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BARESI 60

Sessanta anni, 46 in rossonero: in una squadra ricca di bandiere e di campioni, è ancora e sempre lui l'uomo in cui si identificano i tifosi rossoneri

(Milano)- Nato nel 1968 e milanista assai precoce, mi sono trovato nella posizione anagrafica migliore per incrociare e vivere le epopee rossonere di tanti grandi: Rivera il primo idolo da bambino, Nereo Rocco c’era ancora, ho conosciuto la grande storia di Liedholm (e di rimbalzo di Nordahl, e Gren) quando è stato in due riprese il nostro timoniere, e poi il magnifico Paolo Maldini, figlio di tanto padre, e ancora Van Basten e gli olandesi, Shevchenko, Kakà, tutti questi ultimi sotto l’egida di Silvio Berlusconi. Sono tutti dei tesori preziosi conservati con cura nei forzieri che sono il cuore e la memoria del tifoso. E poi c’è Franco Baresi, che è il Milan.

Baresi II, così denominato per distinguerlo dal suddetto Baresi I, sbocciò al calcio nelle giovanili rossonere. Anno 1974, numerazione romana ancora vigente per i fratelli calciatori: i mitici Sentimenti I, II, II, IV e V, modenesi di Bomporto nati tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso, l’avevano portata appunto fino al cinque. Franchino, non ancora Franco, perse presto mamma Regina e papà Terzo, agricoltore, investito da un’auto non lontano dall’oratorio. A casa erano in cinque figli: Angelo, Lucia, Beppe, Franchino, Emanuela. Si concentrò sul calcio: la stoffa c’era, la personalità pure. Era un libero, ruolo antico se sotteso all’implicito catenaccio all’italiana, quasi una sorta di spazzatore d’area, e invece modernissimo, se interpretato in base all’evoluzione della specie, culminata in un felice meticciato tecnico: quello tra gli esteti dell’anticipo e della scelta di tempo – a calamitare il pallone nella propria area – e i raffinati costruttori di gioco, eleganti nell’avanzata da dietro fino alle soglie dell’area altrui. Facchetti e Beckenbauer e Krol, infine Scirea e lui, sinonimo di stile frammisto a concretezza. Rimase libero per definizione anche sotto il regno di Sacchi, rivoluzionario della zona e della difesa in linea: libertà, tipica dei fuoriclasse, di immaginare passaggi e coperture del campo precluse agli altri. Sbrigativi detrattori lo fotografavano nell’atto di alzare il braccio per chiamare il fuorigioco, trappola sacchiana basata sulla frazione di secondo: Baresi era ben altro.

L’aneddotica più remota lo pesca minorenne, con Pippo Marchioro allenatore che lo rimprovera per qualche eccesso di sganciamento in avanti, però gli profetizza anche un’ottima carriera. Lo battezzerà al grande calcio Nils Liedholm, maestro aperto alle novità: dopo avere pensato all’arretramento di Bigon, non tarderà ad accorgersi che il libero lo aveva già in casa, giovanissimo: “Ho incontrato tante persone, lungo il mio cammino. Quattro, su tutte: Rivera, Liedholm, Berlusconi e Sacchi. Liedholm mi ha dato fiducia. Era bravissimo con i giovani. Mi ha lanciato in un ruolo di solito riservato ai più esperti e mi ha fatto esordire in Serie A contro il Verona, al Bentegodi”. Era il 23 aprile 1978: “Vincemmo 2-1. Non giocai benissimo, ma la vittoria aiuta. I compagni furono eccezionali con me. Negli spogliatoi c’era anche Nereo Rocco. Mi fece diventare rosso per una battuta in dialetto triestino, quando mi vide: “Ciò, mona, te ga zogà anca ti?”. Aveva giocato anche lui, il “Piscinin”, come lo chiamavano all’inizio, nel senso dell’apprendista, del garzone. Piscinin, ma nient’affatto arrendevole.

