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BLONDE

Il film sulla vita della celebre Star hollywoodiana commentato per noi da Paolo Colucci

La prima conseguenza dell’uscita di Blonde, l’ultimo film di Andrew Dominik su Marilyn Monroe, è stato lo spopolare tra molti critici cinematografici della Twitter Academy del sillogismo: “Blonde è violento; il patriarcato è violento; Blonde è il patriarcato”.

 

Seguito da: “I biopic fanno tendenzialmente pena; Blonde è un biopic; Blonde fa tendenzialmente pena”.

Non ce ne vogliano gli aristotelici della rinomata Academy ma ci sentiamo proprio in dovere di dissentire.

Il film è agghiacciante, praticamente un horror per tutto il primo quarto d’ora. Si dà uno sguardo al player di Netflix per assicurarsi di non aver messo su un mappazzone qualunque, tutto fuoco e fiamme. Poi al diciannovesimo minuto la rivelazione.

“Sesso, violenza sessuale, violenza domestica”. Potrebbe essere il trigger warning all’ingresso della bolgia infernale dove Dominik e Oates hanno scritto il soggetto del film. 

Ma questo è Blonde, o meglio, Marilyn. E se bisogna riconoscere un sincero sadismo nel concepire una pellicola del genere (oltre che a produrla, Mr. Brad Pitt) bisogna avere l’onestà di chiedersi cosa abbia spinto l’artista a cimentarsi in un film così mostruoso?

 

Perché quella che in molti hanno evidenziato come una smania di mostrare pezzi di corpo (Ana De Armas in primis, oltre che il pene di un produttore – scelta ormai sdoganata –) scade così facilmente nel pornografico? 

 

C’è un momento, in particolare, in cui Marilyn si chiede se non stia interpretando l’attrice di qualche softporn. Perché Marilyn non è un’attrice. È un personaggio interpretato da Norma Jean, figlia di un padre assente e di una madre internata, che a sua volta si cala nei panni della svampita di turno. Ma, ça vas sans dire, Norma – quella vera – non è né bionda né svampita. Chiacchiera di psicanalisi col suo analista, legge moltissimo e si interessa alla politica.

 

De Armas è impeccabile nella resa di questo complessa matrioska di personalità. 

La sua Monroe ha costantemente un piede sul freno quando si espone per quello che è davvero. Quando si presenta ad un provino dove vuole interpretare una ragazza che le somiglia così tanto. “Sembra un personaggio di Dostoevskij,” dice. “Hai letto Dostoevskij, bambola?” le chiedono. Oppure quando incontra Di Maggio, dopo il ménage á trois finito male coi “gemelli” Charles “Cass” Chaplin Jr. e Edward G. “Eddy” Robinson Jr. (dai padri più ingombranti che assenti). Lei si apre con l’ex-giocatore di baseball che sembra comprenderla. Poi gli mostra le sue paure e i suoi desideri e fa appena in tempo a virare quando lui si rivela l’ennesimo daddy-assente. Quindi con Arthur Miller, che impara a conoscerla. Lei gli fa notare il nesso tra la sua Magda e Natal’ja Ivànovna (Nataša) delle Tre sorelle di Čechov. Lui la sposa e la chiama “la mia Magda”

 

L’Attrice Bionda, come la rinomina Joyce Carol Oates nel romanzo da cui è tratto il film, si vede attraverso lo specchio del cinema e non si riconosce. Sussurra: “Oh Daddy, questa qui sullo schermo non sono io”. E non c’è bisogno di aver letto Lacan per provare un briciolo di empatia. Ma la personalità di Norma Jean è già rarefatta attraverso mille altre personalità. Il suo io si è rifratto su centinaia di schermi. Disconosciuta dalla madre, abbandonata anche dall’ultimo marito, sedotta e rinnegata dal suo Presidente – un bamboccione capriccioso che gioca coi missili nucleari – adesso è sola. Ha perso la percezione della realtà. La vediamo sedata dal suo medico nei teatri di posa di A qualcuno piace caldo (1959). Non la si riconosce più. Norma Jean è solo un ricordo.

 

Aldilà del manierismo del bianco e nero che si alterna al “technicolor”, del rapporto dell’immagine che passa dai 4:3 ai 16:9 (forse a testimoniare la spettacolarizzazione del cinema negli anni ’50, accompagnata dal nascente divismo di cui accennavamo in un articolo tempo fa), e delle transizioni grottesche, l’esperimento si può considerare riuscito. 

 

La vita di Marilyn è stata soprattutto “sesso, violenza sessuale, violenza domestica”. I produttori, gli amanti, i genitori e i bimbi mai nati (a parte i feti parlanti) non potevano essere risparmiati. Senza pretese mimetiche né velleità avanguardistiche. È così che si fa un biopic decente.

 

  • Paolo Colucci

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