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Referendum, la Consulta boccia responsabilità civile dei giudici e cannabis

Ok a separazione delle carriere in magistratura, abrogazione delle disposizioni in materia di insindacabilità, limitazione delle misure cautelari, e il voto degli avvocati

Dopo la bocciatura del referendum sull’eutanasia, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili altri due quesiti su cui c’era grande attesa: quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che si vorrebbe chiamare in causa direttamente per gli errori giudiziari – mentre oggi è lo Stato a risarcire il cittadino che abbia subito un danno ingiusto – e quello sulla legalizzazione della cannabis, che così come formulato era in realtà “sulle sostanze stupefacenti”.

 

Sono invece cinque i referendum ammessi dalla Consulta in materia di giustizia: l’abrogazione delle disposizioni in materia di insindacabilità, la limitazione delle misure cautelari, la separazione delle funzioni dei magistrati, l’eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del Csm, il voto degli avvocati sui magistrati. “I suddetti quesiti – si spiega nella nota – sono stati ritenuti ammissibili perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l’ordinamento costituzionale esclude il ricorso all’istituto referendario”.Si terrà anche il referendum che ha l’obiettivo di riconoscere nei consigli giudiziari il diritto di voto degli avvocati sulle valutazioni di professionalità dei magistrati, ha detto la Corte costituzionale, dichiarando ammissibile il quesito. Bocciato invece il referendum sulla responsabilità civile diretta dei magistrati.

 

Cannabis – Nel quesito “si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali”. Insomma, è stato spiegato, un clamoroso errore contenuto nel quesito – che richiamava una tabella relativa non alla cannabis, ma alle droghe pesanti – in assenza del quale il referendum sarebbe stato sicuramente ammesso, ha detto Amato. Marco Cappato, dell’Associazione Coscioni promotrice del referendum, replica: “È Amato a sbagliarsi, non ha letto bene il combinato degli articoli”.

Cinque i referendum ai quali la Corte ha dato il via libera, tra cui quello sulla legge Severino, sotto la cui scure sono caduti migliaia di amministratori locali. Soddisfatto Antonio Decaro, presidente dell’Anci: “Noi sindaci abbiamo chiesto da sempre una modifica della legge perché ci ritroviamo, unica figura istituzionale, a essere sospesi per 18 mesi senza una condanna definitiva”. Anche per reati, come l’abuso d’ufficio, in cui i primi cittadini “incorrono facilmente e alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono assolti”.

 

Il quesito chiede però anche di abolire l’incandidabilità alle elezioni dei condannati definitivi per mafia, terrorismo, corruzione e altri gravi reati: insomma “pluricondannati” che potrebbero entrare in Parlamento, avverte l’ex pm Nello Rossi. Il quale mette in guardia anche dai rischi di un altro referendum approvato dalla Consulta, quello che vuole ridurre l’ambito dei reati per cui è consentita l’applicazione delle misure cautelari e della carcerazione preventiva: “Truffatori seriali delle vecchiette, hacker e bancarottieri di professione resteranno liberi e in azione fino alle condanne definitive”.

 

Sempre in tema di giustizia, sì anche al referendum sulla separazione delle funzioni giudicante e inquirente, cioè tra giudici e pm. Al quesito che si prefigge di abrogare l’obbligo per un magistrato di raccogliere almeno 25 firme per candidarsi al Csm e a quello che vuole consentire il voto degli avvocati che siedono nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati.

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