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ENZO MARANGELO

Di Antonella Palma
 

Enzo Marangelo si avvicina al teatro nell’ ‘86, all’età di 19 anni quando, dopo una prima esperienza radiofonica, entusiasmato dalle esperienze scolastiche, fonda la “Compagnia Teatrale Solofrana”: propone, così, al pubblico del paese d’origine, Solofra, spettacoli in vernacolo di cui è produttore, regista e attore. Fin da subito il teatro non rappresenta per lui una velleità esibizionistica, piuttosto un’esperienza formativa di crescita interiore prima che artistica. La sperimentazione precederà sempre lo studio accademico, la capacità critica lo costringerà sempre a investire la sua interiorità.

 
Intenzionato a trasformare questa forte passione in un impegno più professionale e maturo, s’iscrive nel ‘90 all’Accademia Cavese d’Arte e Cultura: qui apprende il metodo Stanislavskij oltre che le prime nozioni di dizione e di storia del teatro; insieme con lo stesso insegnante dell’Accademia, Mimmo Venditti, decide l’anno successivo di portare la scuola a Solofra, adibendo a teatrino il pian terreno della casa paterna .
Teatro civile d’investigazione sulla quotidianità è la nuova metamorfosi cui approda Marangelo; ne nascono i due più recenti impegni artistici: “L’ospite inquietante: il nichilismo e i giovani”, performance liberamente ispirata all’omonimo libro di U. Galimberti e incentrata sulla vera piaga sociale della contemporaneità, i giovani inconsapevoli e figli amorfi del mercato globale; “Numeri”, studio teatrale tratto da “Economia Canaglia” di Loretta Napoleoni, liberamente ispirato al tema dell’economia, alle conseguenze ed ai condizionamenti che ne subisce la civiltà globalizzata.
La volontà di misurarsi in sempre più ardite creazioni artistiche si traduce così in spettacoli-provocazione, tesi quasi a infastidire il pubblico, smuovere tutto ciò che realmente purifica, ovvero istinto, fantasia, immaginazione, porre domande per naturale devozione al dubbio e alla riflessione.

 
 
 

 

Come hai iniziato il percorso professionale nel mondo dell’arte?

Dopo una prima fase di studio presso un’accademia di teatro cavese, capii che volevo misurarmi in maniera sempre più professionale con la mia passione per l’arte. Il mio percorso si avviò quindi da subito sulla strada della continua ricerca e così sono seguiti seminari, workshop, tanto studio da autodidatta che mi hanno portato a fondare una compagnia, la Compagnia teatrale solofrana poi diventata Hypokritès Teatro Studio. Con essa ho prodotto e produco tutt’ora spettacoli di ricerca e di sperimentazione e organizzo eventi culturali, ospitando artisti e compagnie di livello internazionale.

Un aneddoto curioso capitato durante questo percorso artistico?

Tanti sarebbero gli aneddoti da raccontare. Il teatro, proprio per la sua natura di spettacolo dal vivo, riserva sempre tante sorprese. Un aneddoto un po’ più simpatico potrebbe essere quello di un viaggio in macchina da Solofra a Belluno, dove eravamo stati invitati con uno dei primi spettacoli, Eduardo da ridere. Era il 1994. Partimmo con una sola macchina, in cinque, con scenografia e oggetti di scena! Un viaggio indimenticabile: partimmo alle dieci di sera e arrivammo alle sei del giorno dopo. Eravamo sfiniti ma pronti a divertirci e a far divertire sulla scena.

Dei tanti spettacoli messi in scena, quali ricordi con grande piacere?

Non posso sceglierne qualcuno in particolare. Con ogni creazione artistica si crea un legame viscerale e non sarei capace di individuarne una più significativa di un’altra. Posso dire che – ecco – lo spettacolo cui mi sento più legato è quello che verrà, quello a cui ancora non ho lavorato.

 

Hai un punto di riferimento in questo percorso?

Sì, tanti riferimenti. La mia è una ricerca, mi piace essere costantemente in dialogo con le compagnie per me più stimolanti e significative. Quelle capaci di generare in me altri mondi sono state e in parte lo sono tutt’ora Socìetas Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci, Fanny & Alexander, Ricci/Forte, e poi registi come Eimuntas Nekrosius, Emma Dante, Pippo Del Bono. Tra i grandi pedagoghi di riferimento posso citare senz’altro Jerzy Grotowski, Antonin Artaud, Mejerchol’d ed altri ancora.

 

Come ami trascorrere il tuo tempo libero quando non sei impegnato per lo spettacolo?

Mi piace molto fare trekking, correre e passeggiare per strade isolate o di montagna, e studiare, leggere, curiosare. Soprattutto viaggiare. Ultimo viaggio fatto: Argentina, Cile, Perù, fino in Patagonia.

 

Adesso a quale progetto stai lavorando?

Sto lavorando alla quinta edizione di Lustri cultura in dies, ed. 2019-2020. Lustri è un grande contenitore di eventi in continua metamorfosi. Accanto alle sezioni ormai tradizionali di Teatro e Filosofia, accoglie sempre nuove dimensioni di crescita e nutrimento culturale. Ci sono diverse idee in embrione e speriamo di realizzarle.
 
 

Ti senti più regista o attore?

In questo momento mi affascina sicuramente di più la regia. Esige un lavoro creativo molto più stimolante, più ampio, che coinvolge diversi linguaggi artistici, non solo l’interpretazione. Tuttavia, se si tratta di un personaggio particolarmente interessante non mi privo della possibilità di tornare in scena da attore o da lettore.

 
 

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