Arte & Cultura

È STATA MIA MADRE, IN SOGNO, A CHIEDERMI DI SCRIVERE QUESTO LIBRO

Intervista a Luca Falconieri, interessante e sensibile autore esordiente, di origine pugliese. "Biografia" (edito RESALIO) è la sua prima fatica letteraria, accolta con entusiasmo e già alla seconda ristampa.

Comincio col dire che la storia dell’esordiente autore Luca Falconieri, classe 1988, di Nardò, è semplicemente straordinaria, oltre che satura di emozioni! E dunque no, non è un caso che Luca, seppur giovanissimo, abbia sentito l’impellente necessità di imprimere i suoi primi trent’anni in un romanzo che narra la sua vera storia, una storia che attraversa la vita, la morte e la rinascita con la consapevolezza di un nuovo esistere. “Biografia” (edito RESALIO), il suo esordio letterario, è un libro a 360 gradi, un potente viaggio emozionale che, in questa intervista, proveremo a percorrere insieme. Ho raggiunto l’autore a telefono, oggi lui vive a Milano dove lavora in uno dei maggiori gruppi di telecomunicazioni al mondo, e devo ammettere che le sue risposte mi hanno davvero stupita, a tratti persino commossa. Beh, non aggiungo altro… sono certa che, leggendo l’intervista, non faticherete molto a capirne i motivi.

Ciao Luca! Comincio col dirti che ho letto un tuo post su Facebook, nel quale racconti l’incredibile genesi del tuo esordio letterario “Biografia” (edito RESALIO) e che l’ho trovato a dir poco straordinario!

“Ciao Laura! Beh, sappi che è tutto straordinario e incredibile anche per me! Ci ho messo un po’ prima di prendere consapevolezza di ciò che ora ti racconterò. Una notte sogno mia madre, tre mesi dopo la sua morte, bellissima. Le corro incontro, la abbraccio forte e le chiedo come sta e di raccontarmi come si vive nell’aldilà. Lei mi dice di non preoccuparmi perché ora sta bene e mi saluta chiedendomi di scrivere la mia storia. Ammetto che inizialmente non ho dato molto peso alla sua richiesta arrivata alla fine e dal nulla, appena un attimo prima che mi svegliassi. Mi sveglio semplicemente contento di averla rivista in sogno e di sapere che adesso non soffre più. Il dolore fisico, il cancro in metastasi, gli anni di chemioterapia, la radioterapia le operazioni chirurgiche, hanno lasciato ormai spazio a qualcosa di molto più bello. Sei mesi dopo, invece, è tornata in sogno arrabbiata: «Ti ho detto che devi scrivere un libro!» mi dice fissandomi negli occhi con aria intimidatoria, così mi guardava da piccolo quando mi chiedeva di fare qualcosa immediatamente, solo perché per lei era giusto così.
«Mamma? Ma… che dici? Quale libro? Mica sono uno scrittore!» le chiedo. E lei:«Non ti preoccupare… è la tua storia, devi solo descrivere la tua vita!”

Ma è vero che lei ti ha persino rivelato il nome di quello che sarebbe stato il tuo editore?

“Sì, è vero. Sai, io le avevo risposto qualcosa tipo: «Ma… io? Non saprei nemmeno da dove iniziare…» e lei, di rimando:
«Lù, segnati questo nome!» Al mattino mi risveglio, stavolta un po’ stranito per quella sua insistenza e poi, me ne ricordo solo dopo, mentre mi lavo i denti, mi tornano in mente tutti i dettagli. Ma chi era Fabrizio Fustinoni? Durante la notte avevo scritto questo nome e cognome sul mio smartphone senza averlo mai sentito o letto prima. Faccio una veloce ricerca su internet e scopro che è un editore (www.resalioproduzioni.com) e, mentre i brividi mi percorrono la schiena, lascio che quelle parole prendano il peso specifico necessario prima di assumere un senso e, soprattutto, si tramutino in realtà. In fondo era proprio mamma a ricordarmi che i sogni vanno pianificati”.

A tal proposito, tu ti definisci un “sognatore pragmatico”. Un palese ossimoro. Spiegaci quanto possa essere plausibile, invece.

