Attualità

Clamoroso a Perugia

Alessandro Calori racconta quella giornata vent'anni dopo

Vent’anni fa. Era tutto pronto per la festa della Juventus, alla quale bastava vincere a Perugia per laurearsi campione d’Italia. La partita non doveva avere storia, almeno sulla carta, la compagine umbra ormai era salva e tranquilla. Sicuramente non avrebbe steso tappeti rossi al passaggio della Vecchia Signora, ma si pensava che gli uomini di Ancelotti sarebbero comunque riusciti ad imporsi dando il via ai festeggiamenti scudetto. La Lazio aveva rosicchiato tanti punti alla capolista Juve nel rush finale, ben nove separavano le due squadre nel momento clou, anche quando i biancocelesti furono corsari al Delle Alpi si pensava che quella si potesse considerare niente di più che una vittoria di Pirro. Alla terz’ultima giornata, la Juve cadde a Verona, in un ambiente che solitamente è fatale al Milan, e i punti si ridussero a due, tantissime polemiche dopo la penultima giornata e si arrivò agli ultimi 90’ con la Juve forte di due punti di vantaggio e padrona del proprio destino. Infuriavano le polemiche, i tifosi della Lazio, proprio la mattina del 14 maggio, inscenarono una protesta facendo sfilare una bara nera di polistirolo per denunciare quella che consideravano la morte del calcio italiano. L’epilogo finale era quasi scontato: la Lazio non avrebbe avuto problemi nel piegare la Reggina e la Juventus di certo non poteva farsi intimorire da un Perugia privo di motivazioni. Lo scenario era questo: tanta rabbia nell’entourage laziale per un campionato che avrebbe potuto mostrare una classifica diversa, spumante in frigo in tutti i fan club juventini in attesa di festeggiare. La Lazio ci mise poco per archiviare la pratica Reggina, gara senza storia, mentre fu battaglia al Curi tra Perugia e Juventus. Si sfidavano i due Carletto: Mazzone da un lato, Ancelotti dall’altro.

C’era ottimismo in casa Lazio alla vigilia dell’ultima giornata? Decisamente no, qualcuno sognava almeno lo spareggio (che si sarebbe giocato in caso di parità a Perugia), sapendo comunque di appellarsi ad una speranza remota. Si venne a creare un problema dopo l’intervallo, sicuramente non di poco conto: non si riusciva più a giocare. Si scatenò un diluvio universale che rese il campo ai limiti della praticabilità. Che fare? Sono ormai storiche le immagini dell’arbitro Collina che, munito di ombrello, passeggiava per il campo provando a far rimbalzare il pallone. Tutti con il fiato sospeso, poi l’annuncio dopo una interminabile attesa: si gioca. Ci si aspettava una Juve che azzannasse l’avversaria, invece dopo cinque minuti il clamoroso colpo di scena. Pallone in area, stop perfetto di Calori e destro chirurgico all’angolino con Van der Sar impotente. Perugia in vantaggio. Grande esultanza da parte del forte difensore biancorosso, la Juve aveva dei fuoriclasse che avrebbero potuto ribaltare il risultato da un momento all’altro o quantomeno arrivare allo spareggio. Ma quel Perugia era arcigno come non mai, la Juve ci provava ma senza molto criterio, dalla panchina erano tutti alzati per incitare i compagni, mentre a Roma c’era un via vai di ambulanze per rianimare tanti tifosi laziali. Non si poteva perdere un campionato in quel modo, invece quel 14 maggio 2000 fu un giorno infausto per Madama. Alessandro Calori la giustiziò senza pietà assurgendo a simbolo di quel campionato, forse suo malgrado, perché lui in quella partita si limitò a fare il suo dovere di professionista, la cui etica gli imponeva di dare il massimo onorando sia la sua casacca sia l’immagine del calcio italiano.

