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Francesca Callipari: “Vi invito a immergervi pienamente nell’Arte”

La nostra intervista esclusiva a Francesca Callipari brillante storico e critico d’arte e curatrice di mostre

Nata nella provincia di Reggio Calabria nel 1987, Francesca Callipari è una storica e critica d’arte, curatrice di mostre, nonché Art Advisor e Perito d’arte. È inoltre autrice di saggi e romanzi e docente in corsi di formazione dedicati alla curatela di eventi. Ha organizzato esposizioni personali e collettive sia in Italia che all’estero, collaborando altresì come editorialista per riviste online e cartacee quali Toscana Cultura, Artevista.eu, News-Art, In-Arte, Glitchmagazine e Novella2000. La sua esperienza professionale si estende anche al settore museale, avendo operato presso istituzioni prestigiose quali i Musei Vaticani, Palazzo Strozzi a Firenze, il Duomo di Firenze, la Basilica di Santa Croce e infine la Pinacoteca di Brera a Milano. Convinta dell’importante influenza che l’arte esercita sull’anima umana, predilige progettare esposizioni tematiche finalizzate non solo a presentare nuovi artisti emergenti nel panorama artistico, ma soprattutto a trasmettere un messaggio significativo alla collettività. Coltiva inoltre altre passioni tra cui quella per il canto, frequentando l’Accademia “Vocal Classes” del Maestro Luca Jurman, nonché per la scrittura. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo intitolato “L’odiato amore”, incentrato sul tema della violenza sulle donne, opera che le è valsa il Premio Miglior Opera Prima al Premio Letterario Internazionale C. Attraverso la piattaforma Twikie condivide il suo percorso professionale arricchito da numerosi dettagli che offrono una profonda comprensione di questa figura eminente nel panorama artistico contemporaneo.

 

Come nasce il tuo percorso professionale nel Mondo dell’arte?
“Il mio percorso nel mondo dell’arte è nato quasi per caso. Da bambina sognavo di diventare una cantante: cantare e suonare il pianoforte erano per me una forma naturale di espressione, la mia prima e mai spenta passione. In alternativa, dal momento che emergere nel mondo della musica sembrava un “sogno difficile da realizzare” pensai alla carriera medica, affascinata dalla lettura di innumerevoli enciclopedie e libri sull’argomento che mio padre aveva comprato. Ma fu negli anni del liceo che cominciai ad accorgermi di una predisposizione particolare: riuscivo a interpretare e spiegare il significato profondo di opere d’arte anche senza averle studiate a lungo. Non era questione di memoria, ma di sensibilità, intuizione, capacità di entrare in sintonia con l’artista e il suo messaggio. All’epoca non avevo ancora compreso fino in fondo il valore di questa attitudine, tanto che, fino a pochi giorni dalla scadenza delle iscrizioni universitarie, ero ancora convinta di scegliere Medicina o Scienze della nutrizione. Poi, un’intuizione improvvisa: mi trovavo in segreteria universitaria e capii che ciò che davvero faceva battere il mio cuore era l’Arte. Tornata a casa, con un misto di emozione e sorpresa, comunicai a mia madre quella che per me era una vera svolta: “Mi sono iscritta al corso di Laurea in Storia dell’arte!”. Da lì è cominciato tutto”.

Invece come nasce la tua vena di storica e critica d’arte?
“Probabilmente come dicevo prima è qualcosa che era già insito in me. Sono da sempre una grande osservatrice. Mi piace ascoltare, riflettere, analizzare la realtà che mi circonda e cercare di coglierne il significato più profondo. Credo che questa attitudine sia alla base del mio approccio all’arte. Oggi, per me, la critica d’arte è energia pura. È un atto d’amore. Significa andare oltre ciò che è visibile, mettersi in ascolto dell’anima dell’artista, decifrare le emozioni impresse su una tela, su una scultura, su qualsiasi forma espressiva”.