“Ho trascorso tutta la mia infanzia senza internet, in un contesto completamente analogico come erano gli anni ‘90: chiudere gli occhi e sognare era l’unico modo a disposizione che avevo per plasmare il mio mondo ideale. Sognare ciò che si vuole, “desiderare”, questa parola magica che deriva da “sidera”, ossia “stelle”. Chiedere alle stelle è un atto meraviglioso di cui troppo spesso ignoriamo l’importanza nonostante abbia a che fare con noi e con i nostri desideri più profondi. Chiudere gli occhi e pensare a cosa può renderci veramente felici non è poi così stupido, soprattutto quando ci sentiamo soli e persi. Sognare però non basta, ecco perchè “pragmatico”! Per realizzare ciò che vogliamo in questa vita serve impegno, partire da piccoli passi ogni giorno, sempre nella stessa direzione anche se la meta sembra lontana… non conta avere una soluzione a tutto ma affrontare ogni cosa un passo alla volta”.

E parliamone di questa tua prima fatica letteraria “Biografia, storia di una vita qualunque”. Ecco, tu sei giovanissimo, Luca, pensi fosse già ora di ricostruire narrativamente la tua vita?

“Per molti aspetti sono arrivato in ritardo, personalmente non credo ci sia un’età giusta per farlo. Pensa, ho trovato già molta difficoltà a ricostruire i primi anni di vita soprattutto perchè non potevo chiedere né a mia madre né a mio padre, morti entrambi giovani. Ho buttato giù tutti i ricordi di una vita intera per non perderli mai più. Con il passare degli anni tendiamo spesso a rimuovere alcuni momenti importanti della nostra vita, confondondendo addirittura il nostro vissuto o dimenticando cosa abbiamo detto e fatto. Non facciamo caso al tempo che scorre inesorabilmente, siamo stati tutti bambini eppure a volte ce ne dimentichiamo. Quando, ad esempio, chiedo ai miei nonni curiosità sulla loro infanzia, i loro ricordi appaiono sempre sfocati, mi rispondono che non ricordano quasi più nulla perchè è passato troppo tempo e questo per me è un vero peccato; perdere quei dettagli che spesso fanno la differenza nella nostra vita o ci hanno insegnato qualcosa. E forse era questo il desiderio di mamma… che io non perdessi mai ciò che è la nostra storia”.

Trovo originale anche la copertina del tuo libro: un cuore blu pulsante su uno sfondo giallo…

“Devo ammettere che quando l’ho proposto al mio editore c’è stata un po’ di perplessità perché tutti i libri hanno in copertina un titolo, il nome della casa editrice e quello dell’autore. Per “Biografia” ho immaginato qualcosa di diverso semplicemente perchè non è il classico romanzo. Volevo fosse solo quel cuore blu (tanto caro a mia madre) a parlare e la storia dentro a fare il resto, senza anticipare nulla. La cosa buffa è che la tipografia, vedendo una richiesta del genere,  inizialmente si è rifiutata di procedere con la stampa, convinta si trattasse di un errore! “

Il tuo è un romanzo a 360 gradi, numerosi sono gli argomenti che affronti. Tra i tanti, il tuo difficile coming out. Per sentirti libero hai persino lasciato la tua terra di origine…

“All’inizio di questo secolo parlare di omosessualità, in una cittadina del sud Italia poi, non era esattamente come oggi. Quando sono nato io l’Organizzazione Mondiale della Sanità considerava addirittura i gay come dei malati. L’omosessualità è rimasta una malattia mentale fino al 1990, ma c’è poco da stupirsi se pensiamo che solo 45 anni prima i gay erano torturati, internati nei campi di concentramento e condannati a morte. Essere gay ma soprattutto vivere serenamente la propria vita alla luce del sole, fino a qualche anno fa (in molte famiglie anche oggi) semplicemente non era previsto! Anche in casa mia questo argomento era considerato tabù e per questo il mio coming out è stato molto sofferto e difficile. Ho impiegato sei anni prima di ricostruire il rapporto con mia madre. Tantissime famiglie ancora oggi vivono questo delicato momento tra il dubbio di dirlo, non dirlo, provare a cambiare o aspettare come fosse un periodo di passaggio. Io sono stato cacciato fuori casa dopo il mio coming out e solo dopo ho capito quanto fosse stato importante non aspettare oltre. Con l’ignoranza è difficile parlare ma il tempo cura tutte le ferite dell’anima. Per questo motivo mi sono trasferito a Milano, per ritrovarmi e vivere liberamente, senza oppressioni e repressioni famigliari”.

Tua madre ti ha intimato di scrivere questo libro e sempre Lei è il filo conduttore della storia raccontata, il suo cancro, il dolore, la morte. Mi dici osa ti manca di più di mamma?

