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#STRADE La mia è una storia di donne, uova e salite.

Altro racconto della galleria #Ioscattotuscrivi dedicato in questo mese alla parola #Strade

La mia è una storia di donne, uova e salite.
Di quando, ossa e roccia, son cresciuta inerpicata per mano a femmine antiche e scure, zampette e fiato rotto. “Cos la pol vegnir la picia con mi en botega che dopo ghe fago i ovi sbatudi? Che i ghe piasi tanto a la picia! ”
42 centimetri e già senza terra io, la picia, aggrappata a braccia sole, a mani di terra e farina. Io, straniera, e loro. Una, molte. Tutte identiche. Donne di silenzio, slave, curve.
Ostaggio le mie mani, a riempire soffitte di cuori vuoti, a portare il peso, io, non loro, gerbe di amore negato.
Si saliva insieme, salite sudate e mute.
A tre anni non avevo ancora lingua. Né la loro, né la mia. Ma bevevo, bevevo tutto. Rocce ostiche, fiori carne, aria fradicia di gelsi e muffa.
Dobrojutro. La gioia mal indossata di grembiuli lisi che ci accoglieva in bottega.
E io allora sapevo, come una bestia di campagna nutrita, che di lì a poco, passo svelto ed incerto, avrei avuto le mie uova sbattute. “Shh no sta contarghe a to mare che ghe meto na joza di liquor ciò, che’l xe tanto bon “. Sorrisi liquidi e puzza di cuore chiuso. Mi si contendevano queste donne oblique e grigie su, per quella strada di paese. La picia e il loro amore carsico.
Crema calda di zabaione.

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢/@BARBARAHLASTRANIERAH
𝗙𝗢𝗧𝗢/@DADDA_PHOTO

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