Musica

Vi racconto il Rock con i grandi The Who

Intervista esclusiva con la nota giornalista musicale Eleonora Bagarotti

Eleonora Bagarotti ci rilascia questa intervista dagli Stati Uniti, una manciata di giorni dopo che gli Who, il gruppo rock inglese che da anni segue con passione poi tramutata in lavoro giornalistico, hanno trionfalmente aperto il loro tour americano “The Who Hits 50!” a New York.  Ma la “rock-girl” che si era raccontata, inizialmente, nel libro “Magic Bus” (Editori Riuniti) e che successivamente ha pubblicato in Italia molti altri titoli, tra i quali uno su Tom Waits e altri sugli Who – su tutti, il definitivo “Pure And Easy” (Arcana) – è in realtà una donna dalle mille
sfaccettature. E noi, con alcune domande, abbiamo cercato di svelarne qualcuna.

Come mai la passione per uno strumento divino come l’Arpa?
Sono figlia di un soprano lirico leggero e la musica in famiglia l’ho bevuta insieme al latte. L’iscrizione al Conservatorio è stata una volontà materna e devo dire che l’arpa è stata una scelta casuale nel senso che lo strumento affascinava tutti, me inclusa, ben prima di conoscerne le difficoltà, i costi, le difficoltà del trasporto… poi è accaduto quello che accade in certe storie d’amore iniziate in sordina: lo strumento si è innamorato di me e io di lui. E dopo il diploma mi sono iscritta a Composizione, senza velleità, per poter realizzare alcuni arrangiamenti sul mio strumento con un minimo di cognizione di causa. Cosa che ho fatto anche in ambito rock, divertendomi moltissimo. In progetto, prossimamente, c’è un duo artistico con Carla They, una bravissima collega con la quale non vedo l’ora di iniziare a suonare proponendo uno stile diverso dagli altri. Ma non voglio svelare di più.

Ci racconti il tuo primo incontro con i mitici The WHO?
Il primo è stato un incontro dell’anima, vedendo per caso il film “Tommy” in tv da bambina. Po l’ascolto di “Who’s Next” mi fece intuire che tra me e la sensibilità di un autore IMMENSO come Pete Townshend c’era un filo.
Così, recandomi a Londra per vacanze-studio estive, mi sono recata ai suoi studi di registrazione, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Attraverso lettere e incontri si è aperta una comunicazione che non si è mai chiusa e
che considero uno dei doni più belli che la vita mi abbia concesso. Tra me e Pete esiste un rapporto che dura da quasi 35 anni, e che ovviamente si è talvolta interrotto ma sempre evolvendosi e ritrovandosi, rimanendo
qualcosa di spontaneo e prezioso. Townshend rimane per me un artista eccezionale e un uomo altrettanto meraviglioso. Non esistono, né esisteranno mai, abbastanza parole per spiegare l’amore e la gratitudine
che provo per lui. In quanto agli Who, li vidi per la prima volta con una cugina più grande al Frejus, nel loro tour dopo la morte di Keith Moon. Ma ero una bambina e ho un vago ricordo di quell’evento, a parte che captai subito la bellezza della condivisione tra tantissime persine di una grande emozione. L’altra sera, al concerto che gli Who hanno tenuto al Madison Square Garden, è stato lo stesso.

Come mai hai avuto questa grande formazione culturale e musicale molto
Britannica?
Me lo sono chiesto spesso, a parte le vacanze-studio che ho fatto, il primo gruppo che si è avvicinato in modo dirompente al mio cuore sono stati i Beatles. Ero davvero piccola e la cosa incredibile è che oggi sta accadendo la stessa cosa con mio figlio Pietro, che ha 9 anni. Penso che i Beatles abbiano dato il via a un mood divenuto parte della mia personalità e dei miei gusti. Ovviamente, oltre alla musica classica e al jazz, mi piace molto anche la musica americana – è nota la mia grande passione per i Fleetwood Mac e per Stevie Nicks! – ma non c’è dubbio che io propenda per quella inglese.Amo molto tradurre, al punto che in autunno andrà in scena per la prima volta in Italia una commedia di Tom Stoppard tradotta da me, intitolata “The Real Thing”.

