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L’ OMBRA DEL VULCANO

La recensione di Paolo Colucci del nuovo libro di Marco Rossari, "L'ombra del vulcano", edito da Einaudi.

Marco Rossari è uno dei migliori traduttori dall’inglese in circolazione, e da qualche settimana è in libreria con un’opera sua, autobiografica, che racconta la fine di un amore all’inizio di una torrida estate milanese passata a tradurre Sotto il vulcano, il romanzo capitale di Malcolm Lowry, il grande scrittore modernista inglese. Pagina dopo pagina Milano arroventata somiglia sempre più al Messico, all’India, all’Andalusia. La prima persona del racconto che sbatte come una falena tra i ricordi della stagione dell’amore e le chiacchiere alcoliche con personaggi tanto improbabili quanto vividi. Lui che cerca un dialogo con Lei, forse per rispondere a un’ultima lettera lasciata sul comodino o per trovare il bandolo di una intricata matassa di sentimenti e di ragioni sempre più sbiadite.

 

Marco Rossari ha scritto una strana Vita Nova: senza volerlo, rifacendosi al più tradizionale prosimetro della letteratura italiana, dice molto del bisogno di poesia che abbiamo in questo Paese.«Avenne quasi nel mezzo del mio dormire che mi parve vedere nella mia camera lungo me sedere uno giovane vestito di bianchissime vestimenta, e pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea. E quando m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: “Fili mi, tempus est ut pretermictantur simulacra nostra”».

 

Molti paragrafi del suo libro hanno una chiusa quasi lirica, a volte stucchevole, altre crudissima, prosaica – con un eufemismo. Ma non c’è quella stomachevole ricerca delle secrezioni che si trova in certa poesia o nel cinema contemporanei. Rossari non ricorre a immagini forti per accattivarsi lettori svogliati o pseudocolti. Mette nero su bianco i fatti del post-amore, quasi fosse un tempo post-atomico della fantascienza. Il suo è un realismo necessario al racconto, scandito nei suoi paragrafi aritmici, disarticolati.

 

Spiega, insomma, quei versi di Salinas: «E quando te ne andrai ritornerò a quel sordo mondo, indistinto, del grammo, della goccia, nell’acqua, nel peso».È una realtà lucida, filtrata dall’alcol – è un libro dove si beve moltissimo – che non sopisce ma acuisce i sensi dell’io narrante. I dettagli della vita di coppia e gli effetti collaterali della fine dell’amore – specie il sesso – scritti con il tocco rapido di Houellebecq. Lasciare intravedere, con una parola appena, solo se necessario.

«I fatti sono crudi, non hanno bisogno di scrittura. I fatti non vogliono la letteratura».Il dialogo con Lei, la donna con cui si è luttuosamente lasciato, si disarticola in memorie e aneddoti come quelli che si raccontano a notte fonda dopo diverse birre. Con quei guizzi da ubriaco a dire: “Ricordi quella volta…?”

Ma non si tratta di pagine e pagine di elaborazione del lutto prescritte da chissà quale analista. Il ricordo è etimologicamente il ritorno al cuore di qualcosa che è passato ma è lì dentro ancora presente. Dimenticarsene sarebbe tradire il nocciolo di se stessi – più che un alter.

La metafora più importante è senz’altro quella del traduttore, che Rossari scompagina, facendo a pezzi la retorica degli addetti ai lavori – quella propinata alle platee dei convegni e delle presentazioni dei libri – fatta di immagini come: «Tradurre significa ripercorrere i passi di qualcun altro. Calcare le orme, seguire ostinatamente un sentiero per ritracciarlo in un territorio sconosciuto. È mestiere, artigianato, bulino. È una trattativa, è una danza.

Le dico anche io, tutte quelle cose. Tradurre è una cosa da nulla, un mestiere come tanti, un modo per tirare su qualche soldo. Tradurre è diplomazia, democrazia, un modo di pensare, apertura al mondo. Paul Celan diceva che era amicizia. Tradurre è una forma mentis: da ragazzino facevo le imitazioni, amavo le lingue, ascoltavo le canzoni e mi mettevo a trascriverle. Tradurre è banalità, tiritera da intervista, solita solfa dei convegni e delle lezioni. Tradurre è amore per il lessico, esercizio di stile, strumento critico.

Erano tutte cose che ripetevo di continuo in pubblico, ai convegni, in libreria. Ero diventato un nastro registrato, come se avessi ingoiato un libretto di teoria della traduzione da piccolo.» Il tono martellante di chi è abituato a scavare nelle parole, provando e riprovando gli incastri, le forme della lingua di partenza confrontate con quelle della lingua d’arrivo. Quando poi si trascrivono i sentimenti nudi e crudi non c’è equivalente funzionale che tenga.

 

«Ogni tanto, per tirarmi su, vedevo un amico becchino,» è uno degli incipit di una delle postille che compongono il romanzo. «Con fatica accompagnava i morti nel loro ultimo viaggio, e poi si rifugiava al Baracchino con me, il traduttore di anime morte». Piccolo Console, questo il nome del compagno di bevute del protagonista, si rivela un personaggio formidabile, in grado di rendere comiche le situazioni più drammatiche o improbabili come la morte di qualcuno o un reading di poesia.

 

Poiché in L’ombra del vulcano non mancano momenti di pura ironia, il ribaltamento del dramma arcinoto della fine di un amore. È la dialettica negativa: affermare e negare, amare e smettere, scrivere e cancellare per avvicinarsi alla verità, a una parola, a un senso. «Amare la prosa di un altro essere umano, amare il pensiero che filtra da quelle parole, e in fondo amare un po’ anche quell’essere umano, il fatto che si sia rivelato attraverso le parole, come tutti noi – esseri libreschi, in fondo in fondo molto più timidi e riservati di quanto non sembri – vorremmo fare.

 

E quanta umiltà mi regalava la traduzione: sì, dedicarsi, cancellarsi, aderire a qualcosa di diverso e distante da te, mettere il tuo talento al servizio di quello altrui, cancellarsi, elidersi. E allo stesso tempo – naturalmente – esaltarsi, sostituirsi all’autore, strabordare con il proprio ego, riscrivere (alla lettera) parola per parola un capolavoro della letteratura che uscirà condizionato dal tuo bagaglio lessicale, trapelato dalla tua mente. Il traduttore – mi dicevo nell’afa – è una nullità e insieme l’unico tramite per far rivivere un libro, è uno schiavo e un dio, ama una lingua e la cancella, la reinventa.»

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