Cinema

Lucia Senesi alla conquista del cinema hollywoodiano

Intervista alla giovane regista e scrittrice italiana, che grande successo sta riscuotendo in America con i suoi lavori

LUCIA SENESI è una regista e scrittrice italiana, nata nel 1986 ad Arezzo. Il suo primo cortometraggio LE CONOSCENZE DIFFICILI è stato selezionato nell’ambito del Festival internazionale del cortometraggio – Youfilmaker nel 2015. Dopo aver collaborato come aiuto regia a diversi progetti di teatro e cinema, nel 2016 ha realizzato il suo primo lungometraggio, AVANTI, un documentario socio-politico sulla crisi che attraversa l’Italia e l’Europa, presentato in concorso all’edizione del RIFF/Rome Independent Film Festival 2017. Lucia vive attualmente a Los Angeles. Durante la sua permanenza negli USA, Lucia ha maturato anche la sua esperienza documentarista, raccogliendo testimonianze importanti, come le sue interviste con André Aciman e James Ivory . La sua scrittura è apparsa su Film International, Los Angeles Review of Books and The Millions.

(SINOSSI: Julia va a casa della sua professoressa di letteratura, Annie. Le due donne sono amichevoli e discutono del loro impegno nei confronti del movimento #MeToo, ma le cose si complicano quando Annie chiede a Julia di modificare la sua short story mentre Rosita, la cameriera messicana, sembra conoscere il segreto che nascondono.)  Oggi abbiamo il piacere d’incontrarla per la redazione di Twikie.it.

Lucia hai presentato il tuo nuovo cortometraggio “A Short Story” al Chinese Theatre, ce ne vuoi parlare? 

“A Short Story” è stato presentato in anteprima mondiale a LA Shorts International Film Festival, poi al Chinese Theatre con Hollyshorts. Entrambi i festival qualificano per Academy Awards e BAFTA. Abbiamo subito trovato una distribuzione televisiva con ShortsTV, prima per il Nord America e poi nel resto del mondo.E’ una storia tutta femminile: Julia, una giovane scrittrice, è a casa della sua professoressa di letteratura, Annie, a discutere una short story che ha precedentemente scritto. Annie le chiede di cambiare il punto di vista della storia, dal maschile al femminile, in nome del momento storico che stiamo vivendo. Ma quello che inizia come discorso sul movimento #MeToo, si trasforma in qualcosa di molto più personale, grazie al ruolo di Rosita, la cameriera messicana di Annie.

Come definiresti il tuo corto e come l’hai percepito dopo averlo girato e montato? Penso che sommi quelli che sono stati i miei studi nei sette anni precedenti, cioè di una certa estetica che deve fare i conti con la filosofia politica e la realtà del mondo in cui viviamo. Sicuramente la struttura della sceneggiatura mi ha aiutato a trovare un linguaggio cinematografico molto specifico e molto personale, quindi il montaggio è stato semplice e veloce.

Con quali criteri hai scelto gli attori? Il ruolo della professoressa, Annie, è stato interpretato da Magdalena Edwards che è anche produttrice del film. Magdalena è attrice, ma anche scrittrice e traduttrice, BA a Harvard e PhD a UCLA. Questo per dire che conosce il mondo accademico molto bene. Per Rosita, Brenda Banda, un’attrice americana di origini messicane, bravissima, la potete vedere nella serie tv Gentefied, su Netflix. Trovare chi potesse interpretare Julia invece è stato molto più complicato. Alla fine ho optato per Nena Zinovieff, l’avevo conosciuta a un seminario su Althusser a UCLA. Pur non essendo un’attrice, Nena stava terminando il suo MFA come artista contemporanea e io ho pensato che potesse essere perfetta per la parte. Infatti ha fatto un bellissimo lavoro.

L’aria sul set? Ci sono state incomprensioni o feeling? Feeling. Edoardo Di Silvestri, che ha prodotto il film con me e Magdalena, ci ha consegnato un set estremamente organizzato e sereno. Carlo Rinaldi, che ha curato la fotografia, mi ha permesso di concentrarmi sulla parte creativa senza dovermi preoccupare di tecnicismi. Questo è importantissimo. 

