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100 ANNI DI PCI

Un secolo fa a Livorno nasceva il Partito comunista italiano dalla scissione con i socialisti di Filippo Turati, con l’obiettivo di guardare alla Russia della Rivoluzione leninista

(Roma)- Nel centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, che nacque a Livorno il 21 gennaio del 1921, nell’ex teatro San Marco, la città ricordare l’evento con una serie di iniziative. Le diverse anime degli eredi odierni del Pci hanno partecipato alle celebrazioni con una visita al San Marco, luogo in cui si riunirono i fuoriusciti massimalisti dal XVII congresso del Partito Socialista, che in quei giorni si stava tenendo in un altro teatro della città, il Teatro Goldoni. Presente anche il Partito democratico, con una delegazione capitanata dal parlamentare Andrea Romano, che è stata contestata dai presenti al grido: “Via da qui chi ha sciolto il Pci”. Anche a Milano, il Pd metropolitano ha organizzato il programma ‘Cento anni dopo. L’eredità politica del PCI’: nove appuntamenti virtuali, insieme ad alcuni protagonisti di quella stagione politica. Il Pci “tentò, mai rinnegando ideologicamente l’orizzonte del comunismo, una variante europea, democratica, rispettosa della libertà e rinnovata nel suo profilo ideale e programmatico” e fu “un grande partito nazionale, fondatore della Repubblica e tra i principali protagonisti della lotta al nazifascismo“, scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti in un intervento pubblicato su Immagina.

La sua stessa nascita, a Livorno il 21 gennaio 1921, è stata molto teatrale. Come tutta la storia del Pci che ancora oggi, un secolo dopo, fa dividere e discutere. Con un profluvio di libri, saggi e pubblicazioni. C’è chi lo rimpiange, magari dopo averlo molto criticato o non avendolo neppure conosciuto. C’è chi candidamente lo ignora e lo confonde col Personal computer (Pc). E c’è chi invece continua a considerarlo, con la sua vocazione a dividersi, uno dei tanti mali della nostra storia recente di cui non riusciamo a liberarci. Anche  Emanuele Macaluso  storico dirigente comunista (e tra i più apprezzati direttori de l’Unità), morto a 96 anni proprio due giorni prima del centenario del Pci, non riusciva a darsene pace. Il settarismo era il suo tarlo, come lo era il degrado della politica italiana. «Questo governo non è all’altezza, ma non ha alternative», aveva detto Macaluso pochi giorni fa. Ma questa è un’altra storia, che comunque ci fa tornare a quel 21 gennaio del 1921.

l Partito comunista italiano, germinato dalla scissione con i riformisti del Psi, nasce infatti dalla decisione della frazione comunista di abbandonare il Teatro Goldoni per andare a fondare il nuovo partito in un altro teatro, il vecchio Teatro San Marco, poco distante da quello in cui si stava svolgendo il congresso dei socialisti di Filippo Turati e degli altri riformisti poco propensi a farsi condizionare dagli ultimatum di Lenin, che in Russia aveva guidato la rivoluzione rovesciando gli zar. La Storia, in quegli anni, va molto veloce. E non sempre per il meglio. Se in Russia c’è stata la rivoluzione, in Italia si inaspriscono le tensioni sociali provocati dalla fine del primo conflitto mondiale. Scioperi nelle fabbriche e nella campagne spaccano il Paese. La guerra è finita, ma cresce la povertà e aumentano i disoccupati. C’è chi (a parole) vuole fare come in Russia, ma a dar man forte agli industriali e agli agrari, sempre più preoccupati, cresce il movimento fascista.

Nel 1919 Mussolini raccoglie pochi voti, ma nel ’21 lo squadrismo è sempre più attivo. La cosa curiosa è che tutto questo passa inosservato al Congresso di fondazione del Pci. Si discute di rivoluzione, di lotta all’imperialismo e internazionalismo, ma nessuno osserva che in Italia la situazione sta precipitando. È uno dei tanti limiti del nuovo partito, tutto preso dallo scontro con i riformisti.

Nato da una scissione, sembra portare con sé quella vocazione al settarismo che ha spesso caratterizzato la sinistra italiana. «Non so se dividersi sia un destino della sinistra» spiega Achille Occhetto, 84 anni, ex segretario del Pci, passato alla storia anche per aver fatto togliere a tre giorni dalla caduta del Muro di Berlino, il 12 ottobre 1989, la parola “comunista” dal nome del Partito. «Ci sono delle scissioni plausibili come quella tra socialisti e anarchici nel 1882. Erano due visioni diverse inconciliabili. Mentre quella da cui nacque il Pci nel 1921 aveva una ragione oggettiva che nasceva dall’urgenza della frazione comunista di rimarcare le differenze emerse dopo la rivoluzione d’ottobre. Ma in quel congresso pesano due gravi limiti: non aver capito che il fascismo era ormai alle porte e di aver fatto presentare l’ordine del giorno da un delegato bulgaro, ovviamente molto distante dalla realtà italiana».

 

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