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Calato il sipario sull’Ariston, il meglio e il peggio del 71esimo Festival della canzone italiana

La cinque giorni di Sanremo 2021 ha premiato il rock dei Maneskin

Lo abbiamo atteso, snobbato, criticato. Ci ha fatto divertire, annoiare, cantare, ballare, litigare per la canzone migliore. Tutto questo è il Festival di Sanremo, uno show che da sempre colpisce gli italiani non solo alle orecchie ma anche alla pancia, dando anno dopo anno seguito a diatribe fra un fedele pubblico e un’Italia che lo ritiene un residuo di ipocrisie per il quale non basta evidentemente cambiare canale, ma bisogna segnare una netta linea di confine verbale, la cui traccia resti dove crediamo di essere più considerati: i social.

Quest’anno, come ben sappiamo, il Festival è stato appeso a un filo per via della situazione covid, ma nonostante l’ipotesi di rimandarlo, alla fine Amadeus ha deciso di celebrarlo, nuovamente con il sostegno di Rosario Fiorello, che lo scorso anno era stato determinante nel successo dello show televisivo. Non poche critiche sono state mosse al duo prima dell’inizio di Sanremo da parte dei lavoratori dello spettacolo, di musicisti e attori più estranei alle cronache mondane, ma sicuramente voce di un settore che è stato mortificato dall’agenda del governo Conte per quasi un anno.

Il punto è che la mancata risposta di un governo non sarebbe potuta ricadere su due showmen, al servizio della televisione pubblica, che con sponsor e pubblicità recupera quel denaro che è oggetto di invettive puntuali nella forma dei cachet a tante cifre per questo o quel vip. Quindi c’è il Festival di Sanremo e contestualmente la fiera del populismo che avvelena i pozzi e che ha avvelenato ingiustamente la protesta ragionevole e ed educata di tanti. 

Sanremo si sarebbe potuto rimandare, è vero, ma è vero anche che questo Festival è stato un momento di distensione e distrazione per una parte di pubblico che ricordava Sanremo come l’ultimo evento normale del 2020, prima del lockdown rigido.

Sui social il pre-festival della scaramanzia è stato uno dei momenti migliori, fra chi in controtendenza annunciava che non lo avrebbe guardato come per rispedire la sfiga al mittente e chi invece, più speranzoso che per il Papa e il famoso schiaffo alla pellegrina cinese, si era detto che Sanremo avrebbe riaperto a una stagione di normalità, accompagnata dalla notizia della riapertura di cinema e teatri dal 27 Marzo in zona gialla.

Il 2 Marzo è andato in onda il primo live della cinque giorni e tutti noi spettatori siamo stati immediatamente colpiti dalle poltrone vuote dell’Ariston, adeguatosi come giusto che fosse, alle disposizioni di sicurezza e salute. Per fortuna sono arrivati i palloncini a riempire le poltrone, anzi la presenza di un particolare palloncino è stata oggetto dello spasso più totale sui social, che hanno tirato fuori come sempre meme per ogni occasione. 

La conduzione ha certamente risentito dell’assenza di pubblico, di uno share in calo rispetto allo storico, e forse c’è proprio questo dietro all’annuncio di Amadeus e Fiorello di non essere disponibili per il futuro di Sanremo

Le lungaggini del Festival, i cui orari sono stati abbastanza discutibili, almeno in nome del palinsesto, sono state addebitate proprio alle parentesi canore e ai siparietti cabaret del duo, mortificando, a mio avviso, ingiustamente soprattutto Fiorello, che è da due festival che ingaggiato come spalla sostiene invece Sanremo e catalizza l’attenzione più di Amadeus. De gustibus!

Le canzoni, ritenute da molti prima e dopo il Festival, non all’altezza degli anni addietro, sono state invece per tanti di noi una piacevole sorpresa. Per la prima volta su 26 brani in gara, ne abbiamo salvati quasi 20. Per la sottoscritta, nonostante l’entusiasmo e canzoni che davvero mi piacciono e sono nella mia playlist, soprattutto la vincitrice “Zitti e buoni” dei Maneskin, non ho avuto l’imprinting vero e forte con nessun pezzo come fu l’anno scorso per Diodato e la sua “Fai rumore”.

Eppure mai come questa edizione ho avuto esigenza di calarmi totalmente nello spettacolo sanremese, di commentarlo per sentirmi più vicina a chi abitualmente è distante e in pandemia è diventato praticamente un corpo celeste nelle nostre vite. E’ stato uno sfogo, un diversivo, un’appigliarsi a qualcosa di frivolo e stimolante allo stesso tempo, per rimandare i pensieri del quotidiano e sere in cui la libertà ti manca terribilmente. 

