Cinema

LA ZONA D’INTERESSE

“La zona d'interesse”, ultimo film di Jonathan Glazer, candidato a 5 premi Oscar e già premiato a Cannes commentato per noi da Paolo Colucci

Nei primi anni ‘40 del secolo scorso, una famiglia tedesca quasi perfetta si stabilisce nei pressi del fiume Soła, in Polonia. La Interessengebiet, la “zona d’interesse” che dà il titolo al libro di Martin Amis da cui è tratto il film di Jonathan Glazer, da pochi giorni nelle sale italiane, è una casa ideale, circondata da un giardino lussureggiante, una sorta di Eden, a cui Hedwig Höß\Sandra Hüller si dedica quotidianamente. È proprio intorno a lei che in fondo ruota questa vicenda. Lei che segue suo marito, il comandante del Konzentrationslager 3, l’SS Rudolf Hoss\Christian Friedel, con i loro cinque figli, parenti e affini. Lui, un mediocre inferiore di Heinrich Himmler, preoccupato per le sorti dei cespugli di lillà che adornano il suo luogo di lavoro, attento a che la moglie non scopra le sue scappatelle notturne, premuroso con la figlia insonne a cui prontamente legge la storia di Hänsel e Gretel e della strega cattiva bruciata viva nel forno.

 

Tanti piani sequenza dopo, il comandante riceve l’ordine di trasferirsi altrove, e lo vediamo mentre spiega alla moglie addolorata che non ha scelta. La signora Höß, rimpicciolita dalla prospettiva, accetta suo malgrado ma decide di non seguire suo marito e rimanere con i suoi splendidi figli nel suo “spazio vitale”, come lo chiama lei. La trama non va molto oltre queste beghe familiari. Ma dato che Glazer, prodotto da quella nicchia mainstream che è l’A24, ci ha tenuto a scomodare la Soluzione finale con la sua personale variazione sul tema, vale la pena chiedersi cosa ha da darci oggi un film di questo tipo.

 

Schindlerlist è stato indubbiamente il film definitivo sull’argomento. La Vita è bella sembrava aver prosciugato il genere di tutte le possibilità narrative. Poi Roman Polański con il suo Pianista riporta il focus sulle vicende dei singoli in rapporto con la Storia. Infine il colpo di coda di Taika Waititi qualche anno fa con Jojo Rabbit.

 

Evidentemente non avevamo ancora visto il controcampo di Auschwitz. Un’ora e tre quarti di geometria pura: inquadrature fisse con i personaggi che si muovono rigidamente lungo gli assi, in giochi prospettrici molto eloquenti – vedi sopra – lungo linee visive ben precise. Un esempio evidente è il muro del lager che costeggia il paradiso terrestre degli Höß tagliando gran parte delle inquadrature del film e che Hedwig spera di nascondere con i rami delle sue viti. Lo è anche il confine inviolabile dello spazio tra i due letti singoli nella camera dei coniugi. Le geometrie rigorose del giardino con i suoi vialetti.

 

C’è però un altro limite tra la famiglia e il resto del mondo ed è il fiume che scorre dietro la casa. Fresco, perpetuo, imprevedibile. Sembra lo specchio di ogni verità, luogo delle rivelazioni dove i corpi degli ebrei gasati vengono a galla inesorabilmente. Ma è soprattutto l’unica barriera naturale, vera e autentica, in contrasto a quelle dolorse e menzognere degli uomini.

 

Fare un film sull’Olocausto da una prospettiva del genere non era affatto semplice. Il risultato parrà banale, immorale, un esercizio di stile. Tuttavia va riconosciuto a La zona d’interesse il merito di aver provato a guardare il momento più drammatico del Novecento attraverso lo spioncino della casa del mostro. Scelta molto rischiosa sul piano artistico e politico. Eppure, aldilà dell’effetto straniante ricercato da Glazer, il film rimane in bilico tra la banalità del male e la facile retorica. La rappresentazione del nazifascismo non lascia spazio neanche stavolta ad alcun perdono. Il male assoluto per quanto estetizzato, razionalizzato e umanizzato, rimane tale. “La zona d’interesse” si rivela un esperimento fallimentare.

 

 

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