Cinema

Povere Creature!

Il film tratto dall'omonimo romanzo commentato per noi da Paolo Colucci

(Roma)- Tratto dall’omonimo romanzo di Alasdair Gray, Povere Creature! è l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, candidato agli Oscar di quest’anno a innumerevoli riconoscimenti tra cui miglior film, regia, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura non originale. Ma aldilà di ogni pronostico, il film sembra aver centrato in pieno lo spirito del nostro tempo.

 

Nell’universo caleidoscopico di Lanthimos, Emma Stone (che è insieme produttrice e protagonista) urla, danza e salta furiosa come una bimba di un anno circondata da figure grottesche che fanno invidia a Edward Scissorhands e Pinocchio. Dal padre-creatore il dottor “God” Baxter\Willem Da Foe al seduttore\Mark Ruffalo, dall’assistente assennato\Ramy Youssef all’intellettuale cinico\Jerrod Carmichael.

La protagonista di Poor Things! non è un “Frankestein al femminile” – si guardi oltre il volto “assemblato” del suo creatore. Non è nemmeno una bambola di carne nelle grinfie degli uomini che cercano di possederla per tutto il film. Ma non è nemmeno una Barbie alternativa, un’altra storia di emancipazione femminile a buon mercato. Fin dall’inizio appare chiarissimo che scappare dal paradiso artificiale del dottor Baxter è l’unico modo per prendere coscienza. Cioè liberarsi.

È un film genuinamente femminista, perché è evidente che non sia stato concepito per essere tale. Semmai nella seconda metà – più densa e veloce ma meno brillante della prima ora – i cliché della donna sedotta e abbandonata, sfruttata e messa a tacere, provano ad appiccicarsi al personaggio incantevole della neonata-adulta che con candida ingenuità esce immune – quasi sempre – da ogni pericolo.

C’è molto sesso ma non è troppo come i fish-eye. La fotografia in stile anni ’60-’70 è ben fatta ma ridondante. L’occhio di pesce che all’inizio rende bene l’atmosfera soffocante del microcosmo in cui nasce Bella perde via via il suo senso. Il bianco e nero, forse un omaggio al cinema espressionista, simula la vista del neonato nel suo schiudersi alla realtà. Lascia spazio alle tinte cariche di una scenografia barocca degna del miglior Tim Burton – con le linee surrealiste delle architetture e le tecnologie steampunk.

La ripresa lenta, con zoom a piovere, i movimenti di macchina lineari, sono tutte caratteristiche del cinema di Lanthimos, oltre che essere diretta eredità di Kubrick – Arancia Meccanica su tutti. La tecnica e i manierismi del regista concedono allo spettatore uno sguardo più ampio e agile che nei film precedenti. Una fiaba così densa e perturbante poteva essere raccontata solo da un maestro come lui.

 

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