Che emozioni provi quando organizzi e curi una mostra?
“Curare una mostra è un’emozione intensa, fatta di entusiasmo, responsabilità, adrenalina e stupore. Ogni mostra è un racconto e un incontro tra l’artista, lo spazio, il pubblico e il curatore. Personalmente attraverso i miei eventi cerco sempre di lasciare uno spunto di riflessione al pubblico. Proprio per questo ogni mia mostra è unica e irripetibile: perché non rappresenta solo uno spazio dove osservare, ma diventa un luogo dove sentirsi vivi, dove ogni opera ci parla direttamente, ci fa fermare e riflettere, ci costringe a guardare oltre il nostro orizzonte, ad aprirci a ciò che succede attorno a noi”.

Invece un ricordo professionale che porti sempre nel cuore?
“Potrei dirti tanti, perché ogni cosa che faccio la vivo intensamente. Sicuramente porto nel cuore la mia prima mostra curata in autonomia e già su un tema molto complesso quale la violenza contro le donne. Ricordo la difficoltà dei preparativi, soprattutto all’inizio: superare la diffidenza degli artisti non fu semplice. Mi vedevano troppo giovane e inesperta, avendo quindi paura di affidarsi a una curatrice al suo primo evento, ignorando che, pur avendo 25 anni, avevo già maturato esperienza come assistente di curatori stranieri e in una galleria d’arte.Alla fine, la mostra fu un successo, soprattutto sul piano umano. Le opere selezionate colpivano nel profondo e, giorno dopo giorno, lo spazio si trasformò in un punto di ascolto. Tante donne si commuovevano davanti ai dipinti, poi si sedevano accanto a me e condividevano la loro storia. È li che ho capito che le mostre da me curate non sarebbero stati solo eventi… ma qualcosa di più profondo”.

Adesso, a quale progetto artistico-lavorativo ti stai dedicando?
“A tanti contemporaneamente (sono un vulcano di idee e progetti ). Ma ce n’è uno in particolare, un grande sogno, che per scaramanzia preferisco non svelare… Per scoprirlo, vi invito a seguirmi sui miei canali: presto ne saprete di più!”.

A quale periodo dell’arte sei particolarmente legata?
“Ti direi che è una domanda complessa per una storica dell’arte che ha amato intensamente il Barocco, dedicando una tesi triennale a Salvator Rosa, per poi proseguire con una tesi magistrale sulla miniatura medievale, e che ha studiato a Firenze, inebriandosi delle meravigliose testimonianze del Rinascimento. Sicuramente amo l’arte in ogni sua epoca e in ogni suo linguaggio, perché dall’antichità al contemporaneo c’è sempre qualcosa da imparare, qualcosa di inaspettato che ti sorprende, ti sconvolge, ti emoziona e, talvolta, ti fa cambiare completamente prospettiva”.

Invece a quale artista sei più legata?
“Sicuramente l’artista che più mi colpisce, a livello emotivo, è Caravaggio. Per la sua luce, la sua umanità, la sua ribellione. Le sue opere sono ferite aperte che continuano a parlare ancora oggi con una forza disarmante”.

Un progetto futuro che vorresti realizzare?
“Mi piacerebbe ideare un festival d’arte che unisca arti visive, letteratura, musica e altre forme espressive, magari diffuso in diverse località del Sud Italia. L’obiettivo sarebbe valorizzare il patrimonio nascosto di questi territori e offrire spazio ad artisti emergenti. Un’esperienza collettiva e rigenerativa in cui l’arte diventi occasione di incontro, riscoperta e crescita condivisa”.

C’è un punto di riferimento a cui tenti d’ispirarti?
“Ho ammirato e ammiro tante figure del mondo della critica d’arte, ma la verità è che non seguo modelli. Credo profondamente nell’unicità di ognuno di noi: tentare di somigliare a qualcun altro significa spesso perdere la propria voce”.

A chi vuole intraprendere il tuo percorso lavorativo, cosa consigli?
“Lo dico spesso anche nei corsi che tengo per i nuovi curatori: questo è un mestiere che richiede studio, tanta gavetta e una forte componente umana. Servono empatia, capacità di ascolto, gentilezza, ma anche rigore e preparazione. Non ci si improvvisa curatori o critici d’arte. E chi vi dirà che il curatore è semplicemente colui che si occupa dell’allestimento di una mostra… quasi sicuramente non ha mai visto davvero una mostra. Curare significa entrare in relazione profonda con le opere, con gli artisti, con il pubblico. È un lavoro complesso, ma straordinario”.

