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Tangentopoli, 30 anni dall’arresto di Mario Chiesa

Era il 17 febbraio 1992 quando il presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di spicco del Psi milanese fu arrestato in flagranza di reato mentre intascava una tangente

(Milano)-Erano da poco passate le 18 del 17 febbraio 1992 quando il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani fece il suo ingresso nell’ufficio di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di spicco del Psi milanese, cogliendolo in flagranza di reato mentre intascava una tangente. Trent’anni fa, oggi, scattavano le prime manette che avrebbero dato avvio a Mani Pulite, la serie di inchieste giudiziarie portate avanti dal pool di magistrati di Antonio Di Pietro che scoperchiarono il sistema di corruzione di partiti e imprese.  Lo scandalo di Tangentopoli segnò la fine della Prima Repubblica . si sciolsero partiti storici come la Dc e il Psi, travolti dallo sdegno dell’opinione pubblica, e comportò un profondo mutamento del sistema politico, lasciando il passo a nuove formazioni e nuovi protagonisti. 

Nato nel 1944 a Milano, Mario Chiesa iniziò a fare politica in una sezione del Psi di Quarto Oggiaro. Ingegnere, laureato al Politecnico di Milano, nel 1980 il sindaco Carlo Tognoli lo nominò assessore ai Lavori Pubblici e, per un breve periodo nel 1985, ricoprì anche la carica all’Edilizia Scolastica. Nel febbraio del 1986 Chiesa ottenne la presidenza del Pio Albergo Trivulzio, la famosa Baggina, storico ricovero milanese per anziani così chiamato dalla sua posizione nel quartiere di Baggio. Molto legato alla famiglia Craxi, nel 1990 sostenne la campagna di Bobo – figlio del segretario del Psi – a sindaco del capoluogo meneghino.

Chiesa venne colto in flagrante il 17 febbraio 1992 mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni, che gestiva una società di pulizie. A denunciarlo alla Procura di Milano era stato lo stesso Magni, stanco di pagare: per la vittoria di una gara d’appalto al Trivulzio, un lavoro da 140 milioni, Chiesa aveva preteso per sé una tangente del 10%, quindi 14 milioni di lire. Magni, d’accordo coi carabinieri e con Di Pietro, si presentò nell’ufficio di Chiesa alle 17:30, portando con sé una valigetta con 7 milioni, corrispondenti alla prima trance della tangente. In ogni mazzetta c’era una banconota firmata dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro, riportò il cronista del Corriere Michele Brambilla. Non appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l’arresto per concussione.

Dopo l’arresto, gli inquirenti allargarono il loro campo d’azione. Grazie alla ex-moglie di Chiesa, Laura Sala, che fornì all’inchiesta carte e testimonianza, i magistrati scoprirono due conti bancari in Svizzera con diversi miliardi di lire. Dopo aver messo sotto sequestro i due conti svizzeri, Levissima e Fiuggi, il pm Di Pietro chiamò l’avvocato Nerio Diodà e gli disse: “Avvocato, riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita”.

Rinchiuso nel carcere di San Vittore, Chiesa in un primo momento non confessò. La notizia dello scandalo ebbe un grande risalto nell’opinione pubblica, riempendo prime pagine di giornali e servizi dei telegiornali. Fu proprio al Tg3 che il segretario socialista Bettino Craxi, impegnato nella campagna elettorale per le politiche che si sarebbero svolte ad aprile, etichettò Chiesa con l’espressione poi divenuta celebre: “Un mariuolo”, disse, negando l’esistenza della corruzione a livello nazionale e assicurando l’integrità del Psi. Rispondendo alle domande di Daniela Vergara, affermò: “In questa vicenda, purtroppo, una delle vittime sono proprio io. Mi preoccupo di creare le condizioni perché il Paese abbia un governo che affronti gli anni difficili che abbiamo davanti e mi trovo un mariuolo che getta un’ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano in cinquant’anni, nell’amministrazione del Comune, nell’amministrazione degli enti cittadini, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi commessi contro la pubblica amministrazione”.

l 23 marzo 1992 Chiesa incontrò Di Pietro e il giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti. E contro ogni previsione, cominciò a parlare, o, come titolò Il Giorno, cominciò a “vuotare il sacco”. L’interrogatorio dell’ex presidente della Baggina durò giorni. Parlò per un’intera settimana. Il pomeriggio del 2 aprile, Chiesa lasciò a San Vittore dopo 45 giorni di carcere, per andare agli arresti domiciliari. Durante l’interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi in televisione. Le tangenti – spiegò – erano diventate “oboli” richiesti nella quasi totalità degli appalti. Il sistema, rodato e radicato, andava a beneficio dei partiti e dei politici, specialmente di quelli al governo come Dc e Psi. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte. Subito dopo le politiche dell’aprile del 1992, molti industriali e politici furono arrestati con l’accusa di corruzione. Lo scandalo di Tangentopoli era appena iniziato.

Il pool ‘Mani pulite’, ei fu. A trent’anni di distanza dall’inchiesta che ha cambiato per sempre la storia d’Italia, è impossibile non osservare, con qualche sconcerto, l’amaro testacoda del più famoso gruppo di magistrati italiani. Cinque anni prima del cruciale 1992 era uscito un magnifico film, The Untouchables, Gli intoccabili: e c’era uno scherzoso manifesto, incollato dietro una porta del quarto piano, che lo citava. Aveva sostituito i volti degli attori con quelli dei protagonisti della pubblica accusa. Gerardo D’Ambrosio, l’aggiunto, era al posto di Sean Connery; Antonio Di Pietro, che aveva arrestato Mario Chiesa e andava avanti come una ruspa, era Kevin Kostner, il grande investigatore; la faccia del contabile era quella di Piercamillo Davigo; e Gherardo Colombo era Andy Garcia. Il volto di Al Capone mancava. Lo si poteva immaginare.

C’era un’esagerazione nell’esaltare il lavoro della procura milanese. E c’è dell’acredine oggi, e molta soddisfazione specie nel centrodestra, nello stare in riva al fiume a guardare la corrente della cronaca che si porta via il metaforico cadavere delle toghe, non più intoccabili: e che si sono fatte male, anche da sole.
Antonio Di Pietro ha passato i 70 e nei giorni del trentennale è a Montenero di Bisaccia a potare vigne e alberi. Aveva annunciato già nel ’94 di salire sul “trattore rosso”: in effetti c’è salito. Prima della scelta agricola, ha però compiuto un lunghissimo giro di giostra: imputato, ministro, parlamentare, fondatore di partiti, amico nobile dei grillini. Un turbine a tratti fortunato e a tratti autodistruttivo. Era stato lui, con uno staff di collaboratori scelti uno per uno, a far avanzare l’inchiesta e a condurre processi micidiali per gli imputati. A cominciare da Sergio Cusani, finanziere al top del successo e del potere, inchiodato nell’aula del processo che lui stesso aveva chiesto.

 

 

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