
Benvenuta. Grazie. Tocca a te. Ah.
Ecco qua, in bilico.
Gratitudine e responsabilità.
Come diamine mi è venuto in mente di parlare di equilibri?
Ma si che lo sai Barbara il perché. Quel filo lì, liso e beffardo, quello sotto i tuoi piedi da quando hai memoria, è tuo. Non sapresti manco camminare sulla terra ferma, marinaio nauseato. Quel dondolío invece è casa, per chi ne ha cambiate 35, ovunque.
Eppure ho imparato ad appendere i quadri alle pareti, a chiedere una cipolla ai vicini.
Equilibrio ci vuole.
Coordinamento aria e ginocchi, diaframma e polpacci, piedi e gola.
Eh ma è troppo facile così. L’equilibrio non è successo tremante. L’equilibrio, quello che tessi, quello che rete, è schianto fragoroso, caduta penosa. Quello che fianchi umiliati ti fa tornare a dondolare.
Là, sospesa nel vuoto, di chi ti tira per succhiare, di chi ti vuole catino e di te, te che stai imparando a volare.
L’equilibrio non è stato.
È movimento.
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