mi ritrovo in entrambe le definizioni; non riuscirei mai a scrivere cose “forzate”, non sentite. Non avrebbe senso,  perché in realtà io non scrivo per gli altri!”.

Oltre alla poesia, so che ti sei  anche cimentata in altri stili di scrittura. Di cosa si tratta?

“Da circa un anno sto collaborando, seppure in modo saltuario, con la rivista ITV online del direttore Franco Genzale. Lo faccio scrivendo articoli su fatti di cronaca locali e non, da cui sono colpita, spesso, in negativo. E’ qualcosa che mi è stato sollecitato dal direttore e che, compatibilmente con il mio lavoro, faccio con piacere perché mi consente di urlare, quasi, la rabbia che a volte provo nel sentire di bambini o donne uccise, violentate. Vorrei urlarla sempre più forte, vorrei scuotere il torpore ingiustificato e colpevole dell’umanità, affinchè si provi ancora sdegno per certe cose, perché un giorno non si sentano così frequentemente tali notizie orribili!”

Dove trai ispirazione per scrivere?

“La poesia nasce solo dalle emozioni. Emozioni a volte dolorose, altre volte legate alla bellezza di un albero, di un paesaggio autunnale, di un sorriso inatteso o al tempo che sento andare via troppo velocemente e che mi fa desiderare di cristallizzare  nei miei occhi il fascino della vita, e di fermare su carta tutte le sensazioni che provo, prima che sia troppo tardi. Insomma diciamo che vivo con i miei sensi sempre attivi, non fa niente se in questo modo percepisco maggiormente le brutture e le cattiverie. Io non so vivere diversamente”.

Ma dimmi, Clara, avvocato o scrittrice, in quale veste ti senti più a tuo agio?

“Mah, non so, forse più di tutto mi sento “donna” con tutto quello che questo termine implica, nel bene e nel male. Quindi sì, sono un avvocato, ma sono soprattutto e semplicemente una donna che
soffre, apprezza, gioisce e che vuole imprimere su carta tutto quello che prova. Una donna che ha ancora voglia di vivere intensamente le proprie emozioni. Ecco questo conta per me”.

Stai lavorando ad altri progetti editoriali, in questo momento?

“Dal 2018, data di pubblicazione del mio libricino, ho scritto altre poesie, così sto pensando di provvedere ad una seconda raccolta, spero nei prossimi mesi”.

Sono curiosa: ma Clara piccola, cosa sognava di fare da grande?

“Sinceramente non ricordo se da bambina avessi già desideri di cosa fare da grande. Di certo al tempo del liceo leggevo per diletto Freud, Fromm, Jung e forse mi sarebbe piaciuto intraprendere la strada della Psicologia, cosa che papà non mi consentì perché la sede universitaria era fuori regione. Così mi sono ritrovata iscritta a “Giurisprudenza” alla Federico II. Oggi sono soddisfatta comunque della scelta, perché spesso l’avvocato deve non solo conoscere le norme ma anche saper entrare empaticamente nelle problematiche delle persone più “deboli” che subiscono ingiustizie”.

C’è una domanda che avresti voluto ti facessi e che non ti ho chiesto?

“Forse mi avresti potuto chiedere come mi definirei in poche parole ed io ti avrei risposto che sono una donna perennemente imperfetta, che lavora costantemente su se stessa, a volte senza alcun risultato. Una persona sincera, timida, incapace di fare del male gratuito e… chiacchierona! “.

Ci sveli un sogno nel cassetto?

“Il mio cassetto non si svuota mai, piuttosto si arricchisce in continuazione di sogni e desideri. Allo stato i più importanti sono legati ai miei figli, poi vengono gli altri, top secret!! “.

Come e dove ti vedi tra cinque anni ?

“Ti dirò , sono diventata da tempo incapace di fare progetti a lunga gittata. Tra cinque anni spero innanzitutto di esserci ancora e di stare in buona salute, magari di poter vivere senza l’incubo della pandemia, dunque di poter viaggiare liberamente ed abbracciare di più qualcuno. Ecco, mi basterebbe questo. Ti sembra poco?! “.

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