“Mi manca non poter parlare con lei. Poterla chiamare e sentirla a qualsiasi ora come facevamo prima. Mi mancano i suoi occhi perché noi due ci capivamo semplicemente guardandoci. Mi manca la nostra complicità. Mi manca portarla al mare e vederla sorridere. Mi mancano le sue sorprese, le sue imposizioni e mi manca il modo in cui teneva unita e in armonia la nostra famiglia. La mamma è l’unica persona al mondo che mette davanti a tutto e tutti la vita e il benessere dei propri figli. Questo si ripercuote in una infinità di azioni che troppo spesso diamo per scontato o addirittura ci annoiano, solo perché le abbiamo da quando siamo nati e ormai siamo abituati. Ci sembra normale avere sempre qualcuno che si preoccupa per noi, prima ancora di se stesso, ma non è per sempre così. Solo quando viene a mancare la mamma ci accorgiamo realmente della sua importanza, e di quanto in realtà siamo soli in questo universo”.

Nell’ultima parte di “Biografia” racconti le emozioni del tuo viaggio in Africa. Cosa ti ha regalato quell’esperienza?

“Non si può spiegare a parole il mondo felice che c’è negli occhi dei bambini che hanno conosciuto troppo presto il peggio della vita. Orfani malati di Aids col sorriso stampato in faccia anche se manca l’acqua o la luce da giorni. Non si può descrivere l’amore che c’è in ogni gesto, nelle piccole cose di ogni giorno che ti avvolge e ti riempie il cuore in modo infinito. Il mio viaggio in Africa mi ha ridato la gioia di vivere che avevo completamente dimenticato dopo aver visto mia madre morire tra le mie braccia. Definirlo un viaggio però è riduttivo perchè quello che mi ha lasciato non ha eguali a nessun’altra esperienza della mia vita. Scontrarsi con la povertà vera, oltre ogni limite immaginabile, in villaggi dove bambini di qualsiasi età muoiono ogni giorno per un pezzo di pane, è un’esperienza che tutti dovrebbero provare! Non solo per riconsiderare completamente la nostra esistenza ma per apprezzare veramente la nostra vita e ringraziare per tutto ciò che abbiamo. Vivere nell’orfanotrofio di Ndithini per me è stata in assoluto l’esperienza più intensa mai provata, la cosa più sensata fatta nella mia vita. Porterò per sempre nel cuore i sorrisi sinceri, gli occhi felici e l’amore infinito che lì ho vissuto”.

So che sei appassionato di fotografia e che hai presentato anche una mostra fotografica…

“Nel 2019 ho presentato la mia prima mostra fotografica intitolata “Asantisana” a sostegno della omonima Onlus di cui faccio parte a sostegno dei bambini orfani del terzo mondo. Asantisana è una associazione costituita da privati cittadini italiani che hanno deciso di dedicare, senza alcun compenso, parte del proprio tempo alla solidarietà umana. L’associazione sostiene l’operato di una suora dell’ordine delle Piccole figlie di San Giuseppe, Suor Nadia Monetti, che a Ndithini, località sperduta del Kenya, si occupa da 28 anni di bambini affamati, ammalati e denutriti. Ogni anno quasi 6 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono di Aids o per malattie curabili come malaria, morbillo, polmonite, complicazioni neonatali o una semplice dissenteria. La malnutrizione è concausa della metà di queste morti e la pandemia Covid-19 ha peggiorato la situazione di emergenza. Eppure, le soluzioni per combattere la mortalità infantile esistono e sono semplici e a basso costo, come un sapone, una zanzariera, un vaccino. Asanti Sana in “Swahili” significa “grazie tante” ed è questo quello che queste persone vogliono dire a tutti coloro che li aiutano a porgere una mano ai bambini dell’Africa. La mia mostra fotografica è stato un momento di condivisione e conoscenza ma anche un’occasione per dimostrare quanto la fotografia, con la sua potente forza comunicativa, possa giocare un ruolo importante nell’avvicinare e sensibilizzare le persone a sostegno di una causa per cui tutti possiamo impegnarci, anche con un piccolo gesto”.

Luca, ce l’hai un sogno nel cassetto?

“Sogno di costruire un pozzo a Ndithini in Kenya grazie ai proventi di “Biografia” che serviranno a sostenere la missione di Suor Nadia Monetti”.

E un rimpianto, ti è rimasto?

“Sì, non essere riuscito a trascorrere abbastanza tempo con mio figlio Jhonny, il bimbo adottato a distanza in Kenya, a causa della pandemia”.

Come e dove ti vedi fra cinque anni?

“Fra cinque anni mi vedo sempre in viaggio, felice e completamente immerso nella mia vita accanto alle persone che amo”.

Una mia curiosità: ma dopo che il tuo libro è stato pubblicato, mamma che ti ha detto?

“La verità è che la sto ancora aspettando… ”

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