LICORICE E PIZZA
Paul Thomas Anderson non ha vinto un solo Oscar quest’anno. E forse è giusto così.

David Foster Wallace, suo professore all’Emerson College di Boston, scrisse un reportage nel ‘98 dal titolo “Il figlio grosso e rosso” sul cinema pornografico americano. Quell’anno, la sera della consegna dei premi AVN (della rivista Adult Video News) al Cesar Palace di Las Vegas: “Gira voce che anche il regista di Boogie Nights, Paul Thomas Anderson, abbia un biglietto per il gala, e forse spunterà. Nonostante il film presenti tutti nel porno come cretini, patetici o entrambi, l’industria del porno evidentemente ha accolto Boogie Nights proprio come l’industria discografica ha accolto This Is Spinal Tap, e la notizia ufficiosa su Anderson (che non approda a nulla – se P.T. Anderson è mai arrivato, l’ha fatto in incognito) provoca l’entusiasmo più genuino della serata.”
Non abbiamo prove che P.T.A. fosse seduto a uno dei tavoli del gala. Il suo modo di raccontare l’industria pornografica non ha niente a che vedere con quel mondo lì: è intenzionalmente ingenuo, tenero, quasi romantico.
Qualcuno ha notato che in tutti – o quasi – i film di Paul Thomas Anderson c’è la battuta: “Non ho fatto niente”. Forse la frase più ricorrente in ogni scena d’arresto d’oltreoceano che abbiamo mai visto. Un po’ come se ogni gangster o ladruncolo da quattro soldi fosse fatto allo stesso modo di un bimbo.
Da Boogie Nights a Licorice Pizza, nei suoi film è sempre un innocente – o quasi – a pronunciare la fatidica frase. Sono le parole di Eddie che piagnucola nella sua cameretta quando la madre lo mette difronte alla sua presunta irresponsabilità. Sono le parole che pronuncia – o quasi – Valentine quando viene arrestato dalla polizia per un reato che non ha commesso – che però ne ha commesso un altro pochi minuti prima –.
C’è un crescendo nei suoi film: un sovrapporsi di circostanze – per lo più nefaste – che incalzano fino all’acme liberatorio. Succede così anche nel suo ultimo film. Un insieme di eventi di trascurabile importanza – di “intimità provvisorie”, come le chiamerebbe Franco Arminio – che ti cullano fino alla fine. E tu non vuoi che finisca perché questa Licorice Pizza non è per niente male.
In anni in cui ci hanno propinato un gusto per il vintage e il demodé in tutte le sue forme, arriva P.T.A. e ci mette una pietra sopra. Realizza un film autobiografico che non parla di sé ma delle sue ricordanze: la San Ferdinando Valley con le sue villette colorate, l’estate perenne dei cieli e delle notti illuminate dai neon delle insegne. È un flusso di ricordi e suggestioni. E poco importa se apparentemente non c’è una trama – ma c’è un finale riconciliante, dei più classici –.
Licorice Pizza non è altro che un film sull’innocenza della prima parte della vita. Anderson ci ha abituati a fare una caccia ai colpevoli, ai mandanti per poi disarmarci di colpo davanti alle miserie dei suoi personaggi. Così caratterizzati eppure così simili a noi.
Prende pezzi di America e ci fa un frullato. Poi gira il tutto con una steady-cam.
I suoi piani sequenza sono memorabili. La sua carriera inizia a 27 anni con una ripresa di due minuti che a pensarci fa girare la testa. Un po’ come quando in The Master Lancaster Dodd chiede a Freddie di mantenere gli occhi aperti mentre gli fa una raffica di domande.
Stavolta ha preso gli anni della sua infanzia, della sua adolescenza. Ci sono i letti ad acqua (quelli delle scene hard del primo film che qui diventano il set del primo bacio) e le auto rimaste a secco (che si spera viaggino il più possibile senza andare a schiantarsi, un po’ come la vita).
Ci sono le maschere degli attori arrivisti e dimenticati che si aggirano come fantasmi nella notte, tra un night e una pompa di benzina nell’anno della crisi dei carburanti. C’è Alana Haim con la famiglia al completo e il figlio dell’attore feticcio di Anderson, Philip Seymour Hoffman, che si confronta magnificamente con la pesante eredità del padre morto tragicamente pochi anni fa. C’è una colonna sonora perfetta – con l’immancabile apporto di Jonny Greenwood che quest’anno firma quattro colonne sonore agli Oscar –. C’è Tom Waits che cazzeggia con Sean Pen. C’è un cartello del benzinaio che dice alle auto in coda: “Out of gas. Rent a bike”.
Insomma, se non ha ancora incassato un solo premio è perché partecipa in una categoria a parte.