Certo non posso dire che abbiamo dato il meglio, come sempre è venuto fuori anche il peggio. C’è sempre chi ritiene i commenti altrui non richiesti, incompetenti e chi più ne ha più ne metta, dimentico del fatto che nel proprio spazio virtuale ognuno ha ancora diritto di esprimersi come e quanto crede e che esattamente come con  lo zapping in tv si può passare oltre. Inoltre, nel 2021, ancora non si capisce che uno scritto non ha un’intonazione, che quello che si scrive è diverso da ciò che si vuol intendere e perciò la polemica è sempre dietro l’angolo.

Esprimi un parere e pare tu abbia velleità didattiche oppure non ti piace una canzone che fa impazzire qualcun altro e c’è sempre un’etichetta pronta, che magari si esaurisce con Sanremo ( e meno male!), ma ti fa comunque dubitare della stabilità psicologica delle persone e anche della tua, in bilico fra l’attaccarsi alle futilità e una predisposizione all’archiviare non sempre così naturale e scontata, in nome di un malessere comune, che ora ci divide e ora ci unisce. 

E per fortuna esiste anche il gioco, l’ironia e ci sono quelle amicizie che ti danno il tormento con le canzoni che non ti sono piaciute per persuaderti del contrario o semplicemente per ritagliarsi ancora momenti di burla genuine. Rea confessa di essere in quella elite di persone che non è rimasta ammaliata da “Musica leggera” di Colapesce e Dimartino, che è sicuramente un pezzo molto ben strutturato e orecchiabile, ma che ha suscitato in me quell’istinto di conservazione che mi prende quando conosco un’artista in un modo e mi stranisco se a Sanremo non porta esattamente il suo bagaglio musicale. Ma che vi aspettate, sono la nazista, anzi la “naziskin” nerd del cinema e delle serie tv, poteva essere diverso con la musica?

Che poi alla fine in alcuni casi cambio idea. Lo scrivevo qualche giorno fa sul mio profilo facebook, quando Mahmood ha presentato Soldi al Festival del 2019 la odiavo. Poi non solo mi è entrata in testa e ho iniziato a cantarla, ma mi sono appassionata all’artista, che apprezzavo per i testi scritti per altri grandi nomi della musica. Insomma mi sono ricreduta e convertita. Quindi potrebbe essere che ogni tanto anche io avrò bisogno di “mettere un po’ di musica nel silenzio assordante”

E mi piace l’immagine che hanno creato tanti ragazzi sui social a proposito dell’estate, di un ritorno ipotetico alla normalità e delle note di Colapesce e Dimartino che possano accompagnare serate senza coprifuoco o con un coprifuoco quanto meno più generoso con luoghi e persone della movida. Personalmente dopo l’estate 2020 segnata da “Mediterranea” di Irama, mi aspetto che il re dell’estate sia di nuovo lui proprio col pezzo di Sanremo “La genesi del tuo colore”. 

Menzione speciale e volutamente finale ad Achille Lauro, che coi suoi quadri ha regalato a me e a chi lo apprezza, momenti di riflessione sul palco dell’Ariston. Le sue dediche sempre indirizzate a chi si sente diverso o è trattato da tale, con ammonimento a chi è schiavo del pregiudizio o ha sempre un’opinione immutabile su tutto e un giudizio per tutti, hanno portato in Rai, quello che avremmo bisogno di sentire più di cinque giorni l’anno, quello che vorremmo passasse come pubblicità per fare quello che altri che dovrebbero non riescono a fare: educarci per restituire una società migliore di quella che contribuiamo quotidianamente a creare, fondata sulla discriminazione di qualsiasi forma di diversità, percepita opportunisticamente come trasgressione e non come diritto di essere, per dirla alla Lauro.

Le luci sull’Ariston si sono spente e in attesa che si illuminino davvero e per sempre quelle di cinema e teatri in tutta Italia, ci resta qualche nuova nota a farci compagnia, in un momento in cui il nuovo sembra una chimera. Siamo tristi? Siamo felici? Bene, fra quelli di Sanremo c’è il brano che farà sicuramente al caso nostro. 

Io oggi? Mi sento un po’ come Rovazzi quando gli parte un suono nella testa.

“Voglio solamente diventare deficiente e farmi male, citofonare e poi scappare”

 

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