Cinema

Intervista immaginaria a François Truffaut

La nostra intervista immaginaria al grande maestro della Nouvelle Vague

Ecco una intervista immaginaria a François Truffaut, costruita in modo realistico a partire dalla sua biografia, dalla sua idea di cinema e dai suoi film. Non è un’intervista realmente avvenuta. Truffaut fu una figura centrale della Nouvelle Vague e il suo cinema fu spesso legato all’infanzia, ai sentimenti e alla propria esperienza personale.

Intervistatore: Monsieur Truffaut, che cosa significa per lei il cinema?

François Truffaut: Il cinema, per me, è innanzitutto una passione. Da ragazzo trascorrevo molto tempo nelle sale cinematografiche. Guardare un film mi permetteva di dimenticare per qualche ora le difficoltà della vita e di immaginare un mondo diverso. In seguito ho capito che volevo non soltanto guardare i film, ma anche raccontare delle storie attraverso di essi.

Intervistatore: La sua infanzia ha avuto un’influenza sul suo cinema?

Truffaut: Certamente. La mia infanzia è stata piuttosto difficile e mi sono sentito spesso solo e incompreso. Per questo l’infanzia è diventata uno dei temi più importanti del mio cinema. In I quattrocento colpi, per esempio, Antoine Doinel vive molte situazioni che ricordano la mia adolescenza. Il personaggio non è esattamente me, ma contiene sicuramente una parte di me.

Intervistatore: Perché ha scelto proprio un bambino come protagonista del suo primo film?

Truffaut: Perché volevo mostrare il mondo dal suo punto di vista. Gli adulti spesso giudicano i ragazzi senza cercare di comprenderli. Io volevo che lo spettatore potesse osservare la realtà attraverso gli occhi di Antoine, con le sue paure, i suoi desideri e la sua voglia di libertà.

Intervistatore: Lei è stato anche un importante critico cinematografico. Quanto ha influenzato la sua attività di regista?

Truffaut: Moltissimo. Scrivere di cinema mi ha insegnato a capire perché amavo certi film e perché altri non mi convincevano. Quando ho iniziato a dirigere, però, ho capito che non bastava avere delle idee sul cinema: bisognava trasformarle in immagini, con gli attori, la macchina da presa e il montaggio.

Intervistatore: Lei appartiene alla Nouvelle Vague. Come definirebbe questo movimento?

Truffaut: È stato un modo nuovo di fare cinema. Volevamo liberarci da alcune regole troppo rigide e realizzare film più personali. Volevamo che il regista potesse esprimere la propria sensibilità, proprio come uno scrittore esprime la propria attraverso un libro.

Intervistatore: Tra i suoi film più celebri c’è Jules e Jim. Che cosa voleva raccontare attraverso la storia di questi tre personaggi?

Truffaut: Volevo parlare dell’amore, dell’amicizia e della libertà. Catherine, Jules e Jim hanno un rapporto molto particolare e non semplice. Mi interessava mostrare che i sentimenti non possono sempre essere organizzati secondo regole precise. L’amore può essere meraviglioso, ma può anche creare sofferenza.

Intervistatore: Nei suoi film sembra esserci sempre un grande amore per i personaggi.

Truffaut: Sì. Anche quando un personaggio sbaglia, cerco di non giudicarlo. Preferisco cercare di comprenderlo. Il cinema può aiutarci proprio in questo: possiamo entrare per un’ora e mezza nella vita di una persona molto diversa da noi e scoprire che, in fondo, abbiamo qualcosa in comune.

Intervistatore: Qual è il ruolo della letteratura nel suo cinema?

Truffaut: È molto importante. Amo leggere e spesso parto da un romanzo per costruire un film. Ma quando adatto un libro non voglio semplicemente illustrarlo. Voglio trasformarlo in cinema, trovare immagini, movimenti e silenzi che appartengano al film.

Intervistatore: E che cosa pensa del rapporto tra il regista e gli attori?

Truffaut: È fondamentale. Un regista non può fare tutto da solo. L’attore porta qualcosa di imprevedibile nel film. Con Jean-Pierre Léaud, per esempio, ho avuto un rapporto molto particolare. Antoine Doinel è cresciuto insieme a lui e, in qualche modo, anche insieme a me.

Intervistatore: Se dovesse dare un consiglio a un giovane che vuole diventare regista, quale sarebbe?

Truffaut: Gli direi di guardare moltissimi film. Non soltanto quelli nuovi, ma anche quelli del passato. E gli direi di vivere, leggere, osservare le persone. Per fare cinema bisogna conoscere la vita. Ma soprattutto bisogna avere qualcosa da raccontare e una vera necessità di raccontarlo.

Intervistatore: Infine, che cosa vorrebbe che il pubblico provasse guardando un suo film?

Truffaut: Vorrei che ridesse, che si emozionasse e magari che pensasse alla propria vita. Se, dopo il film, una persona esce dalla sala sentendosi un po’ diversa da quando è entrata, allora credo che il cinema abbia fatto il suo lavoro.

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