Come ami trascorrere il tuo tempo libero?
“Amo leggere, viaggiare, scoprire nuove mostre… ma anche restare a casa e concedermi momenti di quiete. Credo che un po’ di sano ozio, ogni tanto, sia indispensabile: è proprio lì che spesso nascono le idee migliori!”.

Che rapporto hai con i social network?
“Li considero strumenti utili e indispensabili oggi per diffondere il mio lavoro e per divulgare l’arte, ma difendo anche il mio tempo offline”.

Tre cose assolutamente importanti nella tua vita a cui non puoi rinunciare?
“L’arte, l’amore e la libertà”.

Se diciamo amore cosa rispondi?
“Rispondo “cura” e “rispetto”. Amare significa prendersi cura dell’altro in ogni aspetto: dei suoi sogni, delle sue fragilità, dei suoi bisogni. Ma significa anche saperne riconoscere i confini, accogliere chi ci sta accanto e amarlo per ciò che è, senza volerlo cambiare. Perché senza rispetto, l’amore non può esistere”.

Se diciamo Sì invece?
“È una parola che uso con parsimonia perché credo abbia un peso enorme. Dire “sì” significa assumersi una responsabilità: verso un progetto, una persona, una scelta. Non si pronuncia con leggerezza. Ogni “sì” deve nascere da una riflessione profonda perché un “sì” autentico ha il potere di cambiare le cose, di costruire legami veri e percorsi significativi”.

Il tuo lato sexy secondo te?
“In un mondo sempre più orientato all’apparenza e a identità costruite per aderire a modelli imposti, credo che ciò che colpisca davvero di me sia la semplicità. Alla perfezione artificiale, ai filtri, ai vestiti provocanti, io oppongo me stessa, con i miei difetti, le mie verità, la mia autenticità. Ed è proprio questo, forse, il mio lato più seducente: essere reale”.

Per una serata galante cosa ti piace indossare?
“Adoro gli abiti lunghi con tessuti morbidi dalle linee pulite e scollature delicate che non hanno bisogno di eccessi per farsi notare. E se voglio essere un po’ più briosa, scelgo spesso ispirazioni anni ’60: gonne a ruota, stampe floreali o pois”.

Ci racconti una “monellata” realizzata?
“Non ne ho fatte molte nella mia vita, ma una in particolare la ricordo in modo indelebile, anche perché avrei potuto morire. Avevo 9 anni e, una sera d’estate, giocavo a pallone con mio cugino vicino alla spiaggia del mio paesino d’origine in Calabria. C’era l’alta marea, e ad un certo punto il pallone cadde in acqua. Chiesi a lui di andarlo a prendere, visto che sembrava ancora a riva, ma si rifiutò. Io, che avevo da poco comprato dei sandali nuovi, persi qualche minuto per toglierli e mi tuffai in acqua con il mio vestitino a fiori, quello con la gonna larga che adoravo. Il pallone sembrava a portata di mano, ma un’onda lo spinse più a largo. Lo seguii, determinata a recuperarlo, finché mi ritrovai in un punto in cui non toccavo più. La gonna, sollevata dall’acqua, mi coprì il viso, iniziai a bere e nel buio non riuscivo più a capire dove fosse la riva. È stato un attimo. I miei familiari si accorsero di ciò che stava accadendo e mia sorella maggiore si buttò in acqua, con le scarpe ancora ai piedi, salvandomi letteralmente la vita. Nell’ingenuità dei miei nove anni, però, ero arrabbiatissima… perché il pallone – tra l’altro pure mezzo sgonfio – era andato via e non c’era più modo di recuperarlo!”.

Se non avessi intrapreso questo percorso professionale oggi chi saresti?
“Quasi sicuramente una cantante o forse un medico, un’insegnante. Chi può dirlo… sicuramente coltivo ancora oggi tanti interessi e non smetterò mai perché sono per me linfa vitale”.

Come trascorrerai questa torrida estate 2025?
“Spero in salute e al mare in relax con mio marito nelle nostre amate terre: Calabria e Sardegna! Cosa si può chiedere di più alla vita?”.

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