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La fine dei Beatles: 50 anni fa Paul McCartney certificava lo scioglimento della band

Il 10 aprile del 1970, annunciando lʼuscita del suo primo album solista, Macca confermava di non avere alcun progetto futuro in serbo con il gruppo

(Londra)- I read the news today, oh boy. Nel mondo già lontano di 50 anni fa, nel mondo – purtroppo o per fortuna – ancora privo del tempo reale, ci fu un titolo urlato in faccia alla mattina presto, lettere enormi su un giornale popolare. “Paul is quitting the Beatles”, c’è scritto sul “Daily Mirror” del 10 aprile 1970. E se Paul lascia i Beatles, vuol dire che i Beatles sono proprio finiti.

Oltre a rendere conto a una massa oceanica di fan sconvolti, McCartney dovette anche fronteggiare la rabbia di John Lennon, che aveva deciso di mollare mesi prima, ma non l’aveva comunicato per aspettare l’uscita dell’ultimo album del gruppo, Let It Be, che poi sarebbe stato pubblicato di lì a poco con l’intervento del produttore statunitense Phil Spector.

Perché quella dei Beatles era ormai una macchina in corsa senza più pilota, ma con dentro ancora tanta benzina, come aveva appena testimoniato lo splendido Abbey Road. Una band di magnifici solisti senza più legami. Perfino anarchica, come era apparso nel White Album. «Ormai ero solo io con un gruppo di spalla, e Paul con un gruppo di spalla», aveva implacabilmente sentenziato John Lennon. I successivi dissidi avrebbero solo aggravato una crisi annunciata.

Si chiudeva così la leggenda dei quattro di Liverpool, istantanea sempiterna di un’epoca e pietra angolare della stessa cultura pop, con la loro messe di record e di dischi venduti (se ne conta circa un miliardo). «The dream is over», come avrebbe cantato Lennon di lì a poco (God). E non ci sarebbero stati ripensamenti. Anche per questo fu uno scioglimento atipico. Infinite, invece, le ipotesi sulle cause: dal ruolo di Yoko Ono – di recente “scagionata” dallo stesso McCartney – alla rivalità tra i due (ex?) amici John e Paul, che sarebbe proseguita con frecciatine reciproche (e tentativi di riappacificazione) anche da solisti.

Mezzo secolo, come sappiamo tutti noi che di musica viviamo, in cui non c’è stato mai spazio per la retromarcia. Che poi il tempo vero di ripensamento è stato di 10 anni, fino al giorno in cui Lennon incontrò il suo tragico destino. L’unica reunion si è svolta in maniera fredda, distante, per qualcuno anche inopportuna. La voce remota e ricostruita di John in quel suo inedito tirato fuori dal cassetto e prodotto dagli altri tre per l’Anthology del 1994, “Free as a Bird”. Canzoncina minore, triste, buona giusto per rinfocolare il rimpianto di una storia senza pari nella musica del XX secolo.

Poi, il luogo comune vuole che, da soli, i quattro non avrebbero più raggiunto i traguardi della gloriosa ditta. Niente di più falso. Perché se è indubbio che l’alchimia beatlesiana si sarebbe dissolta per sempre, è altrettanto doveroso ricordare come McCartney (da Band On The Run al recente Egypt Station), Lennon (da Plastic Ono Band a Imagine e Double Fantasy), Harrison (da All Things Must Pass a Cloud Nine) e lo stesso outsider Starr (quantomeno quello di Ringo, 1973) abbiano consegnato ai posteri un’altra considerevole dose di prodezze. Tanto per ricordarci che nessuno scioglimento e nessun revisionismo critico potranno mai cancellare i Beatles dai libri di storia.

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