Spettacolo

TELEVISION DIRECTOR

Intervista con il giovane regista televisivo Matteo Forzano

Inizia giovanissimo a studiare musica, all’accademia musicale Ferrato-Cilea di Savona, proseguendo gli studi al CPM di Milano per poi concluderli al Borgo della Musica di Milano, diplomandosi come batterista al corso tenuto da Walter Calloni. Porta avanti diversi progetti musicali, sia come musicista che come producer, arrivando a produrre soundtrack per trailer cinematografici con il progetto “Moon Device”.
Intanto inizia ad avvicinarsi al mondo video come assistente operatore, assistente montatore e assistente alla regia. Da qui inizia un percorso che si trasformerà nell’attività principale.

Abbiamo incontrato il giovane regista per farci raccontare il suo percorso professionale e le sue nuove sfide.

 
 
Chi è Matteo Forzano?
Non amo le definizioni che valgono una volta per tutte, ma la risposta più vicina alla domanda è: un regista televisivo. Ho iniziato da qualche anno a firmare programmi per il piccolo schermo, anche se la mia formazione inizia altrove. Mi sono diplomato come musicista (batteria) e contemporaneamente ho intrapreso il percorso che mi ha portato a quello che faccio oggi, rivestendo più o meno tutti i ruoli: dalle riprese al montaggio, fino a diventare l’aiuto-regia di programmi in diretta.
 

 
 
Come nasce la tua passione per il mondo dello spettacolo? 
Alle scuole medie facevo parte di un gruppo teatrale dove ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato il mio insegnante di djembé: una prima e fondamentale finestra sul mondo della musica. Quando mio zio mi ha “ceduto” la sua batteria, ho capito che non avrei voluto fare nient’altro. E in effetti, per un lungo periodo, è stato così.
 
 

 
Quanto ti ha aiutato avere il cognome Forzano e quanto invece è risultato quasi un problema?
Tutti hanno bisogno di un maestro e di un punto di riferimento nel proprio mestiere: il mio è stato, ed è tutt’ora, mio zio Duccio Forzano. Il primo grande aiuto è che la batteria “ceduta”, di cui sopra, era la sua!
Ironia a parte, da lui ho imparato tutto, come tanti colleghi prima e dopo di me. Guardando il suo lavoro ho appreso non solo la parte tecnica, ma anche la sua organizzazione professionale, i rapporti – fondamentali – con le squadre con cui si lavora in studio e fuori. È stato il primo non solo a spiegarmi, ma a mostrarmi, che per coordinare un lavoro di gruppo è necessario conoscerne tutte le componenti. E quindi, che per essere un buon regista si deve essere anche un buon operatore e un buon montatore.
Il contraltare è che, a volte, qualcuno dia troppo peso al mio cognome. C’è chi tende a fare confronti anche in situazioni non paragonabili. È capitato di dover dimostrare di non essere “raccomandato”. Ma questo è un problema di chi lo pensa: i miei colleghi, Duccio ed io in realtà ci scherziamo su spesso e volentieri.
 
 

 
Ti preferisci nelle vesti di regista, filmmaker o music supervisor?
Ad oggi, la dimensione in cui mi trovo meglio è quella del regista televisivo, in cui sono più a mio agio e nella quale sento di avere il controllo della situazione. Per me, l’adrenalina della diretta non ha eguali.
Detto questo, mantengo sempre una particolare attenzione alla veste musicale dei miei programmi.
 
 

 
Progetti futuri?
Con Loft Produzioni stiamo preparando nuovi format oltre a quelli già in onda (“Accordi & Disaccordi”, “La confessione”, “Belve”, solo per citarne alcuni).
 
 
 

 
Sogni nel cassetto?
Non ti nego che sono tanti. Da regista, vorrei dirigere i grandi show televisivi. Non mi piace fermarmi e amo le sfide: se mai ne fossi capace, mi piacerebbe poter scrivere il soggetto di un film per il cinema e dirigerlo.
 
 
 

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