AttualitàPersonaggi

L’INGEGNERE DEGLI SCUDETTI

Per la Rubrica il caffè di Stefano Sica: intervista a Corrado Ferlaino storico presidente del Napoli che racconta il secondo scudetto degli azzurri che oggi compie 30 anni

Quello scudetto fu soprattutto uno sfizio. Una ripicca o un regolamento di conti che dir si voglia. Gli azzurri il loro tabù lo avevano sfatato tre anni prima, inaugurando un quadriennio di vittorie e di scalata irrefrenabile al potere. Ma quel primo maggio del 1988 bruciava ancora nel corpo e nella mente di una città a cui era stato rifilato un farmaco velenoso, con un carico eccessivo di tossicità. Due anni dopo, il 29 aprile, il Napoli si riprendeva finalmente quello che gli spettava e che troppi fattori avversi gli avevano strappato. Lazio ko, Baroni l’eroe gregario e silenzioso di quel pomeriggio. Il Milan, nonostante il suo spirito onnivoro che provava a coniugare innovazione organizzativa, influenza politico-federale e dispotismo mediatico, non sembrava più quel santuario inattaccabile. Fu la nemesi perfetta. Il momento di liberazione collettiva che sciolse anche la creatività di tanti tifosi nell’ideazione di striscioni irridenti e ironici. Inevitabile il tuffo nel passato con Corrado Ferlaino, l’Ingegnere degli scudetti e delle Coppe. L’ideologo della favola più bella. Un uomo capace ancora di emozionarsi mentre snocciola particolari e sfumature di quella sfida personale infinita.

Intanto c’è spazio per un aneddoto gustoso. Lui ci tiene a rivelarlo prima di gettarsi nell’arena dei ricordi.
“Scovando a casa tra i miei oggetti, qualche giorno fa ho trovato il tesserino di vice presidente del Centro Tecnico di Coverciano . Avevo quasi dimenticato di averlo… Fu un periodo nel quale mi trovai a dirigere personalmente le attività nel Centro. Pochi lo sanno”.

29 aprile 1990. Tutto sommato era una festa annunciata. La squadra fu brava a gestire bene quella settimana di euforia dopo Bologna.
“Il Milan perse la testa a Verona perché avvertiva ansia e pressioni: una parte della stampa, anche tramite la Rai, ci diede una mano. Loro avevano Lanese e noi provammo a difenderci. Fu una battaglia di nervi che vincemmo noi. Il Milan aveva un certo potere mediatico che riuscimmo a contrastare efficacemente. Loro persero serenità per quello. Noi eravamo più tranquilli e lo dimostrammo a Bologna. Quel primo tempo fu spettacolare”.

E pensare che prima del 1987, più volte lei affermò che, in caso di scudetto, avrebbe lasciato il giorno dopo. Poi cosa è successo?
“Intanto pensai alla Coppa dei Campioni, che il Napoli non aveva mai vinto. Il calcio toglieva molto tempo alla mia vita personale e di imprenditore. Ma ero troppo innamorato del Napoli, oltre che del calcio. Lasciare poteva essere una cosa giusta da un punto di vista razionale, ma il cuore ha prevalso. Anzi, quando abbiamo perso lo scudetto contro il Milan mi sono arrabbiato ancor di più. Mi organizzai per “vendicarmi” e dopo due anni ce lo riprendemmo. Vincemmo alla grande e fu un trionfo tecnico, societario e di nervi. Ma fu anche la vendetta di tutti i napoletani per quel campionato sfumato in modo beffardo”.

30 anni dopo, sarà surreale non poter celebrare pubblicamente quel fantastico trionfo. A differenza di come si è fatto per il primo scudetto o la Coppa Uefa.
“Ognuno potrà farlo a casa sua. Un vero tifoso lo farà comunque. Intimamente, privatamente, da solo o con la famiglia. Specie chi quel giorno lo ha vissuto da vicino. Non è poco”.