Certo è che quella frase, se davvero ci fu, non spezzò l’incantesimo: i campioni si fiutano: “Rivera è stato il mio capitano. Da lui ho imparato tantissimo, anche se l’ho avuto solo un anno, era a fine carriera. Mi è servito molto quell’anno, in cui vincemmo lo scudetto con una squadra che non era favorita. Se penso a Liedholm e a Rocco, mi vengono i brividi”. All’epoca spense l’emozione spendendo buona parte del premio scudetto per comparsi una Golf grigia da 9 milioni di lire. Era un calcio più povero e presto fu anche un povero Milan: due retrocessioni in Serie B, la prima per il calcioscommesse, la seconda sul campo. Ma Baresi non tradì mai la causa: nemmeno quando, nel 1982, le voci di calciomercato lo accostarono alla Juventus, dove avrebbe certamente guadagnato di più: “Il ricordo più brutto è quello della seconda retrocessione: per un’infezione da stafilococco rimasi fuori da ottobre a febbraio. Comprarono Venturi per sostituirmi. Fu un’annata balorda. Ma quelle sulla Juve erano solo voci, a me non era mai arrivata la richiesta e penso anche che il Milan non abbia mai voluto vendermi. Comunque io sono cresciuto in questo club e non ebbi mai nemmeno il pensiero di andarmene. Quell’anno, poi, mi fecero capitano: a 22 anni, non so se ero pronto ma ho imparato strada facendo. La mia decisione è stata ricambiata, diventare capitano è stato un onore e uno stimolo enorme. E al Milan mi sono preso tutte le soddisfazioni possibili”.

MILAN, ITALY – JULY 26: Franco Baresi of AC Milan looks on during the Serie A 2018/19 Fixture unveiling on July 26, 2018 in Milan, Italy.
Capitano lo è rimasto per quindici stagioni: “Il segreto, quando porti la fascia, è di farsi valere sul campo. All’inizio stavo zitto, perché ero giovane e non contavo niente. Dovevo essere un punto di riferimento con il comportamento. Ho cercato di essere sempre un uomo sincero, di avere coraggio e di ispirare i compagni, senza lasciare indietro nessuno”. Da capitano a capitano, la staffetta è stata perfetta: Rivera, Baresi, Maldini. Un’eredità del genere, oggi, può pesare a Romagnoli? “Alessio è uno tra i giocatori migliori in Italia. E’ al Milan da diversi anni e credo che stia capendo l’importanza della maglia rossonera. La fascia al braccio è un pezzo di stoffa, ma ha effetti incredibili su chi la indossa”. Traduzione: sono le vittorie a renderla storica: “Io ho avuto la fortuna e il privilegio di avere per trent’anni Berlusconi presidente. È stato lungimirante e per me fondamentale. Ha portato la sua mentalità vincente dentro una squadra di calcio”. Con Sacchi, visionario di un gioco inedito, non scoccò subito la scintilla, ma Baresi smentisce: “Arrigo è stato quello che mi ha completato e migliorato sotto tanti punti di vista. Ha introdotto una cultura del lavoro diversa. Preparava le gare in maniera nuova, rispetto al metodo abituale dell’epoca. I suoi primi due anni furono formidabili. Lo scudetto del 1988 fu pieno di sorprese: praticavamo un calcio completamente nuovo. L’anno dopo tornammo in Coppa dei Campioni e la vincemmo: in poco tempo eravamo arrivati in cima al mondo, un momento grandioso”.

