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21 settembre 1943. Il libro che racconta il bombardamento di Solofra

21 settembre 1943. Un bombardamento colpisce Solofra provocando morti e feriti. Dopo 78 anni le storie di quello che è accaduto con il lavoro di Lucia Petrone

21 settembre 1943. Solofra è colpita da un terribile bombardamento per opera degli alleati. I morti sono ovunque e i feriti non si riescono a curare. Una città devastata, abitanti increduli, la morte è arrivata anche lì.

A rimettere insieme i pezzi del passato, raccontando una storia dimenticata, è Lucia Petrone responsabile della Biblioteca “Renato Serra”  di Solofra.

Dieci anni di lavoro per scrivere il saggio storico: “21 settembre 1943. Un lampo al centro di Solofra”.

Un desiderio forte di unire ai documenti storici, i fatti, le storie, i volti di chi ha vissuto quel momento storico.

Lucia perchè questo libro?
Volevo raccontare un pezzo di storia di Solofra poco conosciuto. Un passato recente che in molti non conoscevano.
E da dove partiamo?
Dalla data del bombardamento 21 settembre 1943. Quel giorno gli Alleati bombardano i quartieri alti di Solofra, provocando 200 morti e 400 feriti. Si è sempre parlato di uno sbaglio, di un errore da parte degli americani che avrebbero voluto colpire le città di Solopaca e Sorbo Serpico, invece dai documenti studiati il bombardamento fu pianificato.

Come mai gli Alleati decisero di bombardare la città?
Avevano notato sul nostro territorio numerosi insediamenti di persone ed erano convinti che fossero i tedeschi, in realtà erano famiglie sfollate dal napoletano che erano venute a ripararsi a Solofra.  I tedeschi c’erano, ma erano nella parte bassa del paese, nascosti tra gli alberi, nei pressi del cimitero.

Il bombardamento fu una regolare operazione militare, gli aerei partirono da Catania e al loro ritorno in paese c’era solo morte e distruzione.

Cosa accadde a Solofra?
Furono lanciate 250 bombe tra via Caprai, l’area dei Cappuccini e via Pastena. Fu una carneficina, tantissime famiglie provenienti da Napoli e sfollate a Solofra trovarono la morte. Fu sterminata un’intera famiglia papà, sei figli e la mamma in attesa. Le bombe colpirono le aree adiacenti del convento dei Frati Cappuccini e di Santa Teresa oltre alla Torre Campanaria al centro della piazza del paese. Le chiese non furono toccate, ma le aree di raccolta delle persone sì,  a dimostrazione che il bombardamento era stato pianificato come una operazione militare che in questo caso porto alla morte di soli civili.

E cosa accade dopo?
Non si fece nemmeno la conta dei morti. Tutti fuggirono verso le gallerie ferroviarie per proteggersi. Tornarono quando gli alleati arrivarono a Solofra, il 29 settembre, il giorno del nostro patrono “San Michele”. Gli abitanti si riversano nella Collegiata per ringraziare il santo per la fine della guerra. Quelli che erano i vetri della chiesa come della casa municipale come di altre abitazioni non c’erano più. Tutto in frantumi.

E intanto?
Intanto moltissimi cadaveri rimasero tra le macerie e per strada, in particolare gli sfollati. Non c’erano bare dove deporre tutti quei morti. Il podestà diede l’ordine di uccidere i cani per evitare che i cadaveri fossero ulteriormente dilaniati. Ho raccolto la testimonianza di una ragazza dell’epoca che vide la sorella morirle accanto, il momento prima viva e quello dopo con le sembianze di un manichino fatto a pezzi. Il papà della ragazza decise di seppellirla nel giardino di casa, solo mesi dopo la salma fu traslata al cimitero.

Come ha raccolto le informazioni?
Studio delle fonti locali e dei documenti dell’epoca come quelli delle operazioni belliche, ma più di tutto ai numeri, alle date ho voluto aggiungere le storie di chi li aveva vissuti in prima persona perché ci dessero uno spaccato di vita del momento.

Cosa è venuto fuori?
Mi viene in mente la storia della signora Maria Grazia Romano, figlia del  mastro pasticcere “Romano”. Perse la mamma e una sorella di 6 mesi nel bombardamento. Erano 10 fratelli e Maria Grazia in quel giorno divento la mamma di tutti loro. Ci ho messo molto tempo per convincerla a raccontare la sua storia personale. Da piccola  lavorava insieme al  papà in pasticceria, era addetta alla sistemazione dei dolcetti secchi in vetrina, in fila uno dietro l’altro senza romperli. Mi ha raccontato quel terribile giorno per lei e la sua famiglia in particolare mi sono rimaste dentro le sue parole: “Se chiudo gli occhi vedo ancora il sorriso della mamma che sale dai campi per portarci da mangiare”. Ogni volta che ci penso ho i brividi. Il suo racconto lo ho intitolato  “A me piaceva il biscotto ad Amarena”.

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