Conflitti interni, tentativi di mediazione che spesso cadono nel vuoto, pay-tv che fanno la voce grossa. L’emergenza Covid-19 ha acuito la crisi del calcio italiano.
“Servono presidenti forti a capo di Figc e Lega. Quando c’erano Carraro e Franchi, certe cose non succedevano. Anche se ormai è passato troppo tempo. Ma non si permetteva ai presidenti di essere così divisi tra loro. Ai miei tempi era diverso, la serie A era unita in tutto e per tutto. Il Milan volle l’abolizione della norma relativa alla sconfitta per 2-0 a tavolino dopo la monetina di Bergamo. Io accettai e il regolamento fu cambiato. La loro fu un vittoria politica voluta ad ogni costo, ma frutto del compromesso. Avevo vinto lo scudetto, per me poteva pure andare”.

Ma è proprio difficile trovare un punto d’intesa?
“Bisogna capire fin quando ci sarà questa emergenza. Può succedere anche che ce la trascineremo fino ad ottobre. Non possiamo fare previsioni. Di sicuro qualsiasi decisione dovesse essere presa ora, scontenterà qualcuno. Assegnare lo scudetto alla Juve sarebbe un errore profondo. Se si riprende a giocare, non bisogna intaccare l’inizio del prossimo campionato. Non è facile fare la scelta giusta nella situazione attuale”.

Dopo il decreto legge del 1996, le società possono dividere gli utili e perseguire scopi di lucro. Un avanzamento o un arretramento?
“E’ cambiato il calcio, hanno fatto irruzione i diritti televisivi. Prima era la Rai a pagare, la Lega prendeva i soldi e li divideva equamente tra le società, a parte i premi per chi vinceva il campionato. Nel frattempo nasceva un nuovo mondo, che era quello delle televisioni private. Non c’era più solo la Rai. E oggi si è arrivati alle cifre che conoscete bene. Però questo ha prodotto una divisione tra i club, ognuno dei quali ha trattato direttamente i diritti televisivi. Ciascuno ha curato il proprio territorio e questo ha creato anche cartelli tra società con interessi comuni. Si sono formati 3-4 gruppi che si riunivano negli alberghi milanesi decidendo chi votare e quali decisioni prendere. Oggi non esiste la difesa del mondo del calcio, ma solo della propria società, e basta”.

E della riduzione del numero dei club di A, cosa ne pensa?
“Sarebbe una cosa importante. Anche perché le partite sono troppe e gli spazi si restringono. Ci sono le Coppe internazionali, c’è la Coppa Italia, c’è la Nazionale e ci sono pure le amichevoli. E poi si allungano le classifiche, e capita che tra le ultime tre e le prime tre ci siano delle differenze di punti abissali. Ma poi c’è un ragionamento semplice. Se io sono una società di B che va in A, ho due strade: o spendo tanto e cambio tutto, oppure tocco poco. Magari torno in B e mi prendo il paracadute economico. In molti casi, nessuno ha intenzione di investire tanto per rinforzarsi. Il risultato è che in serie A ci sono squadre molto mediocri. Bisognerebbe scendere almeno a 18”.

In un’epoca di frenesia mediatica, non si ha mai troppa nostalgia di un uomo come Carlo Iuliano.
“Era una persona eccezionale. Ricordo quando lavorava con Antonio Scotti del Roma. Quando presi il Napoli c’era già lui, ma io non cambiai nessuno. E lo confermai. All’inizio lo guardavo con un po’ di diffidenza perché era un uomo di Lauro. Ma poi ho capito che era soltanto un uomo del Napoli. Ci sapeva fare con i giornalisti ed aveva grandi doti umane e diplomatiche. Quando non c’erano tutte queste televisioni, poteva essere più facile gestire un ufficio stampa. Ma poi lui ha dimostrato di essere bravissimo. Insieme abbiamo vissuto annate stupende e altre pessime, ma Carlo aveva la capacità di calmare l’ambiente e i giornalisti più avversi. Era un grande equilibratore. Quando lasciai a Corbelli, lui mi chiese persino il permesso di rimanere. Un atto di fedeltà e sensibilità personale unico. Alla fine rimase, perché era difficilissimo rinunciare a lui”.

Articoli correlati

Back to top button