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In Nazionale ha giocato 81 partite, chiudendo da capitano. Eppure la sensazione è che qualche ferita sia stata lenita soltanto dal tempo. Enzo Bearzot, dopo qualche tentativo di schierarlo da mediano per farlo coesistere con Scirea libero, non lo portò al Mondiale del 1986 in Messico: “Divergenze normali. La verità è che io ho vestito due maglie, quella del Milan e quella della Nazionale. E che ho fatto tre Mondiali, con un primo, un secondo e un terzo posto: non so quanti calciatori possano dire la stessa cosa. Certo, ero dispiaciuto per non essere andato in Messico. Ma io posso solo ringraziare Bearzot. Nell’82 ero retrocesso con il Milan in Serie B, eppure lui mi convocò per il Mondiale di Spagna. Partecipare a quella coppa del Mondo mi ha fatto vivere momenti straordinari e ha mitigato la delusione per la retrocessione. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere molto. Bearzot voleva vedermi giocare in coppia con Scirea, per questo provò anche a cambiarmi ruolo”.
[caption id="attachment_85637" align="alignnone" width="760"] MILAN, ITALY – JULY 26: Franco Baresi of AC Milan looks on during the Serie A 2018/19 Fixture unveiling on July 26, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Dopo il terzo posto di Italia ’90, tra le immagini simbolo del titolo sfiorato a Usa ’94 c’è quella del rigore sbagliato a Pasadena, nella finale col Brasile: “Tenevo moltissimo a quel Mondiale perché ero capitano, c’erano tanti compagni di club e Sacchi allenatore. Quando mi infortunai, alla seconda partita, il mio morale era sotto i tacchi, vedevo che si stava frantumando la mia occasione. Devo solo ringraziare i miei compagni per aver giocato la finale, la squadra dimostrò grande carattere. E’ stato un successo giocare la finale a 23 giorni dall’operazione al ginocchio, poi i rigori fanno parte del gioco. Anni dopo ci è andata meglio, nel 2006, sempre ai rigori”. Nemmeno il Pallone d’oro mancato, nel 1989, è un rimpianto: “Ci sono andato vicino in due occasioni, ma davanti avevo Van Basten: quali rimpianti dovrei avere?”.

Quella del sessantenne campione – che al Milan è poi rimasto da dirigente, da allenatore delle giovanili (salvo una brevissima parentesi nel Fulham) e ancora da dirigente, nel classico legame indissolubile – è stata una carriera felice. Segnava poco, ultimo gol in campionato nel 1995 a Padova, allenatore Fabio Capello, altro ciclo vincente: sgroppata improvvisa, triangolo dettato all’allora futuro Pallone d’oro e attuale presidente della Liberia George Weah, controllo sopraffino tra petto e palleggio aereo, tocco breve di giustezza: il tocco dell’artista: “Penso alla mia infanzia e alle tappe che ho dovuto affrontare. Sono arrivato adolescente e oggi ho 60 anni. Dare consigli al cuore dei giovani di oggi non è semplice. Ma l’aspetto umano è fondamentale. Lo sport deve essere fatto con amore e passione”. Tutto è partito dall’oratorio di Travagliato, luogo di una memoria da non cancellare: ormai i ragazzi non crescono più al calcio in quei laboratori di artigianato del pallone, che erano scuole in cui continuare a imparare in infiniti pomeriggi dietro il pallone, dopo la scuola: “Sì, sono cresciuto lì. Gli oratori erano fondamentali per i giovani e per la loro crescita. Ma più del luogo credo che siano ancora più fondamentali le persone che gestiscono i ragazzi, anche oggi: devono trasmettere valori che vanno anche oltre il calcio”.

L’oratorio dopo l’oratorio, per l’ex “Piscinin”, è stato il Milan, che oggi non è più lo stesso dei grandi trionfi: “Ne ho viste tante, sia sul campo sia da dirigente. In ogni club ci sono dei cicli, che prevedono anche dei cambiamenti. Ci sono stati cambi di proprietà, negli ultimi tempi. Berlusconi è rimasto per 30 anni e la continuità aziendale, di sicuro, è un punto a favore. Oggi c’è tanta concorrenza, non è semplice perché vanno rispettate diverse regole, come il Fair Play Finanziario. Penso che il Milan, comunque, possa tornare in alto”.

Come in un’eventuale top 11 ideale, che Baresi si astiene dal declamare: “Come faccio a trovarne undici? Ho avuto la fortuna di aver vissuto tante formazioni e non voglio dimenticare nessuno. Ho avuto compagni meravigliosi, tanti campioni. Posso dire che il Milan deve imporre il proprio gioco con coraggio e non avere paura. Questo aiuta a crescere”.

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