Ci risponde molto simpaticamente quando gli chiediamo di raccontarci quella famosa partita: “Non so quante volte l’ho fatto, è un assedio”, e sorride. Gli diciamo che la “colpa” è sua, poi aggiunge: “E se quel giorno fossi rimasto a casa?”, sapevamo che era una persona molto genuina e affabile, quell’inizio di conversazione ce lo conferma. In campo induriva il volto, da vero difensore, fuori dal campo dismette quella corazza trasformandosi in una persona qualunque, disponibile a raccontarsi senza reticenze o infingimenti. Si apre ai ricordi, è vero che tanti colleghi gli hanno fatto aprire il libro delle confessioni, ma ciascuno è giusto che lo faccia dalla propria prospettiva. A noi, come prima cosa, interessa chiedergli l’umore che si respirava già nel pre-gara e cosa leggesse negli occhi dei suoi avversari che si giocavano lo scudetto contro una squadra che, in teoria, poteva avere la testa già alle vacanze: “Era una partita in cui ci si giocava il campionato, non si poteva steccare perché poi non c’era più tempo per rimediare. In questi casi è normale che ci sia grande concentrazione perché la posta in palio è altissima. Poi ricordiamoci che quella era una Juve piena di campioni abituati a vincere, pensiamo solo a Montero e Ferrara in difesa, Davids e Conte a centrocampo, poi Zidane, Del Piero, Pippo Inzaghi, solo per citarne alcuni. Parliamo di giocatori che sapevano bene come giocare determinate partite, ma in quel famoso pomeriggio ci furono tanti fattori che penalizzarono i bianconeri, viene ricordato il mio gol, è anche giusto che sia così, ma non viene ricordato il canovaccio della partita. La Juventus giocò all’arma bianca per sbloccarla, creò una miriade di palle gol senza riuscire a concretizzarle. Addirittura, mi spingo a dire un’altra cosa, l’esito di quella partita fu determinato dai loro demeriti più che dal nostro proposito di onorare il campionato. Dico questo perché, se si fosse presentata una Juve più serena, non so se il risultato sarebbe stato lo stesso. Noi scendemmo in campo per giocarcela, determinati a non regalare alcunché, facemmo solo il nostro dovere, poi quando una cosa è scritta nel destino allora si verifica anche nella maniera più assurda. C’era un tempo bellissimo nel primo tempo, poi si scatenò un diluvio senza precedenti. Al ritorno in campo ci fu il mio gol, l’espulsione di Zambrotta, altro giocatore di primissima fascia che annoverava quella squadra, e loro, con il passare dei minuti, perdevano sempre più lucidità e successe quello che tutti sappiamo. Chissà se si rigiocherà mai una partita così lunga”.

Quel Perugia si giocò la partita con una grande vis pugnandi, mettendo in campo intensità e agonismo, ci facciamo dire da Calori se la sua squadra fosse convinta di riuscire a strappare un risultato positivo: “In verità no, c’era la consapevolezza di incontrare una avversaria molto più forte della nostra. Qualche anno dopo, per esempio, ci sarebbe stato il famoso 5 maggio con l’Inter che all’ultima giornata perse lo scudetto in casa della Lazio, ma quella biancoceleste era una squadra che aveva tutto per poter tenere testa ai nerazzurri. Tra noi e la Juventus, parliamoci chiaro, c’era un grande divario sia a livello tecnico che motivazionale, noi giocammo con una certa spensieratezza perché ormai avevamo raggiunto il nostro obiettivo e non c’era bisogno che facessimo la partita della vita. Però, proprio questo ci favorì, il fatto di non avere la pressione del risultato ad ogni costo, ti ritrovi a giocare contro la capolista senza avere nulla da perdere, è naturale voler fare bella figura. Anche i campioni sono degli esseri umani, ricordo le polemiche di quei giorni, le accuse alla Juventus dopo la vittoria contro il Parma alla penultima giornata con il gol annullato a Cannavaro, poi la piega che presero quegli ultimi 90’ e i bianconeri accusarono una stanchezza mentale che si riverberò sul rettangolo di gioco”. Quella fu davvero una settimana caratterizzata da polemiche infinite e dichiarazioni al veleno, quasi sovversive. Il gol che fu annullato a Cannavaro in Juventus-Parma non sembrava avere una spiegazione logica e l’ambiente biancoceleste insorse.

Anche i giornali sportivi del Nord tuonarono contro quegli episodi, si metteva in dubbio la regolarità del campionato, forse fu proprio per dare un segnale forte a tutti che quel Perugia preparò la sfida come se si stesse giocando l’obiettivo della vita: “Per tutta la settimana non si fece altro che parlare della partita, c’era una attenzione mediatica incredibile, fummo assediati dai giornalisti. Del resto, è quello che succede quando ci si trova al culmine di una competizione, ad una sola partita dall’epilogo di un anno intero pieno di sorprese e colpi di scena. La Juventus calò molto nel finale di stagione, alla terz’ultima perse in casa del Verona, poi alla penultima con il Parma montarono le polemiche per quella rete annullata a Cannavaro e per questa serie di cose si arrivò all’ultima giornata dopo giorni incandescenti”. Calori è salito alla ribalta per quel fatidico nonché fatale gol, ma rivendica anche altro perché la sua carriera è stata costellata di soddisfazioni e non la si può circoscrivere ad un fotogramma. Poi c’è anche una precisazione niente affatto marginale: “Da piccolo ero juventino, mi ispiravo alla figura di un grande difensore come Gaetano Scirea che rappresentava per me un modello di professionalità. Quella domenica, però, non ci pensai, certo sportivamente parlando fu un anche un dispiacere giustiziare la squadra per cui tifavo, ma la professionalità mi imponeva di dare il massimo contro chiunque, simpatie e sentimenti li ho sempre lasciati fuori dal campo. Capisco che quel gol sia entrato nella storia, non foss’altro perché ha deciso le sorti di un campionato, ma prima di quello ne realizzai altri quattro, tra cui uno che ricordo sempre con piacere perché siglato contro il Parma di un grandissimo portiere come Buffon. Non è sempre così scontato che un difensore centrale arrivi a segnare cinque gol in un campionato, e si giocavano anche meno partite rispetto a quello attuale. Per questo un po’ mi dispiace essere ricordato solo per quel gol, prima dell’esperienza a Perugia ho giocato in una Udinese fortissima con la quale, nel 1996-1997 con Zaccheroni in panchina, andammo ad imporci con un netto 0-3 contro quella fortissima Juve di Lippi che aveva in squadra dei top come Zidane, Boksic, Vieri e che vinse il campionato arrivando anche in finale di Champions, poi persa con il Borussia Dortmund. L’anno successivo arrivammo terzi vivendo una stagione impressionante. Dopo Perugia, invece, ho giocato nel Brescia con giocatori come Pirlo, Guardiola, Toni, Roby Baggio, sappiamo bene cosa hanno fatto in carriera. Ho totalizzato 310 partite in serie A, tutte sono state diverse e speciali, quel gol resta l’icona di un calcio romantico, ma c’è stato molto altro nella mia carriera”.