Nel tuo primo lungometraggio, “Avanti”, tu racconti la crisi economica e umana in Europa. C’è una continuità fra quel documentario e “A Short Story”?Assolutamente sì. “Avanti” è stato il progetto più importante della mia vita. Il più ambizioso, ma anche genuino, spontaneo, onesto. Ho lavorato con tre direttori della fotografia, Michel Franco, Sandro Chessa, Guido Mazzoni, e una produttrice, Anna Ferraioli Ravel, al tempo appena laureati al Centro Sperimentale di Roma. E’ un lavoro che abbiamo organizzato completamente da soli, in giro per l’Europa, per più di due anni. Eravamo i responsabili di tutto. Anche i fonici che hanno lavorato con noi erano tutti giovanissimi. Nessuno di noi aveva trent’anni. Volevamo raccontare la nostra generazione, ma anche quella che aveva fatto la guerra e la Resistenza. Volevamo dire che ci sentivamo Europei ma che le politiche dell’Unione Europea non ci rappresentavano. Per farlo abbiamo intervistato politici, filosofi, attivisti politici, e studenti, disoccupati, imprenditori. Volevamo dire che la società era tutte queste persone messe insieme, e noi. E che nessuno era felice di quello che stava succedendo. Mi viene in mente una frase da un libro di Julian Barnes che dice: “Eravamo presuntuosi, certo, se no a che serve essere giovani?” Quindi, per rispondere alla tua domanda, sì, senza l’esperienza di “Avanti” non avrei potuto scrivere “A Short Story”. Quando mi sono trasferita negli Stati Uniti, ho iniziato a capire come il Neoliberismo riproducesse gli stessi effetti anche qui, e in una scala più larga e preoccupante. Ho assistito a lezioni di filosofi che prima leggevo solamente nei libri: Wendy Brown, Judith Butler, Balibar, Badiou. E poi ovviamente, c’era la mia vita di tutti i giorni. Questa è una storia veramente pensata e scritta per la West Side di Los Angeles.

Hai scelto di vivere a Los Angeles, perché l’industria cinematografica e televisiva ha sede a Hollywood? Penso che in America ci sia ancora una base di democrazia che l’Europa ha completamente perso, e non si può  vivere in un Paese verso il quale si ha una sfiducia di base. Parlo del settore lavorativo, naturalmente. Io mi sento Europea e so benissimo che la mia cultura sarà sempre il tratto distintivo di tutto ciò che farò, a prescindere dal luogo in cui lo farò. 

Come hai vissuto l’emergenza coronavirus e come stai affrontando questo periodo?Come scrittore, sono abituata a passare molto tempo da sola, quindi per me non è stato così traumatico. Vivendo a Santa Monica, ho sempre avuto modo di uscire per lunghe camminate. E’ stato più difficile all’inizio, quando le spiagge erano chiuse e potevo vedere l’oceano solo da lontano. So che sembra assurdo e che è un’immagine distante da quella comunicata nel resto del mondo, ma per me Santa Monica è come un piccolo paese di mare. La paragono spesso a Castiglione della Pescaia, un luogo familiare e silenzioso.

Nonostante sembrino relativamente poche, le donne registe sono in realtà più di quanto si pensi e sono molto attive, la consideri una grande conquista?Hai ragione, sono molto più di quanto si pensi, e negli anni si sono occupate principalmente di cinema d’autore. Ora sono qui per dire che vogliono fare anche entertainment, che vogliono essere pagate come i loro colleghi maschi, e anche che per farlo hanno bisogno di vincere premi. La considero una conquista? Viviamo in società disintegrate da anni di politiche neoliberiste. Si grida al progresso quando non ci sono neanche basi razionali di vita, per non parlare di etica lavorativa. Nel 2020 dovrebbe essere assurdo differenziare registi uomini da registe donne, ma eccoci qua. La verità è che i nostri lavori dovrebbero essere valutati sulla base del loro reale valore, a prescindere da chi è l’autore. Ma quando ci troviamo davanti a produttori, investitori e distributori, non siamo tutti uguali. Non parlo solo di genere, ma di classe sociale, razza, e privilegi vari. O si inizia a parlare seriamente di tutti questi aspetti, oppure possiamo lasciare la parola “conquista” per lontane generazioni future.

Dopo Sean Connery ci lascia un grande attore italiano Gigi Proietti, un tuo pensiero? L’eredità artistica continua a vivere sempre, e per chi fa questo lavoro c’è sempre continuità. Non può esistere un attore che decida di non confrontarsi sul loro lavoro, non credo che abbia senso. Lasciano un’eredità enorme, tutti loro, mi viene in mente anche Emmanuelle Riva e Jeanne Moreau. Una generazione di attori tutti diversi uno dall’altro, e tutti insostituibili. Come regista, se penso ad attori che vorrei, penso a loro, e se fossi un attore penserei a cosa si può fare dopo, che non significa imitare, ma all’opposto, cercare cosa sia significativo per andare avanti. Che cinema si può fare dopo Bertolucci? Ovviamente non ho una risposta, ma so che questa domanda è essenziale. Senza questa domanda non ci può essere cinema.

 

Si ringrazia Gabriella Chiarappa per questa splendida intervista

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