Quali altre passioni coltivi oltre la Musica?
La scrittura è la mia più grande passione, tanto che ho avuto l’onore e la fortuna di legarla alla musica, anche se come giornalista mi capita di occuparmi di più argomenti. Poter “raccontare”, non solo informare. Questo
è un po’ quello che cerco di fare sempre, andando talvolta contro uno stile più asciutto (e altrettanto bello, non si discute) che utilizzano altre persone. Ogni penna ha il proprio tratto distintivo. Io, ad esempio,
adoro il minimalismo ma quel modo di scrivere non mi appartiene. In quest’ultimo periodo, mi sono divertita a raccontare qualche sensazione personale sul mio blog (www.eleonorabagarotti.it), anche se chiaramente
scrivere articoli o saggi implica uno stile diretto e più impersonale. La lettura è l’altra mia grande passione. E le persone, il riuscire a coltivare amicizie vere in una vita durante la quale i tempi sono spesso strettissimi, è un’altra gioia grandissima. E devo ammettere di avere la fortuna di godere dell’amicizia di moltissime persone nel mondo, che non ho mai perso del tutto e che ritrovo regolarmente. Infine, mi piace camminare e correre. Ma, a dispetto del mio amore per l’Inghilterra, soffro moltissimo il freddo e quindi per metà dell’anno mi rintano con gli
orsacchiotti nella grotta, fino al disgelo.
Ci parli di questo nuovo lavoro editoriale 4Ever?
“4Ever John Paul George Ringo” lo considero un libro che segna il mio ritorno a quel primo amore di cui ti parlavo: i Beatles. Quando l’editore Claudio Fucci, di VoloLibero, me l’ha proposto ci ho riflettuto. Sui
Beatles è stato pubblicato un mare di cose, quindi ho ritenuto di accettare la proposta, non tanto per sfida ma come un vero e proprio atto d’amore. Il volume parla delle quattro carriere soliste singole, inclusa
quella di Ringo, del quale viene doverosamente analizzato anche il celebre drumming, dallo scioglimento dei Beatles ad oggi. Oltre alle discografie complete, traccio vari argomenti significativi sulle quattro personalità e
includo alcune interviste esclusive. Ma questo libro non sarebbe mai stato scritto, probabilmente, senza la vicinanza del mio grandissimo amico beatlesiano Alberto Dosi, che non dimentico di ringraziare proprio in
virtù di un legame, ormai indissolubile, di amicizia e di passione per la musica che ci lega fortemente.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Al momento sto lavorando su un progetto dedicato agli Who, molto fotografico, che uscirà in lingua inglese (più un’edizione in italiano) in tutto il mondo. Per me, si tratta di un bel salto. In tal senso, se me lo concedete, vorrei invitare tutti i fan o coloro che possiedono materiale, foto o racconti personali legati alla band di mettersi in contatto con me, ramite l’indirizzo che trovano sul mio blog o tramite Facebook. Mi è poi stato chiesto di tradurre l’autobiografia di un mitico artista, e sto valutando questa possibilità. Amo molto tradurre, al punto che in
autunno andrà in scena per la prima volta in Italia una commedia di Tom Stoppard tradotta da me, intitolata “The Real Thing”. Non a caso, il mio mito – come dico sempre – è e sarà sempre Fernanda Pivano. Ho avuto il
grande onore di conoscerla e di confrontarmi con lei, che rispetto a me era una montagna infinita di bellezza e di conoscenza: lei tuttora resta il mio punto di riferimento. Credo proprio che alla base di tutto ciò che
ho realizzato nella mia vita, ci sia un insegnamento di mio padre, un uomo molto colto e amante dell’arte: quando si incontrano persone di valore,prendiamole come punti di riferimento. Nella vita c’è il bello e il brutto, la bontà e la malvagità. Sta a noi cercare la luce, riconoscerla, perseguirla.

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