Abbiamo iniziato questa lunga intervista, naturalmente incentrata sulla storica partita di cui ricorre il ventennale, chiedendo all’indiscusso protagonista gli umori del pre-gara, ma che aria tirava quando Collina decretò la fine delle ostilità? “Era palpabile la delusione dei nostri avversari – prosegue Calori – soprattutto per tre motivi volendo essere precisi. Il primo: quella Juve era stata costruita per vincere, ad un certo punto aveva il campionato in pugno e poi, quando si indossa quella maglia, non esiste altro risultato che la vittoria. Ritrovarsi a perdere uno scudetto in quel modo non deve essere stato facile da metabolizzare, qui veniamo al secondo motivo, mentre il terzo è relativo alla storia della Juve. Quando si parla dei bianconeri tutto viene amplificato, sappiamo bene che è una squadra che divide, se non nei sei tifoso allora la consideri una tua rivale da battere. Lo considero normale perché chi vince attira sempre numerose antipatie. Quel pomeriggio, a fine gara, ebbi molto rispetto per i miei avversari, sicuramente non mi sarei mai messo lì a guardare divertito le facce di colleghi che avevano appena perso un campionato. Feci il mio dovere da professionista, come tutti i miei compagni di squadra, nella consapevolezza di essere stati decisivi per determinare le sorti di un campionato. Al di là del fatto che si parli sempre di quel gol, ricordo con orgoglio il nostro impegno perché il calcio muore quando diventa scontato. Questo è uno sport che si alimenta di pathos, di emozioni, se viene meno il lato romantico il calcio perde anche la sua essenza”.
Proprio sulla scia di queste ultime dichiarazioni, va ricordato che il Perugia fu “arbitro” di un altro campionato, e a pagarne le spese fu ancora una volta la Juventus. Correva l’anno 1975-1976, la fortissima Juve allenata da Carlo Parola, proprio come vent’anni fa, era ormai sicura di aver messo in cassaforte la vittoria del campionato. Troppo distante il Torino di Gigi Radice per poter impensierire la forte capolista in cui giocava proprio Scirea, figura a cui si è sempre ispirato Calori, oltre ai vari Gentile, Tardelli, Causio, Capello, Bettega, Anastasi, Altafini. Nel momento cruciale, però, quella Juve si inceppò facendo sì che si arrivasse all’ultima giornata con il Toro avanti di un punto. A sorpresa, i granata non andarono al di là del pari contro il Cesena, occasione ghiottissima per la Juve che crollò a Perugia giustiziata da un gol del compianto Curi. Corsi e ricorsi storici, vent’anni fa per la truppa di Ancelotti fu un grave errore giocarsi tutto su quel campo stregato. Per chiudere questa lunga intervista, Calori fa un salto nel calcio attuale esternando un personale auspicio: “Mi dispiacerebbe se nel calcio dovesse perdere l’umanità, è importante che ai giovani vengano trasmessi dei sani valori, che ci si prenda cura del loro stato emotivo senza renderli dei robot il cui valore è determinato solo dal rendimento in campo. Il calcio è emozione, la gente così come vuole vedere la giocata di classe del campione, si entusiasma anche per l’intervento rischioso, magari in tackle scivolato, che evita un gol. La gente non si allontanerà mai dal calcio se riesce ancora a sognare, se sul rettangolo di gioco vede giocatori che lottano, che credono di poter ribaltare i pronostici e non degli automi che sacrificano spontaneità e creatività. Nel ruolo di allenatore, ho condotto il Portogruaro in serie B, molti non sapevano neanche dove si trovasse, una favola che ha fatto sognare una intera comunità sentitasi grande e protagonista grazie ad una impresa sportiva. Non esiste calcio senza favole e nobili sentimenti”. Vent’anni fa, in quel 14 maggio 2000, Calori intervenne per scrivere il clamoroso finale di una favola che, nell’ultima pagina, presentò il colpo di scena. A Perugia c’era la pioggia, il fango, a Roma le radioline, minuti lunghi come ore. Un’ultima giornata d’un calcio d’altri tempi, una data che regalò l’estasi ai tifosi della Lazio e il tormento a quelli della Juve.

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