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#3 𝗙𝗘𝗕𝗕𝗥𝗔𝗜𝗢/2020 #EDITORIALE

In questi giorni parleremo di briciole, la più piccola unità di misura della speranza.

Fino a una quarantina di anni fa, la pasta non veniva confezionata in pacchi come la troviamo oggi, ma si vendeva sfusa al minuto in fogli di carta blu.

Immaginate quanta se ne perdeva nel confezionarla…

A quei tempi, in una Napoli squassata dai venti di carestia, si faceva di necessità virtù: esisteva infatti il mestiere de “o’ sosciapasta” (il soffiapasta) che, con le mani, faceva un mucchietto dei residui disseminati a casaccio sopra il bancone della bottega, o, addirittura, sul pavimento della salumeria, e ci soffiava sopra per togliere la polvere e rivenderla a pochi spicci.

Sì, avete capito bene: la pasta “ammiscata” (mista), quella che, quando la mangiate assieme ai fagioli o alle patate con la provola, diventa una poesia.

Pensate alla pasta mista, alle briciole del pane, alle rimanenze che, per quanto buone, richiedono l’impegno di essere raccolte, a volte con fatica, perfino con dolore, per farne un piccolo mucchietto, ma sufficiente a placare la fame, almeno per un po’.

Ma passato il senso di appagamento momentaneo, ti assale poi l’insofferenza verso quella forma di elemosina, il desiderio di interezza.

Ecco: in questi giorni parleremo di briciole, la più piccola unità di misura della speranza. Cercheremo di capire se siano sufficienti per essere felici o se, invece, sia giusto abbattersi per una pienezza che non arriva. Non sempre, però, la quantità è sinonimo di sostanza; a volte la più grande conquista è bastarsi. E accontentarsi di quelle briciole che ci appartengono o che ci vengono donate.

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 /@PRINCESS.IRPI @SAIMON979

𝗙𝗢𝗧𝗢/@LAAW.RA

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